TRANCE E POSSESSIONE IN AFRICA

R. Beneduce

Bollati Boringhieri 2002 pagg. 323 E. 29

  Libro molto bello e interessante su un tema spesso trattato in modo superficiale e banale perché o interpretato in chiave occultistica o come stregoneria o addirittura come patologia. Questo lavoro di Roberto Beneduce, etnopsichiatra che insegna antropologia culturale all’Università di Torino, rappresenta una eccezione anche perché nasce da una esperienza diretta formatasi in Mali, in Eritrea, in Mozambico e nel Camerun nell’ambito della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale diretta da Franco Remotti. E proprio perché nasce come ricerca sul campo, assume particolare valore il punto nodale di tutto il discorso che, frantumando la vecchia classificazione etnopsichiatrica (per esempio quella di personalità alternanti, di isteria, ecc.) riconsidera la trance e la possessione come “un insieme di pratiche e di discorsi” in cui vi sono elementi comuni ma anche ”numerose anomalie” prima fra tutte che la trance instaura una condizione di sospensione della coscienza a cui subentra un linguaggio altro che definisce, sia pure con approssimazione, il rapporto di cura oltre che di conoscenza fra lo sciamano e il cliente. Ci sembra che l’A., tra l’altro, accolga l’opinione  di Colleyn che, ove si debba parlare di patologia sciamanica, la malattia, semmai, si situerebbe “dal lato della clientela dei santuari e non dal lato dei posseduti”. Opinione che, con qualche cautela e numerosi distinguo, è abbastanza condivisibile e che costituisce un discorso che va ad incrociarsi sia con gli stati modificati di coscienza nella loro generalità che con la fenomenologia trascendentale di Husserl, categorie che, tuttavia, sono in gran parte estranee all’etnologia ma fondamentali al discorso fondazionale della coscienza di cui personalmente ci occupiamo. In particolare Beneduce affronta  la possessione e la trance con una visione polisemica che comprende anche il linguaggio ordinario attraverso il quale meglio si comprende la storicizzazione e le interconnessioni con i culti di possessione e con le religiosità dei luoghi ove tali culti si producono. Questo approccio trasforma la trance in una machine à penser o strada maestra per accedere alla sacralità, al potere sacro e all’alterità della coscienza che si immerge nella propria scena inconscia per risalire, attraverso di essa, nel mistero di altri saperi ma anche di memorie cosmiche proprio nel senso junghiano. E’ chiaro  a questo punto, che l’operazione (come abbiamo accennato nella recensione del libro precedentemente recensito) passa attraverso riti della corporeità cui viene affidata  il compito di diventare medium e di oltrepassare il sistema delle resistenze borderline che impediscono all’uomo di volare.

                                                                          C. P.

 

Prodena@libero.it

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