L’INDIVIDUO SENZA PASSIONI

INDIVIDUALISMO MODERNO E PERDITA DEL LEGAME SOCIALE

Elena Pulcini

Bollati Boringhieri 2001 pagg. 230 E. 20,66

 

   Elena Pulcini, docente di filosofia politica all’Università di Firenze, mette a punto il problema del passaggio, sempre più irreversibile, ad un individualismo non più eroicamente ispirato all’etica dell’onore e alla passione della gloria, ma ad un utilitarismo ludico e becero caratterizzato dalla possessività, dalla razionalità ma contemporaneamente da una perdita di valori che si apre su un vuoto che non ha nulla da spartire con il liberalismo dei diritti della persona così come si erano andati configurando dal Rinascimento e attraverso l’illuminismo della ragione. Un quadro, dunque, che coglie in pieno, come un flash, lo spaccato dello stato in cui versa la coscienza moderna e postmoderna che non riesce a passare da un provvido soggettivismo ad un oggettivismo sociale, per cui ogni soggetto resta inviluppato dalla sua trama narcisistica perché fuori di sè non trova più valori di riferimento neppure più nel tessuto ormai inutilizzabile delle religioni.

   Intendiamoci, questa è la democrazia che paga il tributo della sua incapacità di trasformare il diritto soggettivo della proprietà dell’in-sè in un diritto alla libertà matura che è possibile solo con un processo di trasformazione sia dell’etica che della politica. L’assenza di tale processo, che la cultura della tradizione e delle religioni hanno continuamente frenato, ha dato luogo ad un edonismo sfrenato a causa del vuoto che la razionalizzazione ha improvvisamente disseminato nel mondo poiché la soggettività, come conquista sociale, non è diventata matura ed ha liberato da sè solo l’ individualità immatura che la politica non ha saputo controllare e modificare. In altri termini abbiamo tutti attraversato un processo di libertà e di perdita, di conquista di diritti e di incapacità a gestirli, di dissacrazione e di impossibilità a creare nuove ontologie e valori alternativi, di ampliare la sfera del privato ma senza saper trasformare i doveri in un oggettivismo del genere legame e dono sociale del Sè. Deriva, da tutto ciò, una esasperazione delle patologie sociali e individuali, un indebolimento ormai progressivo dell’identità, una indifferenza sociale, una massificazione dell’informazione, una caduta della politica ormai sempre più pianificata e senza ideali, una economia nelle mani di pochi, una povertà sempre più diffusa, una - come scrive Elena Pulcini - “desostanzializzazione della figura dell’altro che trasforma il conflitto in indifferenza”. Ne consegue che il progetto di individualità razionale al momento è fermo alla reazione narcisistica che non è stata elaborata da chi doveva ( e chi doveva? La cultura, la scuola, le religioni dogmatiche che abbiamo? Lo stato sociale che è diventato lo stato individuale delle grandi lobbies finanziarie?) Purtroppo non possiamo che constatare una compromissione che il grande ideale rinascimentale e poi illuministico ha subito a causa dell’individualismo narcisistico - che non coincide con il principio della conquistata soggettività e della libertà vissute come separazione fra il diritto individuale e il diritto di Dio nella commistione insostenibile dello Stato-Chiesa che abbiamo avuto in occidente fino al secolo scorso e che ancora è presente, ad esempio, nell’islam. Ma il diritto individuale deve convivere con quello collettivo. E qui è il problema che neppure il cristianesimo ha saputo fondare, perché opponendosi alla soggettività in favore del controllo ad opera della sovranità di Dio su tutti e su tutto, non ha restituito ad diritto della soggettività che tutti dovremmo possedere quali figli di un Dio (secondo le teologie) il concetto di soggettività ospitale che nell’idea di Lèvinas e di Derrida, ad esempio, accoglie l’Altro obbligandolo alla responsabilità di riconoscerlo nel proprio io quale portatore di eguali diritti: una soggettività, dunque, sempre attraversata dall’alterità che ha, si, una matrice cristiana ma aperta socialmente e non chiusa in una dipendenza ecclesiale ad una catechesi.

   Purtroppo lo spazio tiranno mi fa fermare qui ma questo libro andrebbe approfondito perché costituisce una feconda diagnosi della contemporaneità e gli spunti che offre sono veramente tanti. Ad esempio il concetto di dono nel senso di uscire da se stessi è una bella visione contemporaneamente laica e sacrale, ma non vorremmo che il concetto di dono fosse degradato alla pura banalità della cosiddetta fratellanza, ma piuttosto considerato all’interno di una incapacità dell’io a possedersi totalmente senza l’ esistenza dell’Altro come specchio e categoria dell’esterno da Sé che viene visitato dall’io stesso quando si espande trascendentalmente: e in questa chiave diventa dono e socialità. Si delinea, in questo modo, la nozione filosofica di una soggettività-oggettiva che comprende il Sè-Altro, uno specchiarsi ed una appartenenza alla dimensione cosmica di un io che è sempre anche Altro (ma senza gli equivoci buddhisti), un io che conserva se stesso nella dimensione di un cosmicità-socialità-altro su cui potremmo discettare per anni interi.

                                                                                C. P.

 

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