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DIO NEL CERVELLO A. Newberg - Eugene d’Aquili Mondadori 2002 pagg. 210 E. 15,80
Non sono molto sicuro di aver capito bene questo libro scritto da due medici dell’Università della Pennsylvania con i quali ha collaborato lo scrittore Vince Rause. Infatti il libro viene presentato come una serie di studi che avrebbero fornito la prova biologica della fede. Ma leggendo il libro un lettore di appena media cultura si accorge subito della bufala, che poi sarebbe la cantonata dei due studiosi americani (e anche di alcuni recensori che evidentemente hanno voluto cimentarsi su un terreno a loro sconosciuto) i quali avrebbero scoperto che durante gli stati mistici intensi la regione posteriore dell’encefalo viene “sottoposta a un black out, così che l’assorbimento dell’io all’interno di qualcosa di più vasto non deriva da una costruzione emotiva, ma scaturisce da eventi neurologici”. Tradotto in termini chiari non è vero che si sarebbe raggiunto la prova dell’esistenza di Dio ma la prova che il cervello si crea stati mentali attraverso i quali innesca la manifestazione degli stati mistici. Quindi le religioni, le ragioni di Dio o dello spirito, la santità e il misticismo, la spiritualità e l’esistenza dei maestri spirituali, non sono falsi, anzi sono veri, ma sono veri nel senso che è la mente che li crea al punto tale da rendere ineffabile la realtà di un divino che però è prodotto nell’encefalo posteriore. Scrivono infatti gli Autori che “i miti originano da pulsioni biologiche”, che i rituali sono “elaborati istintivamente in modo da innescare stati estatici”, che i mistici non sono “affatto pazzi”, che tutte le religioni sono “variazioni sullo stesso tema spirituale”. Due sono le fondamentali obiezioni a questa tesi che ha fatto (non si sa perché) il giro del mondo. La prima è che uno stato mistico ha sicuramente bisogno dei rituali che innescano la predisposizione dell’accoglimento o della risalita verso confini borderline della coscienza: però da quel punto in poi non sappiamo cosa succede e possiamo solo accertare che sono in atto, insieme all’evidenza mistica e trascendentale anche modificazioni encefaliche. Ma non è dimostrato affatto che sino le modificazioni encefaliche a produrre l’idea del divino quale si ritrova nel misticismo superiore. La seconda osservazione è che se Dio è una metafora prodotta dall’io, allora Dio non esiste ed è ingenuo scrivere che, dal momento che l’idea di Dio sorge dall’encefalo che la produce, la spiritualità e l’idea di Dio non moriranno mai . Naturalmente è vero che non tutti gli stati estatici sono anche stati mistici, ma il discrimine è proprio in questo sottile passaggio tra allucinazione e percezione trascendentale, cosa che i veri mistici sanno bene ma gli scienziati no se non fanno esperienza diretta di ciò di cui intendono parlare quando l’esperienza è nel crocevia tra l’essere e il non-essere. La tesi di Newberg e di d’Aquili (che ora è morto) si potrebbe, comunque, leggere su un secondo registro. Se è vero, e non dubitiamo che lo sia, che nel corso di intensa attività mistica la tomografia dimostra una intensa attività dell’encefalo posteriori in conseguenza della quale nasce il senso della religiosità e del misticismo, non è invece possibile che la rete dei neuroni determini la capacità di poter accedere ad una seconda coscienza nella quale (o da quel punto in poi) è possibile raggiungere lo stato della trascendenza? E dunque che le variazioni inducano più che creare l’accesso allo stato trascendentale? A noi questa sembra la conclusione (provvisoria, si capisce !) più corretta essendo convinti che ogni prodotto semantico passa comunque attraverso la mente ma che non necessariamente sia creato da essa. Ovviamente si tratta di un paradigma e non di una certezza, ma è questo il paradigma su cui è interessante lavorare più che sul pregiudizio di partenza che nega a priori ogni possibile trascendenza. C. P.
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