LA MEDICINA IMPOSSIBILE

LE UTOPIE E GLI ERRORI DELLA MEDICINA MODERNA

Daniel Callahan

Baldini & Castoldi, Milano 2000

 

Daniel  Callahan, fondatore nel 1969 del prestigioso Hastings Center di New York e protagonista delle polemiche sull’aborto degli anni Settanta (con posizioni pro-choice), è considerato unanimemente tra i pionieri della bioetica. Col titolo La medicina impossibile. Le utopie e gli errori della medicina moderna viene finalmente tradotta e pubblicata in Italia, per i tipi della Baldini & Castoldi, una sua opera del 1998, False Hopes. In questo libro sono riprese e sviluppate riflessioni già presenti in precedenti lavori e la convinzione principale che ne anima le pagine è chiara: la medicina così com’è non può reggere molto e la sua insostenibilità è duplice, sia economica che psicologico-sociale. In altri termini, la crescita tecnologica della medicina contemporanea produce per i suoi fruitori costi crescenti e soddisfazione decrescente associati paradossalmente tra loro. Si tratta di capire perché questo si verifica.

Callahan parte da lontano, per l’esattezza dall’antica Grecia, e riprende attualizzandolo il mito di Asclepio (Esculapio per i latini) e di Igea. Secondo questo mito Asclepio è il medico che interviene con le sue arti a combattere le malattie e arriva, esagerando, a far resuscitare i morti. Per questa sua arroganza gli Dei lo puniscono. Igea, invece, figlia di Asclepio, rappresenta la Salute, ossia l’equilibrio naturale in cui si trovano gli organismi prima della degenerazione patologica, equilibrio dinamico, fatto di spinte e controspinte ma nel quale è possibile persistere adottando comportamenti e stili di vita individuali adeguati. Queste immagini mitiche rappresentano simbolicamente la contrapposizione contemporanea tra la medicina ipertecnologica che rifiuta di arrendersi alla morte e cerca sempre nuovi strumenti per migliorare le prestazioni umane e la medicina preventiva che enfatizza la ricerca di uno stile di vita e un ambiente più salubri e consoni alla condizione umana. In realtà, come riconosce esplicitamente l’autore stesso, tale contrapposizione non è una novità assoluta, essa era, infatti, presente in una certa letteratura medico-scientifica degli anni Settanta in cui si lamentava la sproporzione tra medicina curativa e medicina preventiva o, detto in altri termini, tra sanità centrata sui bisogni e desideri individuali e sanità pubblica. In particolare il riferimento al mito di Asclepio e Igea è ripreso dal libro di Dubos, The Mirage of Health, del 1954. Chiariti i propri debiti intellettuali, tuttavia, Callahan in questa analisi teorica mette di suo alcune cose originali e importanti: una consapevolezza degli effetti comunque positivi della tecnologia medica e una riflessione di più ampio respiro sulla nozione di progresso ereditata dalla tradizione positivistica (un altro pregio di questo libro è quello di mettere bene in evidenza il percorso storico della bioetica come nuovo campo di studio, da un primo interesse per problemi particolari, quali, ad esempio aborto eutanasia, a un ampliamento d’orizzonre più recente, con una più ampia riflessione sul futuro stesso della medicina, i suoi scopi e il suo assetto epistemologico). La medicina impossibile è frutto, infatti di una filosofia del progresso inteso come crescita cumulativa, lenta ma continua del sapere medico di cui non è né desiderabile né possibile fermare il corso. Seguendo tale concezione di progresso quantitativo e lineare si ricercano e applicano tecnologie sempre più innovative e sofisticate e si cerca di sradicare o ridurre al minimo la diffusione delle malattie (compressione della morbosità), aspirando a posporre sempre più la morte. Un tale modello di sviluppo è stato molto efficace negli anni Quaranta ma oggi mostra la corda e non è più sostenibile o, come vuole il nostro autore, "impossibile". L’impossibilità o, meglio, le false speranze sono collegate al fatto di immaginare una vita senza malattie e straordinariamente lunga, al limite dell’indefinito. Chiaramente questo non è possibile e ci ritroviamo, per inseguire questo sogno, con una tecnologia sempre più costosa ma con un impatto sulla salute sempre meno evidente e, soprattutto, con una insoddisfazione generalizzata da parte dei fruitori e una frustrazione, altrettanto generalizzata, degli erogatori dei servizi sanitari. I sistemi sanitari sono in una crisi finanziaria che dipende poco dai criteri con cui sono organizzati, se forniti dallo Stato o da privati o compagnie assicuratrici, e sempre più persone sono insoddisfatte della medicina ufficiale e si rivolgono a pratiche più o meno alternative. La tesi sostenuta nel libro è che il recupero della tradizione di Igea dovrebbe consentire una inversione di rotta perché, rifiutando il mito di un progresso tecnologico indefinito, dovrebbe essere più facile accettare una medicina dove ci si accontenta del livello di crescita attuale (per quanto attiene alle tecnologie) e si accetta l’ineluttabilità delle malattie e della morte, eventi ineliminabili dall’orizzonte della vita umana. Come si vede, una tesi netta e radicale che potrebbe evocare utopie luddistiche di abbandono totale della tecnica e di ritorno a una natura incontaminata tipiche del pensiero ecologistico più estremo (alle quali si associa una critica esplicita al modello di sviluppo liberal-capitalistico).  Callahan offre al riguardo un compromesso, in quanto non chiede di rinunciare in assoluto a qualunque innovazione tecnica, ma chiede che il progresso sia sostenibile (mutuando il termine dalla letteratura ecologistica moderata) e le aspettative di salute siano adeguate alle possibilità reali di soddisfarle, non ingenerando pericolose illusioni con altrettanto inevitabili e successive delusioni. Pur aderendo a una tesi forte in linea di principio, tuttavia, ad essa si affiancano una serie di precisazioni che smorzano i toni e moderano i contenuti. Callahan sa, infatti, di correre il rischio di buttare a mare con le cose negative anche quanto di buono è riuscita a realizzare la medicina con la rivoluzione terapeutica che ne ha contraddistinto gli ultimi cinquant’anni di storia. Piuttosto che un rifiuto totale egli propone un deciso ridimensionamento della tecnologia e dell’interventismo medico. Più che a una sconfitta di Asclepio sembra interessato a un armistizio duraturo tra Asclepio e Igea in vista di una medicina che sia in grado di integrare tra loro i due modelli di sviluppo, integrazione che appare possibile e plausibile.

Come accennato in precedenza, c’è un altro elemento di originalità nelle analisi di Callahan. Ad esempio, sono molto interessanti le critiche mosse all’idea di progresso come crescita lineare, mero accumulo quantitativo di nozioni e scoperte scientifiche, critiche analoghe a quelle già avanzate dallo storicismo italiano di ispirazione vichiano-crociana nei confronti del positivismo ottocentesco e dall’epistemologia post-positivista del Novecento, questa volta contro il neopositivismo logico. Ma su questi aspetti e implicazioni epistemologiche più generali del libro occorrerebbe più spazio di quanto non è possibile in questa sede.

Quello che, in conclusione, non convince molto nel libro del bioeticista nord-americano è la tendenza emergente di tanto in tanto a considerare il modello di medicina da lui proposto compatibile solo con un’organizzazione politica e sociale di tipo comunitario, considerando la medicina di Igea incompatibile con la struttura economico-sociale del liberalismo classico, per l’eccessivo individualismo che caratterizza quest’ultima. La polemica tra teorici comunitari e teorici liberali, molto accesa e attuale negli Stati Uniti, non è sovrapponibile, a nostro avviso, esattamente alla polemica tra Asclepio ed Igea. Esistono, infatti, modelli di società liberale dove gli eccessi di individualismo anarchico sono temperati e controllati da una forte idea di giustizia sociale, come pure possono aversi degenerazioni del modello comunitario verso regimi intolleranti e opprimenti che estendono la loro intolleranza anche al campo della salute con eccessi salutistici odiosi sia nel passato (si pensi alla lotta al fumo e al cancro avviata nel terzo Reich) che nel presente.       

Raffaele Prodomo

 

Prodena@libero.it

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