L’ASCOLTO DELLA COSCIENZA

di

Fabrizio Desideri 

 Feltrinelli, 1998 pagg. 266, Lire 40.000

 

L’Autore (e anche  noi e tanti altri) si chiede: quando l’Io si pone la domanda “che rapporto c’è tra il (proprio) Sè e la coscienza (sempre di sè), si tratta di un puro riflesso dello stesso Io che pone la domanda o c’è dell’altro?”

Su questo problema è impegnato da decenni non solo il sottoscritto con tutti i suoi collaboratori, ma intere correnti dei cosiddetti “filosofi della mente” Riassumere tutta la “querelle” che nella modernità parte almeno da Cartesio e che oggi vede diversi schieramenti che danno dal determinismo puro e semplice alle agitate acque della metafisica laica in alternanza alla teologia della fede. Perchè il punto è proprio quello riassunto da Fabrizio Desideri: “automi, anzi spettri sono quelli che Cartesio immagina gettando lo sguardo fuori dalla finestra: di essi, della loro esistenza in quanto res dotate di coscienza si può dubitare, ma non del pensiero che ne dubita”. E c’è poco da sghignazzare come potrebbe fare Wittgestein, nè si può relegare alla pura immaginazione il linguaggio interno (o privato) che in ciascuno di noi si contrappone al linguaggio pubblico, al linguaggio tout court della mente, cioè di relazionare col mondo. Ecco perchè diventa relativamente semplice osservare la mente in azione nell’altro, e fumosa l’autoriflessione nella propria, laddove se è semplice separare il proprio mondo interiore dal linguaggio del mondo, è apparentemente impossibile oggettivare la coscienza...inconscia dove nasce il bisogno (ontologico?) di interrogarsi sulla stessa coscienza-inconscia da cui parte la domanda che poi diventa la contrapposizione che Matte Blanco farà tra simmetria e asimmetria per dar conto delle due logiche entro le quali si muovono il pensiero inconscio e la coscienza. Sembra paradossale, ma ancora ci muoviamo sulla formulazione Kantiana e cioè che come può l’intelletto anticipare la sensazione (per esempio l’immaginazione, la creatività, l’intuizione, ecc.). Occorrerebbe analizzare meglio questa categoria a propri, che tra l’altro viviamo continuamente nel quotidiano al di là delle nostre teorizzazioni, per capire se appartengono o meno all’inconscio: poichè se non vi appartengono, almeno non interamente, è legittimo parlare di un mistero qualunque cosa ne pensino i materialisti della mente. E’ il mistero dell’anima o con qualsiasi altra diavoleria linguistica la si voglia chiamare? Questo oscuro sentimento di sè, il senso ontologico della propria ipseità, dell’autoappartenenza come intuizione ineffabile è ancora una riflettura, un’auto-riflesso speculare dei neuroni stessi? O c’è dell’altro, come ormai andiamo ripetendo in tutte le nostre conferenze? O, come scrive Desideri “ che il controcanto del discorso cartesiano è il monologo amletico. La certezza del cogitare è quella del dubitare”. Un affascinante percorso, a partire dalla coscienza che pensa se stessa e che cerca di “sapere - come ha scritto Marvin Minsky - che cosa accade nella nostra mente” che poi Minsky risolve isolando ciò che effettivamente accade nella nostra mente da ciò che (non) sappiamo effettivamente sul suo funzionamento. E’ in questo interspazio che continuiamo a vagare in cerca del senso di tutto ciò, del senso della nostra esistenza e della ricerca dell’altro che dentro di noi chiede di parlare ed essere ascoltato e, nel far ciò, probabilmente si fa coscienza e si rende presente nella propria corporeità.

 

Prodena@libero.it

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