IL LIMITE DELL’ESISTENZA

Un contributo psicoanalitico al problema della caducità della vita

F. De Masi

Bollati Boringhieri 2002 pagg. 144, E. 18,00

 

   Fondamentalmente noi abbiamo paura della nostra morte perché viviamo immaginativamente anche nel/col futuro (e non solo con il passato) e siamo gli unici viventi a poterlo fare, ma qualunque ne siano le ragioni “la paura di morire - scrive lo psicoanalista Franco de Masi - è ineliminabile e ci accompagna per tutta la vita”. Ma quali fattori aggravano l’angoscia di morte e quali la riducono o, addirittura, la fanno desiderare coppe nella distruttività masochistica? De Masi dichiara esplicitamente che il libro esamina i fattori psicologici e biologici della morte senza farsi coinvolgere da riflessioni filosofiche o mistiche (che però non condanna e non rifiuta) volendo restare sul solido terreno bio-psicoanalitico. Terreno che non è affatto solido però, anzi debolissimo nella sua proposta. Infatti come si fa, in concreto (cioè nell’io-tu fra soggetto che pensa alla propria morte e un suo interlocutore analista-prete-amico-eccetera, ad alleggerire  il trauma della morte semplicemente con la riflessione che, anche dopo morti, il mondo e i nostri cari continueranno a vivere, cioè prospettando una conservazione collettiva del mondo che continuerà ad esistere anche dopo la nostra fine? Quando chi si accinge a morire o semplicemente a presupporre la propria morte, pensa alla propria interruzione,  alla personale separazione dalle cose che ama piuttosto che alla conservazione degli altri? Non è forse vero che, al contrario,, una prospettazione filosofica e non solo psicologico del problema sia l’unica possibilità di esorcizzare il terrore dell’annientamento in un nulla?

   Scrive l’A. che “c’è un conflitto insolubile tra il desiderio di vita e la morte come annientamento della potenziale infinita soggettività”, ma appare poco percorribile la proposta psicoanalitica di “proiettare l’inesauribile potenzialità del nostro essere negli oggetti altri da noi” perché c’è la reale possibilità che l’angoscia aumenti perché aumenta - nel presente che invece la psicoanalisi contraddittoriamente vorrebbe ridurre - l’attaccamento agli oggetti del  presente (le persone, i figli, gli amici, i piaceri della vita, il proprio in-sè). La proposta psicoanalitica di allontanarsi dal presente (concettualmente giusta) ma attraverso la ri-vivificazione del passato in cui immergersi e “nel futuro degli altri che ci sopravviveranno” temo che non basti, che possa diventare un boomerang se non si include una speranza filosoficamente (e non fideisticamente) razionale che prospetti una ontologia non necessariamente religiosa, un ragionamento di persistenza dell’io oltre la mente biologica. Capisco tutte le possibili obiezioni, ma non è questa la nostra debolezza o la nostra angoscia? Problema affascinante, si capisce, sul quale dovremmo aprire una bella discussione ma senza ripararci con gli ombrelli (anche bucati) del già detto o dell’apparentemente dimostrato, perché in realtà la nostra cultura non ci dice proprio nulla sull’esperienza del morire. (C.P.)

 

Prodena@libero.it

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