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BEFFE, SCIENZIATI E STREGONI La scienza oltre realismo e relativismo Gabriele Lolli Il Mulino, 1998, pagg. 199, Lire 28.000
"Il postmodernismo si definisce cosi perché viene a sanzionare la fine delle lunga tradizione della modernità (o, in altri termini, della società e culture moderne occidentali), tradizione chiusa, autosufficiente, autolegittimantesi attraverso la svalutazione delle altre culture e la fissazione dei canoni dell'oggettività (......) in nome di valori dichiarati universali": è quanto scrive Gabriele Lolli, professore di logica matematica nell'Università di Torino, in questo libro abbastanza sarcastico per non essere preso sul serio. Ma il problema non finisce cosi. Perché alle ragioni universali della tradizione, la scienza, pur sostenendo la possibilità dell'errore, oppone la sua universalità oggettiva, almeno per quanto concerne il metodo. Non solo. E' in atto anche uno scontro fra i postmodernisti e i realisti, iniziato dopo gli anni trenta (a partire dal Circolo di Vienna: Wittgenstein, Schlick, Carnap) fino al relativismo radicale di Bloor e Latour o al multiculturalismo postmodernista: una concerie di definizioni che hanno il solo scopo di confondere o ridicolizzare (come fa Lolli) gran parte del campo perché ciascuno dei soggetti o intere scuole, per ottenere consenso hanno messo in atto quelle che Lolli definisce l'estenuante "pratica interminabile del dialogo": e così "i realisti si appellano a dati elementari, neutri, gestiti da tecnici e specialisti: gli ermeneutici, invece, vedono il mondo dissolto nel conflitto delle interpretazioni (....); i primi sono ovviamente autoritari e voglio impedire la discussione con l'imposizione". Ma non c'è nulla di più relativo della scienza e nel contempo nulla di più sacro e di stabile perché essa rappresenta la volontà di conoscenza e di verità che anima l'uomo anche quando sbaglia. Si arriva, dunque, alla polemica fra soggettivisti e oggettivisti, soprattutto nella contrapposizione filosofica e scientifica fra relativisti e assolutisti. Sullo sfondo, scrive Lolli, è "il vecchio problema della conoscenza" e rispetto alle tre alternative "di atteggiamenti possibili, quello realista ingenuo, quello filosofico fondazionale, e quello sociologico, ci si chiede come si collochi lo scienziato. Ma si assiste anche a posizioni radicali (e discutibili), come quella di Weinberg, per il quale con la nascita della scienza moderna si è creato un "fossato tra il mondo delle scienze fisiche e il mondo della cultura umana": affermazione discutibilissima e arrogante, dal momento che il mondo della fisica anzitutto è il mondo della nostra cultura e non appartiene ad un altro pianeta; inoltre il mondo della fisica è anche il mondo in cui siamo immersi come corpi e come coscienze giudicanti, per cui non si capisce a chi o che cosa servirebbe l'interpretazione o la scoperta delle fisica se a beneficiarne o a conoscerla non fosse l'unico destinatario possibile, vale a dire la nostra soggettività cosciente. Tutto ciò dà un'idea del libro e anche della situazione paradossale (che Lolli tratta con simpatica ironia) con rilancio di accuse che i relativisti e gli oggettivisti si scambiano continuamente fra loro. Finanche il concetto di paradigma diventa, nelle mani dei litiganti, abbastanza elastico o restrittivo e lo stesso dicasi per un termine ombrello quale è "scienza", la cui esplicitazione è tutta affidata alle corporazioni scientifiche entro le quali lo scienziato va a chiudersi come in una trappola.
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