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FILOSOFIA DI UOMINI E IDEE A) Il paradigma di base dell'intera impostazione che scaturisce dai seminari di Corrado Piancastelli è il recupero di una dimensione laica del principio dell'Anima. L'ipotesi, verificabile anche con una metodologia appropriata, è quella di una struttura autonoma di natura inconscia che permea di sé le istanze primarie della mente. Si viene così a costituire una triade anima-mente-corpo, integrata a vari livelli, che interagisce col mondo circostante e trae da questi ulteriori elementi di unione-disunione. I segnali che suffragano il paradigma di questa realtà autonoma che affianca l'attività inconscia della mente sono le tracce di momenti superiori che si costituiscono in funzioni inconsce "atipiche" rispetto al bios: per esempio l'intuitività, la creatività, l'arte, la simbolizzazione, la metafora, l'umorismo, la libertà, l'esperienza interiore da cui origina il pensiero filosofico, i fenomeni della pre-morte, l'in-sé nella meditazione profonda, le grandi trance, l'estasi, il misticismo, lo sciamanesimo, ecc.. L'osservazione di queste "qualità" giustifica la presenza metafisica nel discorso filosofico. Qualsiasi obiezione al riguardo (ormai frequente nella filosofia contemporanea) è falsificata, poiché le attività interiori del tipo descritte, non si spiegano con i processi della materia dura di cui è costituito il neurone e l'insieme dell'attività cerebrale. L'impianto metafisico della mente creativa pertanto costituisce una struttura ontologica parallela all'inconscio. Stando così le cose il discorso dell'Anima rappresenta un paradigma scientifico da verificare. La lezione di Piancastelli intende subito chiarire che l'intera impostazione del discorso non si fonda sulla fede ma sulla ragione. Tuttavia non disconosce il valore dell'intuizione e della conoscenza. Non c'è alcuna unione con la teologia, viene preferita la metodologia delle scienze finché è possibile; viene privilegiata la logica filosofica laddove la scienza è debole o ipotetica. Termini come Dio, Anima, Spirito, Metafisica, Ontologia, ecc. vanno di volta in volta chiariti e vengono assunti in modo cautelativo dal momento che non esistono termini sostitutivi soddisfacenti. Il sostantivo laico, continuamente usato, in questo testo, vuole indicare una filosofia non confessionale, cioè indipendente e autonoma nei confronti delle religioni.
B) Per Anima s'intende una struttura reale e non metaforica o simbolica, completamente separata dal processo psichico col quale è, tuttavia, in continua correlazione, a cui per convenzione è stata attribuita una denominazione "spirituale" per distinguerla da un sostrato "materiale". In realtà -secondo la nostra ipotesi di lavoro- l'Anima è verosimilmente un processo autonomo e conchiuso in sé, costituito da una energia sconosciuta che i grandi pensatori hanno definito "spirito" in tutte le filosofie, il quale è probabilmente assoggettato a principi e leggi anch'esse sconosciute. Il termine "processo" -qui adoperato a ragion veduta- vuole anche indicare che l'Anima è un movimento, cioè si tratta di una realtà in continua evoluzione, che tuttavia conserva la coesività, l'unità, l'individualità, l'autocoscienza, l'intelligenza, la capacità di leggere il Sé e il fuori di Sé. L'evoluzione cambia la qualità dei contenuti, ma non modifica l'individualità e la percezione di sé: se ciò avvenisse anche l'Anima sarebbe destinata a morire, cioè a perdersi nell'irriconoscibilità di sé. Ciò che viene definito "Spirito" o "Anima" non sarebbero altro che termini ombrello puramente apparenti di uno stesso processo. L'Anima è la modalità con cui lo Spirito si mostra e si relaziona col variegato universo esterno al Sé, allo stesso modo in cui il linguaggio è la rappresentazione di un'idea. Lo Spirito è la sostanza, l'Anima è il suo apparire e relazionarsi. L'azione di questo processo, lo stare in sé e l'uscire del sé nella realtà esterna, è ciò che viene indicato come Essere. Si tratta di un processo autonomo e involontario nel senso che l'Anima non può non essere fuori da sé (nel senso del manifestarsi) e non può non essere entro di sé (nel senso di esistere e dell'appartenersi). Se le cose stanno così, l'insieme del processo -così come conosciamo dallo studio dell'inconscio- è atemporale e aspaziale, e deve obbligatoriamente utilizzare la corporeità, ma nel contempo questo processo è al di là del linguaggio come noi l'intendiamo poiché segue regole di costruzioni simmetriche di tipo inconsce per cui la grammatica del suo funzionamento non ricade nelle categorie logiche del linguaggio convenzionale e non è afferrabile se non con un processo individuale astratto di tipo intuitivo-creativo. Ciò nonostante la sua influenza sui processi inconsci e mentali, è rilevabile attraverso le tracce psicologiche e le pulsioni atipiche prima descritte che hanno generato nella storia le grandi mutazioni etiche e filosofiche che costituiscono sia una civiltà in movimento che soggetti in possesso di coscienza cogitativa e cognitiva di elevata creatività e capacità interpretativa del mondo. Nasce in questo modo, cioè dal connubio fra anima e mente neuronale, quel processo di distacco dalla natura fino alla formazione della scienza e alla capacità logica di leggere la storia della realtà quale appare ai sensi dell' "homo" superiore fondatore delle arti, della scoperta e della conoscenza: i tre momenti magici che rendono l'Essere la fonte primaria che unisce eufemisticamente e poeticamente, ma anche in modo concreto, il cielo e la terra. L'Anima rappresenta, a tutti gli effetti, l'area interiore, la coscienza alta e profonda dove si costituiscono i bisogni ontologici di appartenenza alla trascendenza di Sé e i processi astrattivi anche di tipo mistico come, ad esempio, il desiderio di sacralità, il desiderio di un Dio, l'immaginario, il radicamento di Sé, il bisogno di autorealizzazione, ecc.
C) L'ulteriore ipotesi di lavoro è che l'Anima potrebbe essere immortale, vale a dire che non soggiace al logorio dell'esaurimento e della morte. Se l'Anima non è il prodotto della mente e dei neuroni, non essendo di natura corporea non è assoggettata al cambiamento di stato come accade alla organizzazione cellulare, ma è piuttosto fondata sul principio dell'energia, la quale è immortale. Se è ancora valido il principio fisico che nulla si distrugge ma tutto si conserva, l'ipotesi che la struttura di base della personalità, vale a dire l'Anima, sia indipendente dall'involuzione della morte è scientificamente corretta. La morte, infatti, è un cambiamento di stato della convenzionale materia apparente, non dell'energia, e quindi non dell'Anima. E' possibile che anche parti dell'inconscio (freudianamente intese) sopravvivano alla morte cerebrale, per cui una filosofia della mente che ne contempli l'eventualità rientra in modo legittimo in un concetto di metafisica laica e nel lavoro concettuale sulle ipotesi di nascita della coscienza e della soggettività. Ma noi, in questa teorizzazione introduciamo un elemento aggiuntivo, e cioè che l'indistruttibilità di tipo leibniziana si conservi con l'immortalità del soggetto in quanto tale , vale a dire che si conserva l'individualità cogitante, senza la quale il soggetto, come tale, sparirebbe, lasciando il campo alla sola energia anonima e indifferenziata che costituirebbe la fine semantica, ontologica e individuale del soggetto. L'individualità è quel sostrato unitario, il marchio differenziato, matrice distintiva dell'Essere e della Persona, che consente alla soggettività di autodifferenziarsi, cioè di non perdersi e di non spaesarsi nell'oceano della mente, mentre la soggettività è la stessa individualità che si trasforma in un atto di coscienza di sé unica e radicale, partecipando in tal modo al processo storico (intuitivo e contemporaneamente razionale) ma contemporaneamente cognitivo e intuitivo che si svolge nel sé e nel fuori di sé. Si realizza in tal modo l'essenza del viversi il processo dell'esistenza la quale si costituisce e si evolve attraverso processi semiotici e semantici in cui tal soggetto si inserisce continuamente, evolvendosi (cioè conoscendo) e offrendosi partecipativamente.
D) La soggettività è dunque, l'elemento fondante del neo-umanesimo. E' la soggettività che costituisce il principio della libertà poiché consente a ciascuno di sviluppare se stesso senza le coartazioni morali delle culture sociali e religiose, col solo obbligo di assecondare i processi etici della convivenza umana. Ma la soggettività è anche un processo in evoluzione, poiché è costituita da percezioni, emozioni, conoscenza e affettività, a differenza dell'individualità che è, invece, il principio unitario e autonomo intorno al quale si costituisce la soggettività, vale a dire l'Io, l'autocoscienza che la Persona ha di sé. Entrambi, individualità e soggettività, costituiscono dunque gli aspetti fondamentali dell'Io, sono facce della stessa medaglia determinando, insieme alla struttura ontologica, il mondo dell'Anima, a cui la mente (costruita neuronalmente col linguaggio e le immagini del mondo) conferisce sia il timbro dell'umanità, cioè della specie, sia il velo che occulta e copre la stessa natura interiore: tale velo, costruito dalle norme sociali, religiose ed economiche, unitamente ai processi storici e antropologici, diventa alienazione. Questo tipo di alienazione è per noi definito "sovrastruttura". E' il mondo dell'anima, cioè del processo ontologico sottostante la mente, la struttura.
E) La sovrastruttura è un modello umano che ha lo scopo di legare la psiche (e dunque il corpo) alle regole del mondo determinate dai processi culturali, religiosi ed economici della Storia. Tanto più la sovrastruttura abolisce le pulsioni dell'Anima (e del mondo interiore che vi corrisponde e con cui interagisce), tanto più il soggetto è reso schiavo. Più la sovrastruttura detta le regole dell'agire e del pensare, più al soggetto viene impedita la libertà dell'Anima che, in pratica, è la libertà di essere se stesso e di realizzare le pulsioni morali e i fini della vita. Ne consegue che l'agire libero -che non produca limiti all'azione libera di altri soggetti simili- è il primo e fondante atto morale del soggetto. E' altresì evidente che è il solo soggetto, però libero dalla sovrastruttura, ad essere il padrone di sé stesso proprio perché è solo la soggettività quel processo di auto-coscienza (non trasferibile ad alcuno) che ci consente di autoriconoscerci, di sapere in ogni istante che "nel pensare e nell'agire siamo sempre e soltanto noi" nella nostra corporeità di viventi e non altri, per cui si determina la riappropriazione naturale e ontologicamente universale della nostra interiorità, col conseguente diritto alla propria integrità così come si presenta nella coscienza libera.
F) La libertà del soggetto è un Valore per eccellenza ed è la massima espressione dello Spirito o Anima perché contempla scelte e opzioni in qualsiasi direzione, poiché in qualsiasi direzione c'è sempre conoscenza e scoperta da realizzare sia di sé che del fuori di se. Infatti così come non esistono esperienze e conoscenze che non nascono e non si costituiscono nel Sé, nello stesso modo non esistono esperienze negative, ma solo conoscitive, per quanto drammaticamente possano realizzarsi nel loro formarsi e svolgersi. L'assenza di una vera libertà, affrancata da complessi di colpa indotti da culture condizionanti, vanifica l'esperienza interiore perché trasforma i soggetti in meccanismi ripetitivi ed ossessivi, ridotti a larve mascherate da uomini, resi alienati da principi non dimostrati, forse indimostrabili, dogmatici e probabilmente inesistenti. Nel parlare di libertà come vero modello, tuttavia si allude alla libertà matura. La libertà matura è quella che nasce dal soggetto liberato dalle sovrastrutture e reso consapevole sia del rispetto dovuto alle altrui libertà e sia dei fini della vita. Pertanto il soggetto maturo è la Persona che, resa libera dalle catene della sovrastruttura e dalle catene fondamentaliste, concepisce la vita in termini di crescita e di conoscenza, coopera al benessere sociale, possiede la virtù di condividere e promuovere la stessa libertà negli altri, corregge le proprie possessività, i narcisismi, gli stereotipi nevrotici e caratteriali, comunica col sé senza chiusure, abolisce i pregiudizi, i razzismi e i tabù.
G) Dalle considerazioni precedenti si deduce che si deve porre una differenza fra morale ed etica poiché l'uomo non vive solo in se stesso ma si relaziona al mondo e dunque deve rispettare i diritti altrui. La morale è una norma soggettiva, personale. Essa nasce e risponde alle esigenze psicofisiche, culturali e volitive della Persona vista nella sua unità individuale e soggettiva, ma soprattutto è l'espressione del complessivo Valore ontologico ed evolutivo strettamente espresso dal soggetto. E' soprattutto l'applicazione della morale soggettiva che ci libera dall'angoscia della vita e dalle nevrosi caratteriali ed esistenziali, poiché tale morale (con il suo progetto e i propri bisogni conoscitivi) rappresenta ciò che effettivamente la Persona è nel profondo. La morale soggettiva costituisce quindi il nostro mondo privato e ci ricongiunge alle esigenze individuali dell'Essere, vale a dire della nostra Anima. Tuttavia l'appartenenza, oltre che a se stesso, anche al mondo, determina uno scambio fra diritti e doveri, nel senso che le leggi devono essere costruite in modo che ciascuna soggettività non leda il medesimo diritto delle soggettività altrui. Ciò prende il nome di etica per cui è opportuna, come si è detto, la distinzione fra morale privata e personale (il proprio modo di leggere il mondo e dell'agire soggettivo) ed un'etica pubblica (il modo di dover partecipare alla vita sociale collettiva). Oltre a tale alternativa fra privato e pubblico, ogni altra interferenza indipendente dai diritti di convivenza civile, che detta norme non civili è non solo puro arbitrio ma violenza morale a tutti gli effetti, poiché crea sovrastrutture coercitive capaci di determinare, arbitrariamente, sofferenza, complessi di colpa e paure per ipotetici castighi inventati al solo scopo di controllare le coscienze dei cittadini per fini politici ed economici. Anche l'insieme degli obblighi etici è comunque da definirsi "sovrastruttura". Dalle considerazioni fin qui esposte scaturisce un enorme corollario di conseguenza.
H) La vita è sacra (cioè irripetibile nella sua soggettività) soltanto perché c'è l'Anima, cioè il mondo interiore dell'Essere, la natura ontologica di sé. Le pulsioni dell'Anima rappresentano il fine della vita. Perché viviamo? Ragionevolmente, se c'è veramente un'Anima lo scopo dell'esistenza non può essere il solo soddisfacimento dei beni ludici, ma quello di realizzare un progetto inscritto nell'anima e che verosimilmente è percepibile decodificando l'inconscio, il luogo cioè dove presumibilmente si radica per partecipare all'esperienza della vita umana. Poiché nella maggior parte dei casi nessun vivente conosce il proprio progetto, tranne in circostanze speciali (per esempio certe spiccate vocazioni) esso resta occulto alla coscienza perché riguarda sfere troppo profonde perché si possa immediatamente riconoscerlo senza il lavoro costante di ricerca di sé. Quale può essere lo scopo per cui l'Anima abita un corpo? Non esistono altre risposte oltre quella di utilizzare la corporeità per conoscere e sperimentare, attraverso di essa, il mondo delle sensazioni e delle azioni vissute dal punto di vista della materia corporale. In tal modo la corporeità funge da mediatore, per cui il principio della materialità (e non quello della spiritualità fine a se stessa) è il fine della vita. L'anima verrebbe a vivere l'esistenza umana (che, filosoficamente rappresenta il fuori e contemporaneamente l'altro da Sé) per conoscere la materia. Le conseguenze di tutto ciò, sulla morale e sull'etica, sono enormi e tutte logicamente concatenabili. Ora però, nasce questa domanda: ma perché l'Anima necessiterebbe della conoscenza della materialìtà?
I) Per rispondere al quesito precedente dobbiamo risalire a principi non dimostrabili ma esclusivamente razionali e logici. Se accettiamo il paradigma dell'esistenza dell'Anima, dobbiamo ipotizzare che esistano almeno lo Spirito e probabilmente Dio, ma conveniamo che sarebbe molto utile, in una discussione del genere, definire "spirito" e "Dio" con termini diversi di cui, però, al momento non disponiamo. Articoliamo il paradigma in questo modo. Deve esistere una struttura potenziale (probabilmente eterna) dotata di coesività eterna, individuale, autonoma, distaccatasi o generata da una sostanza antecedente alla quale dare il nome convenzionale di Spirito-Anima. La sostanza antecedente è convenzionalmente chiamata Dio, ma può anche trattarsi di un tipo di energia dotata di una intelligenza creativa in grado di autoprodursi e autoconservarsi attraverso principi e leggi a noi sconosciuti. E' una ipotesi, lo sappiamo, ma in un paradigma scientifico del sacro può reggere fino a prova contraria. Così come sussistono le nostre individualità unità viventi, è difficile poter escludere l'esistenza di altre unità viventi o di una unità più complessa (Dio) generatore delle altre. Anzi proprio la nostra esistenza come complesse unità viventi dimostra che ne esiste la possibilità finanche sul piano scientifico. Se le cose stanno così, lo Spirito è costituito anche dagli attributi di questa sostanza, benché potenziali, altrimenti avremmo una donazione dell'energia primaria (Dio) e avremmo Dii in un numero esponenzialmente infinito. Ma nell'universo, nel mentre è dimostrabile l'esistenza delle nostre vite, non è possibile evidenziare l'esistenza di un dio molteplice, ma solo di leggi molteplici. In ogni caso non sappiamo nulla di ciò che è realmente avvenuto (o che avviene) ma possiamo ragionevolmente supporre che lo Spirito -ove se ne confermi l'esistenza- sia di origine derivata allo stesso modo dell'energia universale che costituisce la fisica e la meccanica dell'universo. L'ipotesi, dunque, di una struttura primaria (Dio) e di una struttura secondaria (lo Spirito) ha valore paradigmatico. Questa struttura primaria definita Dio potrebbe aver emanato da sé i suoi due fondamentali aspetti: la sostanza unitaria, e individuale (lo Spirito differenziato) e l'energia indifferenziata che ha dato luogo all'universo delle cose. L'Essere, o ciò che chiamiamo Essere, è definibile nel suo duplice aspetto sia dell'esistere in sé come principio e sia nella sua costituzione di fondamento ontologico dello Spirito in quanto unità ed è riconoscibile nei due significati dell'esistere in quanto verbo e del sussistere in quanto fondamenta dello Spirito. Il verbo emanare attribuito a Dio vuole precisare che Dio non crea poiché non trae dal nulla ma trae da sé, per cui si ha emanazione (trasferimento di), non creazione. Ciò che è emanato conserva la natura della fonte che lo ha emanato per cui, nella fattispecie dello Spirito, questi è costituito da una realtà interiore che è propria della qualità divina (eterna e infinita) ma contemporaneamente anche della realtà esterna da sé, cioè della mutevolezza delle aggregazioni di energia (e della materia propriamente detta) per cui è costretto a viversi ed a "conoscere" entrambi gli aspetti, vale a dire il duplice cammino, quello interiore e quello esteriore. Per dirla in modo semplice l'evoluzione e la crescita avvengono all'interno della struttura dello Spirito, ma mediante il percorso conoscitivo esterno, cioè attraverso l'altro aspetto (meccanico) della realtà universale. Ma se il cammino esteriore è il percorrimento della "forma" con cui si è disposto meccanicamente la realtà universale, il cammino interiore (laddove si elaborano le informazioni) è costituito dalla risalita in sé, del processo intuitivo e conoscitivo che riporta tendenzialmente l'Essere verso Dio. Ambedue i percorsi sono infiniti ed eterni, per cui è verosimile che lo Spinto non cessi mai di esistere. Il concetto di Anima e Spirito va cosi ulteriormente chiarito e riassunto: lo Spirito è il principio unitario (struttura esistente come realtà di energia) fondamentale della vita (Essere vivente e non solo referente, astrattamente filosofico) che appare nell'esterno di sé (modellandosi nella realtà che incontra e diventando cioè una funzione) apparendo come "Anima". Spirito e Anima sono, quindi, due facce della stessa unità. L'Anima emanata da Dio, evidentemente, ha il fine di autoconoscersi e, nel contempo, di conoscere Dio e ogni aspetto della Realtà. Trattandosi di strutture infinite questo cammino è eterno e si svolge attraverso il principio dell'evoluzione; se avesse un limite, se venisse riassorbito in Dio, il soggetto perderebbe la sua individualità e morirebbe veramente. Nello stesso tempo, questa struttura primaria che definiamo Dio non può essere il risultato delle forze della natura, poiché il principio di unità dello Spirito dimostrerebbe un ascendente avente lo stesso carattere unitario del generato. Il panteismo è dunque da rigettare.
L) La vita umana è, in via ipotetica, uno dei segmenti conoscitivi dell'universo. Senza il percorso della materia l'Anima resterebbe priva di quell'insieme di conoscenze esperenziali che solo un corpo, ed un unione di più corpi (come società umana vivente) può dare. Questa esperienza della materialità è dunque lo scopo fondamentale per cui l'Anima vive la corporeità. In nessuna altra forma, per quanto si immagini, lo Spirito potrebbe assumere le esperienze dei sensi e dell'organizzazione sociale di "questa" storia terrestre. Nel contempo, però, l'Anima tenta, con le sue pulsioni, di ritrovarsi nella materialità. Da ciò lo scontro fra pulsioni interiori e controllo sociale, ma anche la necessità di assecondare lo sforzo di liberazione attraverso la decodificazione degli impedimenti. La sovrastruttura vieta alla struttura di apparire alla stessa coscienza poiché il controllo (regole, tabù, condizionamenti, ecc.) impedisce all'Anima di mostrarsi e di viversi, cioè di essere se stessa. La vita interiore, in tal modo viene coperta dalla sovrastruttura, si nullifica e perde il suo scopo, generando nevrosi esistenziali, depressione e malattia.
M) La conseguenza di quanto fino ad ora esposto è essenzialmente questa: solo la vita della nostra interiorità è autentica. Il corpo è un mezzo di contatto fra l'Anima e la sua conoscenza, perché solo attraverso la vita del corpo-mente si possono realizzare le esperienze. Ne discende anche che solo l'esperienza costituisce evoluzione reale, non la teorizzazione dell'esperienza. E' l'agire (individuale e sociale) cosciente e programmato che spinge l'Essere, non la contemplazione estetica dei principi e l'obbedienza passiva. Per potere agire come soggetti siamo però costretti continuamente alla disobbedienza morale nei confronti dei principi che minacciano il mondo privato della nostra coscienza, perché essere liberi significa pensare con la propria individualità matura, non attraverso le coscienze e le culture altrui.
N) L'esistenza della vita come evento non solo biologico, ma essenzialmente ontologico, trasforma la filosofia dall'uso del sapere a vantaggio dell'uomo (come l'intendeva Platone nell'Eutidemo) o lo studio della saggezza (Cartesio) o critica dei valori (Dewei), "in cura" esistenziale della persona. Ma la "cura", per esempio "Heidegger", implica il riconoscimento di una malattia (per malattia noi intendiamo la patologia della sovrastruttura che impedisce al soggetto -struttura- di essere se stesso), la cui guarigione rende possibile realizzare i valori che l'Anima riconosce come luoghi di esperienza e di conoscenza.
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