CREDERE DI CREDERE

E' possibile essere cristiani nonostante la Chiesa ?

Gianni Vattimo

Garzanti, 1998, Pagg.107, Lire 12.000

Si, ha ragione Vattimo nell'affermare che "nessuno di noi, nella nostra cultura occidentale - e forse di ogni cultura - comincia da zero nel caso della questione della fede religiosa" , per cui tutti la viviamo "come un ripresentarsi di un nocciolo di contenuti di coscienza che avevamo dimenticato....sepolto in una zona non precisamente inconscia della nostra mente...." Ma come ritorna ? Vattimo non se ne vergogna: torna con l'esperienza della morte di persone care o con la vecchiaia. "Io  non riesco a vedere la mia esperienza della permanente discrepanza fra esistenza e significato come esclusivo fatto biologico" (pag.12) e "il problema di Dio si pone in connessione con l'incontro di un limite, con il darsi di uno scacco". Ma Dio potrà incontrarsi  "soltanto là dove si urta in qualcosa di radicalmente spiacevole ?"  Perchè non succede mai, quando ad esempio "si vince alla lotteria ?" Vattimo sostiene che appaiono superate sia la "credenza nella verità oggettiva delle scienze sperimentali, sia la fede nel progresso della ragione e che la demitizzazione in atto nel mondo "si è rivolta anche contro se stessa, riconoscendo come mito anche l'ideale della liquidazione del mito". Ma ciò è sufficiente per tornare paradossalmente alla fede ? Vattimo accetta sia le ragioni di Nietzsche che di Heidegger - il nichilismo con cui entrambi vedono il senso della Storia dell'Occidente, ma anche la rifondazione dell'essere con cui Heidegger si espande in una nuova metafisica e anche la frantumazione della realtà e dell'oggettività quale effetto della scienza -  per approdare all'eredità cristiana; e spiega questo viaggio personale - diciamo sull'asse Gesù-Nietzsche-Heidegger - iniziato con Sergio Quinzio ( anche mio amico e collaboratore della prima serie di questa rivista) il cui punto di partenza è nella secolarizzazione, cioè in quel processo che non riconosce il sacro legato alla istituzione ufficiale delle religioni  che lo stesso Cristo  aveva denunciate fino a finire sulla croce.

   Tuttavia nel processo di secolarizzazione non ci convince una dialettica che pervicacemente vuole escludere una visione metafisica dell'essere: infatti viene fuori una strana relazione fra cristianesimo, ontologia debole ed etica della non-violenza.

   Tra l'altro, se può essere criticata la metafisica dell'oggettività, più difficile (se non improbabile) appare la critica alla metafisica della soggettività, nel senso che, da Freud in poi, tutto ciò che appare come inconscio è già aldilà dell'oggettività dei corpi, benché anche sui corpi ci sia molto da dire dopo la fisica della relatività. Credo che Vattimo si renda conto della complicazione. Tra l'altro  tutto il pensiero oggettivo è in crisi e la massiccia presenza dell'inconscio (da cui l'essere trova oggettività di presenza) obbliga a non poter più pensare alla coscienza come ad una struttura stabile, vera e assoluta. Quindi se c'è un'ontologia debole questa è proprio da estendere anche alla presenza di una mente (decartesiata, si può dire così ?) che non è controllata dal cervello, ma potrebbe essere l'effetto di una sottostruttura quale è l'inconscio. Da ciò si arriva sicuramente alla "consumazione di ogni filosofia oggettiva della storia", ma non, credo, alla consumazione della metafisica che, anzi, acquista maggiore spessore ove si ritorna all'essere e si perdono gli oggetti della quotidianità. Che cosa ha da dire il filosofo, se si parla di una metafisica laica nel cui orizzonte non ci siano le categorie supreme, nè l'Ente divino, ma semplicemente le realtà  soggettive di cui noi tutti siamo costituiti, noi uno per volta ? E' vero che il soggettivismo testimonia anche l'incertezza  della non obiettività e dell'assenza di neutralità: ma come risponde il filosofo alla riflessione (questa volta forte) che tante assenze di neutralità, quando in esse si riconoscono le costanti e le ripetitività, diventano dati oggettivi statisticamente validi ? Si tratterà di un post-metafisico, ma il post  non significa il fuori o il contrario della metafisica, ma solo un diverso orizzonte della metafisica stessa, nel cui percorso c'è l'essere che non richiama obbligatoriamente o necessariamente Dio. Certo, heideggerianamente la soggettività è sicuramente complice della metafisica e anche fenomenologicamente lo è, per cui bisognerà ancora convincerci (e non sarà facile) che le cose non debbano stare così. Problema di termini o di posizioni filosofiche concrete ? Vattimo cerca la salvazione attraverso Cristo secolarizzando il cristianesimo, proprio nel senso di separare  il percorso di Gesù da quello storico-mondano della Chiesa. Ha ragione, però argomenta all'interno della "sua" fede anche se lo dichiara apertamente e, quindi, bisogna dargliene atto. In questa chiave, però, Vattimo lascia oscuri molti punti (e lo invitiamo a chiarirli anche su questa rivista) che vengono sorvolati trattandosi del suo "personale" puzzle filosofico-religioso. per cui in nome di questo puzzle può anche scegliere - come dichiara di fare - la preghiera tradizionale salvo ad interrogarsi sulla destinazione della preghiera stessa, in un gioco infinito; ma appare una forzatura considerare l' Essere come evento, disancorandolo dall'oggettività della sua verità, solo per congiungere l'evento  al cristianesimo. Non so se dico bene, ma ritenersi effetto, erede, destinatario, può apparire una scissione fra l' Io e l'Essere. Io che penso, rifletto, io che mi riconosco come me, non lo posso fare solo perchè l'apparire in me di me, è la riverberazione dell' Essere? E dunque  io e l'Essere siamo una sola cosa, anche se non sono in grado di saperlo definitivamente, di verificarlo, di capirlo ?

 

Prodena@libero.it

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