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LO SVILUPPO E' LIBERTA' PERCHE' NON C'E' CRESCITA SENZA DEMOCRAZIA Amartya Sen Mondadori, Milano 2000
Siamo in un’epoca di grandi trasformazioni economico-sociali, in cui si assiste alla diffusione su scala planetaria del modello di sviluppo economico occidentale fondato sul principio della libera circolazione di merci, capitali e forza lavoro. Questo fenomeno ormai noto con l’etichetta semplificatrice di ‘globalizzazione’, è al centro di accese controversie e polemiche. Da un lato ci sono i suoi entusiastici sostenitori che ne sottolineano il ruolo positivo di incentivazione e miglioramento economico per le aree più povere del pianeta. Dall'altro lato, invece, abbiamo una fiera opposizione da parte di chi contesta alla globalizzazione un progressivo annullamento delle peculiarità culturali e dell’individualità storica di popoli e nazioni, con un effetto, inoltre, devastante sui già precari equilibri ecologici. L’ultimo libro di Amartya Sen si colloca in una posizione mediana rispetto a questa contrapposizione. L’autore, filosofo e premio Nobel per l’economia, propone una visione dello sviluppo alternativa alla globalizzazione, così come essa è comunemente intesa, che, tuttavia, non rispolveri opposizioni radicali e ideologicamente fondate al meccanismo del libero scambio. La questione sarebbe riassumibile in questi termini: non bisogna identificare lo sviluppo con la mera crescita economica, anzi, come recita il titolo stesso del volume, "lo sviluppo è libertà", e non è possibile una vera e duratura crescita economica senza la democrazia. In questa prospettiva occorre misurare lo sviluppo più che in cifre economiche in termini di incremento delle libertà sostanziali di cui godono gli individui in una comunità. Queste libertà sostanziali sono chiamate con un termine gergale ‘capacitazioni’ e rappresentano gli effettivi indicatori ai quali fare riferimento per confrontare la qualità della vita di individui e popolazioni diverse. Si pensi, ad esempio, alla situazione dei neri americani che, pur godendo di livelli di reddito nettamente superiori, sono comunque svantaggiati rispetto ai più poveri abitanti della regione indiana del Kerala in quanto ad aspettative di vita. Evidentemente come capacitazioni, ossia come libertà e opportunità effettive, il reddito non è tutto e Sen ci invita proprio a considerare l’importanza di altri indicatori di qualità della vita, come appunto la sopravvivenza o lo stato di salute, significativi e aggiuntivi rispetto alla tradizionale misura del reddito pro-capite o del PIL (prodotto interno lordo). Le libertà sostanziali comprendono quindi le libertà economiche ma non si esauriscono in esse, piuttosto beni fisici, come la già ricordata salute, ma anche beni morali, come il rispetto di sé, o beni politici, come le libertà democratiche, sono da considerare tutti insieme quali obiettivi ragionevoli dell’agire sociale e nei loro confronti, come voleva già Aristotele, la ricchezza economica ha un valore e svolge un ruolo meramente strumentale (ricordiamo che nell’Etica nicomachea si può trovare l’affermazione secondo la quale la ricchezza non è un fine ultimo ma va perseguito solo in vista di qualcos’altro). Del resto la priorità dei beni e delle libertà fondamentali rispetto alla ricchezza è presente anche nel fondatore della stessa economia moderna, Adam Smith, che, infatti, invitava a considerare come indicatori di ricchezza reale tutte quelle cose la cui mancanza provocherebbe la vergogna ad apparire in pubblico: "Una camicia di tela, ad esempio, -afferma Smith- non è rigorosamente parlando necessaria all’esistenza. Suppongo che i greci e i romani vivessero confortevolmente senza biancheria. Ma attualmente, nella maggior parte d’Europa, un giornaliero rispettabile si vergognerebbe di apparire in pubblico senza una camicia di tela", ovviamente, aggiunge Sen in prima persona dopo la citazione, "In America o nell’Europa occidentale di oggi una famiglia può, analogamente, avere difficoltà a inserirsi nella vita della comunità se non possiede determinati beni (come il telefono, il televisore o l’automobile) che in una società più povera non sono indispensabili a tale scopo" (p.78). L’elenco delle libertà sostanziali comprende anche le libertà politiche, la democrazia, come già accennato, è considerata un fattore di sviluppo non trascurabile in polemica con i sostenitori dei modelli ‘asiatici’ di sviluppo economico, ossia coloro che ritengono superflua, anzi addirittura controproducente la democrazia in certi contesti, al fine di raggiungere rapide crescite economiche. Al contrario, secondo Sen, l’esempio delle carestie dimostra che la democrazia è fattore indispensabile per promuovere e garantire lo sviluppo. Il fatto che non si sia mai verificata una carestia nelle democrazie, anche se povere come quelle africane, dimostra che il potere di controllo democratico agisce da freno sui governanti per impedire le negligenze e l’indifferenza nei confronti della penuria relativa di cibo. La ricchezza del libro sta nella sua capacità di fornire con analisi economiche puntuali e autorevoli un supporto tecnico all’idea antica e radicata nel pensiero comune (basti ricordare l’esempio di Aristotele e Smith) per la quale i soldi, anche se importanti, non sono tutto nella vita e, comunque, l’importanza non sta nel loro possesso ma nelle cose che consentono di fare! In conclusione, le pacate riflessioni che ci vengono proposte da Sen sono importanti per stabilire un corretto rapporto con il mondo del mercato. L’invito dell’autore è quello di non abbandonarsi agli estremi, la feroce critica del passato da parte del marxismo ma anche l’attuale, acritica e entusiastica accettazione universale. In altri termini, Sen ci invita, con parole che non esitiamo a fare nostre, a non demonizzare ma neanche a santificare il mercato: "C’è stato un tempo - e non molto lontano - in cui ogni giovane economista ‘sapeva’ quali erano i gravi limiti dei sistemi di mercato e tutti i manuali ripetevano lo stesso elenco di difetti. Il rifiuto intellettuale del meccanismo di mercato portava spesso a posizioni radicali (...) Ma negli ultimi decenni il clima intellettuale è cambiato in modo spettacolare e la situazione si è capovolta; oggi è normale partire dall’ipotesi che nel meccanismo di mercato sia onnipresente la virtù, al punto che non sembra importante fare ulteriori precisazioni. Nel clima attuale, qualsiasi accenno ai difetti di questo sistema appare curiosamente antiquato e contrario alla cultura del momento, qualcosa come ascoltare musica degli anni Venti utilizzando un vecchio disco a 78 giri. Così un insieme di pregiudizi ha ceduto il posto ad altri preconcetti, esattamente opposti; la fede indiscussa di ieri è diventata l’eresia di oggi e l’eresia di ieri è ormai la nuova superstizione." (p.116). Raffaele Prodomo
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