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CHE COSA E' LA FILOSOFIA Deleuze-Guattari Einaudi, 1996, pagg. 248, Lire 28.000
Il costruttivismo di Deleuze e di Guattari mirerebbe ad un nuovo ordine, ma è costante l’impressione del disordine e di un mescolamento improprio del discorso che ora diventa iperbole e rischia di confondere le idee. Per evitare questo occorrono codici di interpretazione per un insegnamento paradossale che fa rimpiangere acutamente la limpida filosofia dei greci. Oggetto della filosofia, sostengono Deleuze e Guattari, è creazione sempre nuova di concetti che il filosofo non possiederà mai ma di cui sarà l’amico. Ne deriva, quindi, che la filosofia non è contemplazione, nè riflessione, nè comunicazione, ma solo creazione di concetti che solo il filosofo è autorizzato a creare. Deleuze e Guattari, infatti, sostengono che neppure l’artista vi è abilitato, poichè solo il filosofo è designato a tale creazione. Esempi di concetti? La sostanza di Aristotele, il cogito di Descartes, la monade di Leibniz, la condizione di Kant, la potenza di Schelling, la durata di Bergson. E tuttavia, non si tratta di visioni fisse e immutabili, perchè non necessariamente i concetti hanno il crisma della verità, però possiedono l’immortalità di essere inscritti per sempre nella storia della filosofia costituendo una sorta di “geografia tormentata” per cui ogni concetto può essere superato e mai cessa di cambiare. Ma se il concetto è un procedimento totalmente astratto che rende possibile la descrizione, classificazione e la previsione dell’oggetto che rinviene nella mente del filosofo (cioè la valutazione logico-formale) resta ancora valida la definizione di filosofia di Platone per il quale essa filosofia è (e deve essere) l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo? Cioè occorre una scienza nella quale il fare e il sapersi servire del fare coincidono, e questa scienza è la filosofia, altrimenti a chi serve la filosofia?. Del resto in questa stessa definizione, cioè di una filosofia che serva e sia di vantaggio all’uomo sono le definizioni che vanno da Cartesio e Hobbes, a Kant. a Dewey, tutti rientranti nella formula platonica attraverso la quale non si decide, (nè si inventa) sulla verità, ma sul principio che fonda l’istituto filosofico: principio che vede la filosofia proiettata, attraverso la saggezza e un metodo dialettico, a investigare per la felicità e la conoscenza degli uomini. Il problema è se l’apparire del concetto sia un atto costruito dalla mente (come sostengono Deleuze e Guattari, oppure se la mente “trova” i concetti e le idee), contrariamente alla tradizione platonica, che le idee esistono realmente nella loro perfezione, principio questo che fu avversato dallo stesso Aristotele per il quale, invece, le idee sarebbero frutto dell’intelletto, che attraverso i sensi, ricava, per astrazione, l’essenza formale degli oggetti, fino a Kant il quale opinò che i concetti sono il frutto dell’esperienza e quindi sono dati a posteriori pur ammettendo che devono esserci elementi a priori che consentono l’esperienza stessa. Come si vede resta tuttora aperto il problema della coscienza e dei suoi contenuti e insoluto se veramente, in un momento di decomposizione delle certezze, si abbia bisogno del paradosso o se la filosofia non debba rinunciare all’iperbole per entrare nella realtà interiore, la quale è sicuramente costituita da un altro disordine e da un altro caos, ma almeno è là in una realtà frammentata che necessita del creativo e dell’inventore, ma è là, disponibile a chiunque voglia volare.
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