L'ultimo libro di Corrado Piancastelli

IN UNA NOTTE COME QUESTA

HIBRIS Edizioni 365 pagg. 15 Euro

PREFAZIONE

                                                di Franco Voltaggio

 

   Nella tradizione dell’Islam si racconta che c’è una notte nella quale l’acqua contenuta nelle giare si trasforma in una bevanda squisita e il cielo stellato assume un chiarore che fa presentire l’alba senza riprodurne la luce livida e fredda. La notte sembra non dover finire mai, giacché suo compito è quello di aiutare gli uomini a declinare tutti i nomi della verità, un’impresa che richiede assai più tempo di quello che può essere misurato dai nostri orologi. Come in una lirica di Leopardi, essa si presenta “chiara, dolce e senza vento”. Parrebbe che tutte le passioni siano finalmente placate e che l’uomo sia in grado di raccogliersi in se stesso e scoprire quello che il buddhismo zen chiama koan ossia “documento pubblico”- “pubblico” perché universale- coincidente con la verità assoluta dell’essere, una verità inafferrabile nelle ore tormentate dal frastuono del linguaggio che imperversa nelle ore travagliate del giorno. La storia dell’Occidente è fitta di queste notti vertiginose. Alcune principiano con il crepuscolo del primissimo albore e in quello si identificano, come l’όρθρος del Protagora, che segna il reale incipit del magistero di Socrate o come l’imbrunire con il quale si apre l’Inferno dantesco. Altre sono invece fonde come le ore notturne trascorse da Descartes tra sogno e veglia a contatto del demone che gli suggerì l’impianto del Discorso del metodo o come la memorabile notte del 1676 passata da Leibniz, ospite nella modesta casa di Spinoza ad Amsterdam, nella lettura del manoscritto di Ethica  more geometrico demonstrata.

     A volte, tuttavia, “notte” è solo la metafora di un tempo, il “tempo dell’essere”, ritrovato sul filo dell’instancabile impegno di tutta una vita. E’ questo il caso, ci pare, di Corrado Piancastelli, una personalità che Adorno avrebbe definito savio-selvatica, “savia” perché contrassegnata da una sapienza umana che, frammezzo al rigore della ricerca e dell’avventura speculativa, riesce ad attingere la bonaria dolcezza di un raro buon senso; “selvatica” perché sprezzante del professionismo fine a se stesso, come di ogni collocazione, accademica o politica, da lui intravista come una gabbia in cui gli sarebbe stata impossibile la reale libertà di ricerca. Sotto questo aspetto, Piancastelli, che, come tutti i “napoletani veraci”, è in fondo al cuore un illuminista, è un “selvaggio”, anzi un “buon selvaggio”, capace di provare, sia pure all’interno di un'indagine scaltrita dall’uso di complessi strumenti concettuali, il candore dell’uomo delle origini che, di fronte al cielo stellato, transita dallo “spaventoso spavento” della sua venuta al mondo a uno struggente sentimento panico in cui la scoperta del sé più profondo coincide con l’avvertimento della totalità e unicità dell’essere. Questa esperienza, che ricorda da vicino quel sentimento oceanico, di cui faceva menzione Romain Rolland nel suo scambio epistolare con Freud, è stata attinta dall’autore nel corso di una vita intensa, nella quale hanno svolto un ruolo decisivo taluni eventi dell’adolescenza e della prima giovinezza e l’intenso lavoro di analisi compiuto con i tossicodipendenti. Dominante nel giovanile vissuto di Piancastelli l’incontro con una singolare figura di filosofo - un personaggio del quale il naturale riserbo dell’autore non ci ha permesso di sapere di più- che insegnava al ragazzo assai più con i silenzi che con i discorsi. Un magistero, in definitiva, che si risolveva nell’addestrare a vivere, in primissima istanza, la dimensione cruciale della solitudine, quest’ultima intesa tuttavia non come immodesta separatezza ma, al contrario, come immersione in una realtà dalla quale attingere le forze per entrare in un rapporto di solidarietà autentica con gli altri. E’ legittimo pensare che in quel tempo lontano nascesse in lui la ricerca di una professione in cui il ripiegamento in se stesso non si declinasse come solitudo, sola beatitudo, ma come ricerca di un sé universale, tale da garantire l’attingimento di una reale fratellanza. Di qui,  l’inevitabile scelta del “mestiere”- e ci scusiamo con Piancastelli se non ci sovviene, per la bisogna, termine più calzante - della psicoterapia e della critica letteraria col metodo psicoanalitico entrambe praticate per decenni nel solco della psicologia  umanistica fino ad approdare alla filosofia della mente.

      Il nucleo forte di  "In una notte come questa" è costituito dalla soggettività. Sappiamo, per antica frequentazione della filosofia moderna e contemporanea, che quello della soggettività è il tema cruciale dell’attività speculativa dell’Occidente, da Descartes agli esponenti della filosofia classica tedesca a Husserl, tutti autori presenti nell’orizzonte ideale di Piancastelli. Per solito in quei filosofi l’esplorazione del soggetto coincide con una fuga dall’essere, quasi che l’imperativo degli speculativi moderni s'identificasse con la violazione dell’interdetto di Parmenide, “tu non distaccherai mai l’ente dall’essere”. Il soggetto è, infatti, in questa tradizione speculativa, l’ente e il luogo principale del linguaggio e della strumentazione della logica. Descartes lo evidenzia come l’esito del dubbio iperbolico; Kant, nel paragrafo 16 della Critica della Ragion pura, ne fa l’oggetto di un’argomentazione per assurdo. Per molti versi  Husserl costituisce una rottura rispetto a quest'illustre retaggio. Husserl, infatti, pur avendo, infatti, volto l’Io, nei Prolegomeni delle Logische Untersuchungen in un πρότον τω λώγω, nel paragrafo 49 del primo libro delle Ideen zu einer reinen Phänomenologie ne opera un complesso tentativo di assimilazione con l’essere(“l’intero mondo spazio-temporale è, secondo il suo senso, un essere puramente intenzionale, poiché ha il senso, meramente secondario e relativo, di un essere per la coscienza”). Come dire che, una volta messo tra parentesi il mondo e con esso la corporeità stessa del soggetto pensante, c’è un’assoluta dimensione irriducibile, quella della coscienza che, in qualche modo, assorbe tutto l’essere. Questa dimensione non parentesizzabile è il noto “residuo metafisico”- è almeno questa l’espressione con cui solitamente gli storici della filosofia definiscono la coscienza scandagliata in questo capitale luogo delle Ideen- in cui, forse per la prima volta nel pensiero contemporaneo, compare l’essere assoluto del nostro sé. Ma, come si evince dalle argomentazioni di Piancastelli, il “residuo metafisico” non è che l’ombra del sé, quella che il linguaggio e la logica ci consentono di cogliere. La realtà del sé resta, in qualche modo, inafferrabile proprio perché irretita nelle maglie del linguaggio e della logica. Di qui il paradosso della soggettività. Essa è perché altrimenti Husserl, e noi con lui, non riusciremmo a coglierne l’ombra, ossia il “residuo metafisico”, che compare nelle forme proprie del linguaggio e della logica, ma sembra non essere, perché, a differenza di quanto accade alle ombre, non lascia intravedere il suo oggetto, talché ci troviamo di fronte ad una landa desolata, quella della nostra  quotidianità, nella quale sovente irrompe il presentimento dell’insolito e dell’inaudito che tuttavia pare non essere mai realmente colto da noi che l’abitiamo. Perché?

    La risposta a questo interrogativo ci viene fornita da Piancastelli lungo un percorso teoretico che si dirama per molte vie. La prima via si risolve nella disamina di un fatto che Descartes e Husserl avevano in qualche modo provato senza però riuscire ad esprimerlo (e non già per loro pochezza, ma per impossibilità metafisica): il sé avvertito come un Erlebnis, un vissuto che possiede la stessa intensa concretezza di tutti gli atti del vivere e perciò stesso si carica di tutta quella somma di sensazioni che sono proprie della corporeità. In Descartes l’Erlebnis del sé, descritto nel Discorso sul metodo, è, infatti, associato all’angoscia di un inganno che potrebbe essere ordito da un demone meschino- quel malin genie, che spesso nella ricostruzione storiografica viene, con qualche miopia, identificato con un banale artificio retorico- e, a sua volta, in Husserl l’intensa emozione del paragrafo 49 costituisce lo sbocco degli Erlebnisse visivi evocati dalla meditazione del filosofo, narrata nel medesimo primo libro delle Ideen, sulla celebre incisione di Dürer ,Il diavolo, la morte e il cavaliere. Quella remota angoscia e quell’estatica contemplazione tuttavia, riprodotte nella scrittura, inevitabilmente si estenuano, giacché scriverne  equivale non a riviverle, ma a “tradirle”, facendole slittare sul piano inclinato della scrittura. In questa, infatti, s'incontrano tutte le categorie della logica, prodotto mediato e secondario del sé, tra le quali principale è quella della causa. Siamo abituati a vedere in un quid l’effetto di alcunché e il sé o coscienza, che pure è un prius, viene riguardato come un posterius . Da questa constatazione nasce per Piancastelli la necessità di operare un ribaltamento della causalità a tutto tondo, quella scientifica, e, nel contempo, di annullare il grumo di equivoci che si annidano nella dicotomia oggettività- soggettività. Per rispondere a questa necessità, l’autore percorre una seconda e terza via, ardue e impervie - se anche i ciottoli concettuali, di cui sono costituite, risultano levigati dai passi di innumerevoli cercatori di verità- che sono, rispettivamente: l’indagine sulla crisi della causazione classica nella scienza contemporanea(con una speciale attenzione alla meccanica quantistica, dai cui quanta sono emersi i qualia, realtà non risolvibili dal formalismo matematico matematico convenzionale), affiancata da una ricerca sul ruolo della creatività nella scoperta scientifica; l’esame degli “stati modificati di coscienza” e delle esperienze di pre-morte o, per meglio dire, del morire ricostruite attraverso le testimonianze di persone tornate in vita dopo un intenso vissuto patologico sfociato in un infarto cardiaco grave o in un collasso cardio-circolatorio esito della fase terminale di una grave malattia(è questa, in un certo senso, la parte più “empirica” del libro, data da una narrazione di numerosi casi ampiamente validati in strutture ospedaliere). In tutti questi vissuti emerge, con la forza di una inconfutabile prova, la verità cercata per tutta la vita dall’autore: l’esistenza di un essere, il sé, non assimilabile in assoluto alla coscienza individuale, che per altro si presenta, al pari del “residuo metafisico” di Husserl, come la sua veste(quasi una forma di travestimento) più immediata e appropriata,  ma identificabile con un’energia cosmica - avvertita nelle esperienze di pre-morte - che si incarna, da un lato, nel linguaggio e nel processo conoscitivo convenzionalmente intesi imponendo ad essi i vincoli categoriali della logica, dall’altro, nella stessa materia inanimata, per la quale valgono le regole di regolarità e predittività della fisica e della chimica classiche. Una concezione, questa di Piancastelli, in cui si avverte l’eco della profonda suggestione esercitata sull’autore dalla identità materia- energia di Einstein e la memoria, forse più remota, ma non per questo meno forte, della riflessione di Schelling per il quale la natura era intesa come una “coscienza pietrificata”.

      In questa prospettiva s'inquadra il significato delle pagine, tra le più belle e intense di In una notte come questa, dedicate ai contenuti cruciali della psicologia del profondo. Per reperire, nei modi suoi propri, quello che fu un contenuto cruciale della ricerca di Jung, “l’inconscio non sta sotto ma sopra la coscienza”, Piancastelli opera un tentativo di decifrazione della “follia”, un nome collettaneo per definire l’universo dei disordini mentali, dei quali egli non investiga tanto la natura   patologica, quanto  il significato ed uso di quel messaggio che si risolve nel delirio. Per molti versi, il delirio- il cui significato originario, dal latino delirium, è un “uscire” de lira, ossia dal seminato, dunque, metaforicamente, dalla ragione- pur mantenendo la facies di un comportamento mentale patologico, è presente, quale condizione costante, nelle attività intellettuali più elevate, in quanto è contrassegnato dalla fuoriuscita del soggetto dalla razionalità convenzionale. Se questo è vero per il “delirio speculativo”, come nel caso del paragrafo 49 del primo libro delle Ideen, non è meno vero nell’alone concettuale della innovazione scientifica. Quando, per esempio, Maxwell ipotizzò l’esistenza di una superficie sufficientemente liscia e compatta, l’etere, in cui potessero essere individuati i campi di distribuzione delle cariche elettriche e magnetiche, compì un’operazione letteralmente delirante, in quanto abbandonò il dominio delle entità, la cui esistenza può essere provata sperimentalmente. L’etere, infatti, non esiste.

     Se ci caliamo in questa ottica, scopriamo con Piancastelli, qui sorretto dalla sua lunga esperienza di psicoterapeuta, che la follia, latamente intesa, non ha soltanto una sua logica, il “metodo” di cui parla Shakespeare in Amleto, ma addirittura un suo magistero che ci consente di vedere la razionalità per quella che effettivamente è: da un lato, una direzione che talora si deve necessariamente abbandonare lasciandosi prendere dalla corrente di idee che affiorano dal profondo e che, spesso emergendo nel sogno, hanno il carattere allucinatorio proprio dei contenuti dell’inconscio; dall’altro, un prodotto dell’inconscio stesso, ché è appena il caso di sottolineare come nel “delirio scientifico”, nel corso del quale compare il filo di Arianna che poi condurrà alla scoperta, sono già presenti le condizioni che condurranno alla razionalità consueta. Maxwell, per esempio, dopo aver formulato le equazioni dell’elettromagnetismo, se ne servì per spiegare fenomeni, prima indecifrabili, tornando alla sperimentazione razionale.

    Considerazioni come queste sono ormai largamente consuete tra gli storici della scienza e tra gli stessi scienziati. Rientrano in quel settore disciplinare che è la psicologia della ricerca e hanno contribuito in misura crescente, a partire dalle pionieristiche, magistrali riflessioni di Gerald  Holton, a chiarire il ruolo dell’immaginazione nel lavoro scientifico. Ma, ed è qui l’interesse preminente di In una notte come questa, il suo autore fa qualche cosa di più, mettendo capo ad un’operazione culturale estremamente significativa, che costituisce in qualche modo il messaggio del libro.

    Se la genesi della scienza ha le sue radici nel profondo, nascendo le sue idee cruciali da una dimensione onirico-allucinatoria, la sua matrice, come quella della conoscenza in generale, è nell’inconscio, cioè nell’abisso del sé dove non esiste distinzione tra soggetto e oggetto, io e natura, causa ed effetto e dove, altresì, si producono le reticolazioni che danno luogo al linguaggio, alla logica e alle loro regole. Ma che cosa è in definitiva l’inconscio? Per taluni aspetti, questa domanda, avrebbe detto Heidegger, è mal posta. Non è possibile infatti definire l’inconscio, giacché questo stesso interrogativo è un suo prodotto, così come non è possibile definire l’essere, poiché è proprio l’essere a dar vita alla cosiddetta domanda prima: che cosa è l’essere?. In ultima analisi, sappiamo, come a suo tempo affermò Parmenide, che “l’essere è”. E’ però questa la sola cosa che sappiamo, e d’altronde ci rendiamo ben conto che domande, quali “che cosa è l’inconscio?”, “che cosa è l’essere?” sono destinate a riproporsi incessantemente, senza mai trovare risposta. Adorno diceva che si tratte di interrogativi che stanno più in alto delle loro possibili risposte.E’sino a questo punto che è pervenuta la filosofia tradizionale- in cui incontriamo lo stesso Heidegger- la quale non ci sottrae certamente al  rischio di accontentarci dell’esistente. Se, infatti non compiamo un passo ulteriore, possiamo crogiolarci nell’universo della quotidianità, magari, sulla scorta di Heidegger, denunciandone le voci come “chiacchiera”, ma lasciando nel contempo che il mondo segua il suo corso, un cammino spesso affollato dagli spettri dell’infamia e della dissennatezza. Ci pare sia questo l’atteggiamento di tanti “Heideggerlingen”, adagiati su un uso della propria vita nel quale sembra smarrirsi del tutto il programma di Parmenide: transitare dall’essere a Dike, ossia alla giustizia, un progetto in cui si muove la severa concretezza dei Greci, e nel quale sarebbe necessario  ritrovarsi come nella casa paterna cui, a un certo punto, appare doveroso fare ritorno. Ma in quale modo?

    Certamente non sappiamo che cosa sia il nostro sé più profondo, ma questa ignoranza non deve farci dimenticare che noi, in essenza, siamo il nostro sé, al quale possiamo sempre ritornare sol che lo vogliamo. Per riuscirci disponiamo di un “veicolo” sul quale salire- e usiamo questo termine nell’accezione del vihara buddhistico- un veicolo rappresentato da un singolare medio, ossia dalla figura del maestro, una sorta di padre-gigante sulle cui spalle arrampicarci. Può questa persona   essere un filosofo o un maestro di verità, un mistico, una figura sacrale, ma anche, più semplicemente(e forse più veracemente) il nostro doppio, il daimon socratico. Apparentemente, in questo caso, il Maestro sembra risolversi in una replica sbiadita di noi stessi, in quella dimensione, sovente trita e banale, che il senso comune, senza rendersi ben conto di quel che dice, chiama “la voce della coscienza”. In realtà, si tratta di cosa di ben diverso spessore, giacché il δαίμων o maestro si configura come l’immagine dell’umanità che è in ciascuno di noi, ossia come l’altro me stesso, che posso ritrovare nei tanti uomini e donne con cui entro in contatto, specie se li incontro al livello della sofferenza e della disperazione(nel che risuona l’eco dell’intensa esperienza dell’attività psicoterapeutica di Piancastelli). Ma se le cose stanno così, se questa è la fede dell’autore, scaturiscono dall’incontro con questo “amico ritrovato” almeno due conseguenze che sono, a nostro parere, il sale del libro: l’impossibilità di altre mediazioni che non si risolvano in questo medio essenziale, dunque il rifiuto di qualsiasi confessione religiosa e del pari di qualsiasi affiliazione politica; l’implicita messa a punto di un programma dell’ontologia che, chiarita la natura dell’essere, ripropone in chiave contemporanea l’antico progetto di Parmenide, il passaggio alla vera giustizia. Di qui l’autentica passione civile dell’autore, da anni impegnato, sulle pagine della rivista da lui diretta, Uomini e idee, in continue battaglie culturali e politiche per affermare i principi della tolleranza, della solidarietà, della libertà, della vera fratellanza. Nelle pagine di In una notte come questa il lettore troverà la voce e gli affetti di un uomo che ha vissuto la felice contaminazione tra misticismo e illuminismo. Nel mondo ideale dell’autore, il primo ha restituito intensità emozionale ad un intellettualismo ormai esangue e contaminato da una sorta di veteropositivismo, il secondo ha sottratto il primo all’estenuazione, sempre possibile, della meditazione fine a se stessa. Ci troviamo forse, nel caso di Corrado Piancastelli, di fronte a un maestro, del quale tanti di noi, e in particolare i politici, avrebbero bisogno? Ma a questo risponda il lettore.

                                             

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