Conferenza del 21/11/05 presso

L’ISTITUTO DI STUDI FILOSOFICI DI NAPOLI

Corrado Piancastelli - Renato Palmieri- Roberto Germano

 

PERCHE’ NEO UMANESIMO

di Corrado Piancastelli

 

Considerata la generalità con cui ci ha abituato la televisione nel trattare i problemi culturali, credo che chi partecipa a dibattiti in ambienti prestigiosi come questo, si aspetti ben altri approfondimenti. Primo fra tutti quello di definire con chiarezza la materia di cui si parla. E questo è il mio compito perché umanesimo è una parola usata da tutti, ma non tutti sanno cosa veramente significhi.

Col termine “umanesimo si usa indicare due cose diverse. Nel primo significato ci riferiamo al movimento filosofico e letterario che ebbe origine in Italia nella seconda metà del XIV secolo e da qui si diffuse in Europa con i connotati della cultura moderna. Nel nostro contesto, invece, ci riferiamo al secondo significato, cioè ad un qualunque movimento filosofico che prende a suo fondamento la natura umana e i limiti e gli interessi dell’uomo.

In questo senso l’umanesimo è non solo filosofia e scienza, ma anche politica nel senso sontuoso del significato.

Nel primo significato l’umanesimo è la culla del Rinascimento: i suoi capisaldi riconoscono la totalità dell’uomo in questo mondo e si esaltano la dignità e la libertà, il valore dell’etica non metafisica, riconoscendo il posto centrale dell’uomo all’interno della natura e la sua storicità.

Nel secondo significato l’umanesimo accentua le possibilità intrinseche all’uomo, ma anche i limiti. Fondamentalmente l’uomo viene posto al centro della realtà e del sapere e vi è connessa l’idea che l’uomo debba guardarsi dalle forze che minacciano la sua dignità. Per questo motivo all’umanesimo si associano varie specificazioni, per cui si parla di umanesimo cristiano,  socialista, esistenzialista, marxista ed anche di antiumanesimo. Per esempio Nietzsche rifiuta l’umanesimo che rivaluta l’uomo perché afferma che ogni soggetto è una maschera idealizzata; Heidegger, a sua volta, utilizzò l’umanesimo tradizionale contestando la celebre frase di Sartre il quale aveva detto che “noi siamo principalmente su di un piano dove vi sono soltanto gli uomini”; Heidegger gli contrappone che ciò non è vero, in quanto l’uomo è solo il pastore dell’essere, ma non il padrone dell’ente.

Una terza contestazione al vecchio umanesimo che centrava tutto sull’uomo, ci è poi venuta da Lévi-Strauss il quale, opponendosi all’esistenzialismo, alla fenomenologia e al marxismo, sosteneva che per conoscere l’uomo bisogna distruggere il soggetto, dissolverlo, in modo da poterne studiare solo la struttura. Su una strada simile sono Foucault e Althusser, sostenendo - come aveva fatto Lévi-Strauss - che noi siamo solo una struttura e possiamo, sì, pensarla e descriverla, ma di essa non siamo il soggetto, né coscienza sovrana; e ciò almeno fino a Lacan il quale disse che finanche nella cura analitica non è il soggetto che parla nelle nevrosi ma sono le nevrosi che parlano tramite il soggetto. Il soggetto, cioè, non è il centro della soggettività autocosciente, ma è la serie delle connessioni che formano l’inconscio.

Ma cosa esattamente significa soggettività? Con questa parola si intende la capacità che gli oggetti esterni e il pensiero interiore siano presenti in una coscienza individuale. In questa coscienza sono anche rappresentabili (in ciascuno di noi separatamente, le percezioni, i sentimenti, i pensieri, il nostro grado di maturità, di consapevolezza, di volontà, ecc. e si definiscono soggettive perché non possono essere osservate dall’esterno e sono descrivibili solo dal portatore. Il contrario del soggettivismo è l’oggettivismo, incarnato dalla psicologia behavioristica, che osserva solo le manifestazioni del soggetto ignorandone volutamente le cause.

Negli ultimi tempi gli attacchi alla soggettività sono stati portati da molti movimenti e, guarda caso, soprattutto dalla Chiesa cattolica. Si è posto così in atto una delegittimazione della soggettività cartesiana e idealistica. I due filosofi francesi Deleuze e Derrida ipotizzano un universo desoggettivizzato costituito da centri di forza operanti su “mille piani” (l’Antiedipo). Derrida giunge addirittura a sostenere il primato della scrittura sulla voce, ma la scrittura intesa come testo impersonale concepito come “campo trascendentale autonomo” rispetto ad ogni soggettività (Della grammatologia). Lo stesso Gadamer privilegia il “primato della cosa sul soggetto”. Con Gadamer ci troviamo, però, di fronte alla strana situazione del gioco. Mutuando un’idea di Heidegger, Gadamer sostiene che l’uomo è un linguaggio che parla al posto del “parlante” (che sarebbe l’essere) teorizzando che l’uomo, in definitiva, è un giocatore giocato. Questo concetto è molto interessante. In pratica, nella vita sarebbe in atto un gioco che gioca il linguaggio stesso, il quale rivolgendosi al giocatore (l’uomo) si offre e si sottrae, ponendo “domande alle quali dà esso stesso le risposte acquietandosi” (Verità e metodo). Noi avremmo la certezza di essere noi, ma in realtà c’è qualcuno che parla per noi. C’è poi Vattimo per il quale il soggetto forte è rappresentato dal pensare  in modo metafisico (Al di là del soggetto) la cui assenza origina il pensiero relativo e debole.

Mi fermo qui in questo velocissimo e incompleto escursus ma sarebbe molto interessante discutere le varie tesi, attraverso le quali per molti di noi, sorge un ripensamento umanistico che è sempre più urgente in questo momento storico che ha posto in crisi una buona parte della cultura e della politica contemporanea.

Il neo-umanesimo a cui pensiamo è l’unione di due istanze filosofiche che attraversano l’umanesimo tradizionale, ma inglobano l’Illuminismo e si emancipa, in definitiva, dalla crisi moderna almeno da Wittgenstein in poi. In buona misura il nostro neo-umanesimo ripensa al soggetto quale centro del mondo, recupera una totale laicità, ridiscute la scienza, e fonda una metafisica scientifica in opposizione al riduzionismo della scienza materialistica.

Personalmente sono per la centralità del soggetto perché riconosco la funzione esemplare della coscienza della sua dimensione trascendentale in linea con la fenomenologia di Husserl. Senza la sua soggettività – la soggettività che cogita in senso cartesiano, cioè il soggetto che pensa di sé – l’essere umano è nient’altro che un ammasso di cellule. Del resto la polemica contro la soggettività che oggi è posta dalle religioni monoteiste è facilmente smontata dall’esperienza a prescindere dai diritti umani, sostenuti dall’Illuminismo e della libertà di pensiero.

L’esperienza si forma anche osservando ciò che accade intorno a noi oltre a quelle cui partecipiamo direttamente.

Vi enumero poche cifre fra le tante. Secondo i dati ISTAT in Italia, ogni anno vi sono circa 5.000 morti per suicidio, vale a dire 13 morti al giorno. Ma vi sono anche altre 4.000 tentativi di suicidio, che portano a 9.000 persone in grave crisi esistenziale che cercano di morire con la metà che ci riesce. In Europa c’è un suicidio ogni 9 minuti.

Un secondo esempio: in Italia 5 milioni di persone sono affette da depressione e nel mondo si arriva alla sbalorditiva cifra di un miliardo. Conoscete tutti, mi auguro, le polemiche sorte in ambito americano per la diffusione del Prozac tra ragazzi e adolescenti. Un segnale di malattia sociale che coinvolge ora anche i bambini, come denuncia l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi fermo a questi due fenomeni: suicidio e depressione. Ma potrei portarvi dati tremendi che vi persuaderebbero del tutto sulla diagnosi conclusiva: il soggetto è stato espropriato dalla sua capacità soggettiva di coordinarsi con i vistosi cambiamenti che sono intervenuti nella società dell’era moderna. E’ quindi sbagliata la diagnosi filosofica che nega l’esistenza del soggetto ed è valida la riflessione che il soggetto non è assente ma ammalato.

Chi si suicida o cade in depressione è un soggetto che pensa e pensa in modo soggettivamente drammatico. Pensa in modo da non saper uscire dalla trappola del mondo: la sua esistenzialità entra quindi in crisi per cui la cancellazione di sé, (attraverso la morte per suicidio o la chiusura sociale e psicologica col mondo, cioè la depressione), rappresenta l’indicatore primario di una soggettività che non riesce ad essere se stessa.

Se questi pochi dati che vi ho esposto devono avere un senso il loro significato ci dice che il motivo per cui naufraghiamo è perché la maggior parte degli uomini del nostro tempo non sa cosa farsene della propria vita da cui deriva che il problema è l’assenza di una forza interiore, dunque soggettiva, compensatoria dello stress esistenziale a cui siamo esposti in una realtà sempre più alienante e priva di senso, per cui l’ipotesi che sia in crisi il rapporto tra ambiente e soggetto, non è poi tanto peregrina. Se continuiamo ad espropriare le persone della loro soggettività ci troveremo ben presto a dover far i conti con una irreversibilità e degrado della coscienza senza gli strumenti per guarire.

Basti pensare che si è addirittura parlato, erroneamente, di “una spiritualità della depressione” (D.Widloche, La depressione, Laterza, 1985) e, pur senza radicalizzare il problema a favore del biologismo o dello psicologismo, ormai è certo che le due componenti possono coesistere e rinforzarsi a vicenda. La problematica esistenziale del soggetto è comunque sempre insorgente e questo lo vediamo, ad esempio, nell’alcolismo e nelle tossicodipendenze, così pure il disadattamento sociale a cui stiamo andando incontro per il depotenziamento o assenza della nostra identità ci è fornita da indicatori sociali che mostrano la crisi della famiglia e l’alterato rapporto tra genitori e figli.

Purtroppo siamo diventati cittadini che non si riconoscono come persone soggettive, ma attraverso le maschere che sono diventate parte della nostra mente. Siamo malati perché non ci identifichiamo nei valori che, come specie, ci hanno distinto dalla natura e siamo diventati oggetti e macchine viventi alla mercé dell’alienazione, asserviti alle egemonie delle politiche e delle religioni e poi, nei secoli più recenti e fino ad oggi, del tutto dipendenti dalla robotizzazione tecnologica.

Quali sono questi valori i cui dovremmo riconoscerci? Si può provare una prima e sicuramente incompleta mappatura che fonda una sorta di modello di neo-umanesimo capace anche di essere terapeutico-sociale:

1) – il riconoscimento di Persona distinta dalla natura, quindi distinzione tra l’appartener-ci e l’essere nel mondo:

2) – l’appartenerci non vuol essere inteso come dato narcisistico. E’ invece, proprio il senso della nostra unità con cui ci confrontiamo con il mondo anziché esserne fagocitati: questo è il punto più alto della libertà;

3)– la capacità di capire che siamo o dobbiamo essere noi a controllare gli avvenimenti che ci riguardano e non ad essere controllati dal mondo;

4) – la riappropriazione di valori che non appartengano né alle religioni né al diritto, né a sinistra né a destra, ma alla natura dell’essere ed ai principi della libertà, giustizia, tolleranza, accettazione dell’altro, solidarietà, onestà, dovere, riduzione della ossessività, dell’egoismo, del narcisismo, della ossessività, ecc.

5) – raggiungere l’autopercezione che c’è un input che proviene dal nostro interno (alto, profondo) che domina la scena della coscienza. Un input dal quale promanano le radici di ciò che chiamiamo l’Essere (la nostra Anima?) intorno al quale si costruisce il misero Io suggerito o imposto dal mondo. Per tale motivo noi siamo in catene ancor più che nel fondo della caverna di Platone. Da tale fondo possiamo emergere solo con un gesto liberatorio e terapeutico che possiamo e vogliamo definire cura e riappropriazione umanistica di sé. Ciò passa attraverso l’antifilosofia accademica, l’antidogmatismo delle religioni fondamentaliste e attraverso una scienza che deve rammemorarsi di essere figlia dell’umanesimo. E’ a causa di questa diaspora che dobbiamo lamentare non tanto (e non solo) la morte di Dio, ma anche quella dell’uomo, morto avvinghiato a se stesso, ovvero prima alle ideologie e poi a quel metodo radicalmente scientista (che molto spesso non coincide con la scienza intesa “scienza dell’uomo”) che Nietzsche aveva diagnosticato come sostituto della ragione e che ha purtroppo lasciato l’uomo in una solitudine asettica entro la quale ci siamo smarriti e molti di noi addirittura perduti irreversibilmente.

Eppure se a noi, in quanto intellettuali e filosofi umanisti, ci sembrano verosimili e dialetticamente fondate le tesi che ho appena esposto, il riduzionismo  scientifico (che è scienza parcellizzata) diventa, al pari della teologia che nega valore alla soggettività, la più importante avversaria del neo-umanesimo che invece attribuisce senso alla Persona nella maniera più estensiva del significato. Intendiamoci, sono un sostenitore  della scienza intesa come metodo operativo, non sono d’accordo sull’esclusivo potere della scienza di pretendere per sé tutta la verità. Sono convinto della necessità di operare con scienza, perché senza metodo, è bene dirlo, non si va da nessuna parte, neppure nella speculazione filosofica. Solo la teologia può funzionare senza metodo perché si fonda su rivelazioni, non sulla ragione incardinata alla dimostrazione. Ma anche la scienza incappa nei suoi limiti, uno dei quali è la svalutazione del significato. Per la scienza gli oggetti funzionano in quanto tali, non hanno altro significato che il loro funzionamento e ciò porta ad un nichilismo puro. Alla domanda cos’è il nichilismo infatti  Nietzsche risponde: “Nichilismo? Manca il fine; manca la risposta al perché; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalutano” Tutti i valori supremi, verità, bene, Dio, si svalutano e periscono. Il mondo ideale di Socrate e di Platone viene distrutto, anche se c’è un nichilismo cosiddetto attivo che svaluta il mondo della materia e accresce la presenza dello spirito che in tal modo diventa ospite inquietante. In un libro celebre di Heidegger, Oltre la linea, oggetto del contendere è infatti  la linea di demarcazione del nichilismo, il limite cioè della nostra epoca giunta al meridiano zero oltre il quale non valgono più gli antichi strumenti di navigazione per cui lo spirito del nostro tempo è in grave affanno. Rifondare, dunque, gli strumenti di navigazione e costruire altre mappe per il nostro sapere? Un futuro affascinante…

Nel confronto con Heidegger, un altro filosofo, Junger, azzardò, negli anni cinquanta, una terapia della malattia nichilistica, attraverso la crescita degli inviolabili spazi dell’interiorità individuale e dell’oasi di libertà private, come l’eros, l’arte, l’amicizia e la morte. Per Heidegger il superamento del nichilismo implica anzitutto la sua conoscenza, dal momento che il nichilismo non è una ideologia ma un evento che appartiene alla storia dell’essere, al suo sottrarsi e donarsi nelle vari aperture storico-epocali della metafisica, da Platone fino ad oggi. Per capire questo evento, il solo modo non è quello della volontà di superarlo, ma di abbandonarsi all’essere.

Operazione, questa, condivisibile, che però crea un nuovo conflitto con la scienza, perché questa – come ha detto Galimberti – esige, essendo un metodo, per la sua costituzione – essendo un metodo - una coscienza intersoggettiva, un intelletto che lasci fuori di sé ogni sorta di condizionamento psicologico. Tale è il cogito cartesiano da cui prende avvio la scienza nella sua accezione matematica. Ma qui la psicologia viene a trovarsi in una contraddizione insuperabile perché se la scienza può nascere solo in presenza e ad opera di un cogito, cioè di un pensiero  depsicologizzato, se la non interferenza dello psichico è la prima condizione per la produzione di un discorso scientifico, se la soggettività empirica e individuale è proprio ciò che non deve interferire dove l’analisi pretende di essere oggettiva, può la psicologia prodursi come scienza senza abolire se stessa?

Questa osservazione, la cui concettualizzazione tuttavia si trascina da tempo immemorabile, viene posta in essere dal fatto che l’oggetto, ovvero il bersaglio di ogni ricerca sulla mente è la mente stessa. Per cui, se nelle scienze naturali ogni dato è da connettere con altri dati per costruire uno schema che appaia, oltre che significante al ricercatore stesso anche operante nel senso ludico o teorico o tecnologico, in psicologia (ma anche in filosofia) i dati hanno significati per i soggetti percepienti e coscienti, non per automi che nulla intendono. Lo scienziato che nega la coscienza intenzionale non fa questa affermazione proprio utilizzando la sua coscienza? Ecco perché Galimberti dirà che “destituire il fatto psicologico del suo significato è distruggere il fatto psicologico”. E’ noto – come ho già detto prima - che è specialmente il comportamentismo a rinnegare il “significato” nel senso dell’occhio interiore che osserva se stesso. Secondo questa psicologia, esagerandosi nel soggettivismo, non sarebbe più possibile l’osservazione oggettiva. Ma se questo va bene per nevrosi circoscritte, per esempio le fobie, non va più bene se cadiamo in una nevrosi esistenziale o in quelle legate alla nostra infanzia.

Noi non siamo solo comportamento manifesto, ma viviamo soprattutto per eventi interni che sono di natura emozionale, inconscia, affettiva.

In base ai principi del comportamentismo (nati dalla psicologia e filosofia del Circolo di Vienna), stante anche l’enorme diffusione che esso ha avuto e la sua analogia con la scienza cosiddetta sperimentale, ciò che noi chiamiamo significato non sarebbe altro che un comportamento. Ad esempio, affermare che io ho mal di pancia non fa riferimento ad uno stato mentale in cui io sento il mal di pancia, ma significa che io sto esibendo un comportamento di dolore di pancia. Cioè il soggetto che sente il mal di pancia non è tenuto in alcun conto perché a lui non si annettono significati.

In questo modo l’introspezione è eliminata e con essa anche l’inconscio. Non c’è alcun dubbio che, in una visione della mente così costruita, non ci vuole molto ad affermare che praticamente non c’è alcuno stato di coscienza e quindi, paradossalmente, noi non esistiamo o esistiamo come puro processo materiale. Ovvero, se siamo solo ciò che esibiamo, cosa accade quando (come scrisse Watson nel ’76) ad esempio pensiamo silenziosamente tra noi? Chi ha una paralisi totale esibisce solo il non movimento, dietro il quale la persona non c’è? Oppure: che cos’è l’emozione? Dunque, per questa psicologia, c’è una scelta rigorosamente anticartesiana che però arriva alla situazione di una cultura che ignorerà la depressione, i bisogni interiori e finanche la crisi esistenziale riferita all’assenza di valori di ancoraggio di tipo astratto. Tale posizione appare la precisa conseguenza di voler identificare la mente col comportamento (specie Ryle). Manca cioè il soggetto. Infatti, dirà proprio Ryle che,  usando termini come “desiderare”, “amare”, cioè quando usiamo categorie di riferimento interiori, noi non dobbiamo riferirci ad entità invisibili (come lo spirito e la mente) ma solo a comportamenti, disposizioni del corpo. Quindi, se affermo che amo, non esprimo qualcosa che è legato ad un’anima o mente astratta, o sentimenti ed emozioni, essendo vero solo un comportamento mostrato che definisco “amore”; null’altro che un dispiegamento di manifestazioni dietro le quali non c’è nessuno, niente altro. Come nasce questo fisicalismo così esasperato che oggi mostra, tuttavia, il suo limite di fronte al dilagare della depressione generalizzata e alle forme sempre meno controllabili del disadattamento esistenziale che crea suicidi, tossicomani e disadattati in una catena così tragica? Su queste basi si instaura ogni dittatura e le persone vengono assoggettate a poteri esterni al soggetto. Ovviamente, con un linguaggio che è socio-politico, la democrazia è il suo esatto contrario, perché in democrazia sono i soggetti che contano ed eleggono i governi. In democrazia  vige il principio dei diritti della persona e i diritti individuali sono inviolabili proprio perché riconoscono l’essere come soggetto.

I filosofi sanno – o dovrebbero sapere – che se con Cartesio ci fu una identificazione del mentale col privato, (penso, dunque sono) è però con Wittgenstein che avviene la separazione avendo egli argomentato che il linguaggio non può essere privato, poiché se resta privato non si può verificare. Non solo: come già aveva sostenuto Schlik fin dal 1936 (Significato e verificazione, Pasquinelli, 1969), i criteri pubblici di verificazione e di controllo appartengono solo ai comportamenti osservabili, non ai riscontri introspettivi e, quindi, soggettivi.

Wittgenstein dunque perseguita essenzialmente gli stati soggettivi, nega il linguaggio privato come indicatore di eventi interiori e di entità immateriali e lo fa valorizzando il carattere intersoggettivo del linguaggio, quest’ultimo considerato il solo mediatore della comunicazione col mondo. Wittgenstein non ha tenuto in alcun  conto l’esistenza, anch’essa intersoggettiva dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni, della volontà, dei desideri. Il linguaggio è per lui essenzialmente pubblico, ma in tal modo resta del tutto oscura l’espressione solipsistica del dolore e della tragedia personale trattandosi di stati qualitativi ai quali non può accedere nessuno. In realtà, in questa accezione, il filosofo- terapeuta o lo psicologo comportamentista non tratteranno con la persona in quanto tale, ma esclusivamente con ciò che viene esibito da una macchina corporea in veste di identità sociale.

Il problema di Wittgenstein è infatti linguistico, grammaticale. Egli separa la prima dalla terza persona. La prima persona non è verificabile. Se io dico “ho mal di pancia” nessuno lo può verificare e quindi appartiene ad una classe diversa dalla terza persona. A parere di Wittgenstein non c’è, ad esempio, qualcosa che possa verificare la proposizione “io ho mal di denti”, perché la domanda stessa “come fai a sapere che hai mal di denti? é un non senso (Tractatus logico-philosoficus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, 1974). La risposta “lo so e basta” non ha valore, poiché è soggettiva.

E’ lo stesso principio che adotta la scienza riduzionista quando considera un esperimento senza tener conto dell’intero contesto in cui si sviluppa. Si tratta di una filosofia scientifica che non si occupa del senso, cioè del significato dell’intero insieme.

Il neo-umanista, pur non negando questa procedura a volte necessaria, lo inserisce, però, sempre in una visione olistica e non segmentaria.

Perché se il mondo è, come crede Wittgenstein, una esclusiva relazione linguistica valida per il gioco complessivo che esprime, c’è da chiedersi il motivo della Storia e cosa farne della valanga di morti impigliati nella rete del linguaggio e deprivati di ogni soggettività e moralità.  E’ vero che la soggettività subisce l’alterazione e la deformazione proprie  della sensibilità individuale, perché ognuno pensa ed agisce diversamente da un altro, ma se sono io a sentire quel dolore e non lo sente un altro, è quel dolore che assume  emotivamente e ontologicamente un senso per me; è vero che esistono una sfera privata ed una  sfera pubblica, ma in quanto persona o unità vivente, io sono soltantoe per me, si capiscesolo la mia persona privata; è vero che io funziono nell’interrelazione con gli altri, ma è in questo scambio di due soggettività non omologate che si può svolgere il dibattito della vita e si stabiliscono le diversità che concretamente costituiscono il processo dialettico della società e della cultura; è vero che nel rapporto terapeutico lo psicologo tace, perché non deve imporre il proprio linguaggio, ma lo fa solo per motivi tecnici ed etici. Ma è anche vero, però, che nel momento in cui mi relaziono con l’altro questo mio privato relazionare diventa pubblico perché, nella reciprocità del rapporto con un altro o con la società, io in un certo senso perdo il mio personale segreto privato: comunicandolo il linguaggio diventa pubblico ma se non partissi dal mio essere un soggetto di diritto mi trasformerei in una macchina.

Non si pensi che queste siano solo speculazioni teoretiche. Il mercato finanziario mondiale si muove in quest’ottica: non esistono persone, ma solo consumatori. La Chiesa, a sua volta,  attacca il relativismo etico della modernità e la società trasformatasi in mercato, ma attacca anche l’individualità soggettiva. I singoli individui, per la teologia, non sono portatori di diritti, ma portatori di obbedienza.

Teorie come queste di cui ho appena parlato, nelle mani di un dittatore totalitario, diventano una miscela micidiale, enormemente più dirompente del nazismo il quale almeno salvava il popolo tedesco mentre qui non si salva nessuno.

Ecco perché, se siamo persuasi che il linguaggio è tutto, e noi siamo un interfaccia di pubblico e di privato, dobbiamo anche denunciare che “questo linguaggio è ammalato” e lo è nel momento in cui si privatizza nell’ignoranza  e nelle prigioni delle ideologie senza più riuscire ad uscire  dalla trappola in cui è caduto. Infatti il linguaggio privato è significante se è libero  se è maturo. Se si uniforma alle ideologie dominanti perde ogni valore.

Nel momento in cui le persone perdono la capacità critica e le pulsioni sociali, si spalanca la trappola della caverna di Platone da cui gli uomini vedono solo ombre e credono che quella sia la realtà e la verità.

Ed è questo il tempo che stiamo vivendo dal cui fondo fra poco non saremo più in grado di capire quali sono le ancore di salvataggio.

Una visione  terribile, non solo completamente anti-umanistica, ma proprio anti-umana che culturalmente ci fa regredire a meccanismo di robot.

E’ questo lo scenario in cui si muovono i suicidi, le depressioni, la precarietà dei rapporti umani, la crisi della famiglia e delle coppie, i tossicodipendenti, il dilagare della violenza, il dramma dei nostri figli senza più speranze, il disincanto di vite trascorse con i feticci della televisione e della pubblicità e che trovano una conferma empirica nel quotidiano, nel quale la macchina linguistica mostra tutti i suoi effetti deleteri una volta deprivata dell’intimità dell’io-tu che si racconta e si costruisce. In tal modo le città diventano sempre più inabitabili e anti-umane, la medicina sempre più condizionata alla pura osservazione meccanica (dove sono più i colloqui “clinici” tra medico e paziente?) e sempre più spersonalizzata, gli spettacoli sempre più conformi ai “media”, un radicamento sempre più insistito finanche su una letteratura “da centomila copie” costruita per la vendita senza qualità o su una cultura che esalta l’isola dei famosi.

La tecnologia ci ha aiutato ad allungare la vita e ci ha sollevato da tanto onerosi lavori. Ma oggi il problema è quello di riempire lo spazio del ritrovato tempo libero con usi e restituzioni alla soggettività che abbiano un senso e di dare al linguaggio la dimensione di libertà e di  ricchezza privata che esso contiene, senza la quale l’uomo non può più vivere ma solo disperarsi.

Non siamo macchine, è questa la nostra reazione, ovvero non siamo  totalmente macchine, ma dobbiamo anche imparare a non essere servi di volontà e di culture da propinarci come se fossimo degli imbecilli.

Il neo-umanesimo ci appare necessario non  per velleità culturale di principio, ma perché senza il riconoscimento della sua anima perduta, l’uomo smarrisce il proprio senso di appartenenza e il proprio significato.

E’ questa la malattia della modernità: cioè la crisi d’identità di uomini che hanno perduto le radici del proprio esistere come viventi. Ormai la gente parla e soprattutto pensa sul modello del linguaggio della televisione, dei giornali e della pubblicità  soprattutto il pericolo è la quasi completa mitizzazione sia dei linguaggi che delle tecnologie. Oggi conta di più ciò che è mediato dai mass-media che la personale ricerca attraverso il lavoro culturale. Le opinioni non  si costruiscono più attraverso lo studio e la scelta critica, ma vengono riversate direttamente nei cervelli dai mass-media e dai suoi istrioni.

Bisogna fermare questa patologia al più presto, prima che diventi totalmente irreversibile.

Il ritorno all’umanesimo non è solo, quindi, un dovere terapeutico o vagamente intellettualistico, ma un atto politico e filosofico per rispetto e per dovere verso la storia dell’uomo poiché in poche decine di anni abbiamo perduto la millenaria fatica dell’evoluzione entro la quale fu proprio il raggiungimento della soggettività e la capacità di pervenire ai significati a farci superare la Natura ed a farci riconoscere come Persone.

E’ questo il senso dell’umanesimo e di una filosofia che riconosce e dimostra l’esistenza di valori all’interno dell’individuo in modo tale che funzionino come ancoraggi.

E’ questa la posta della libertà, e la libertà consolida l’ancoraggio perché è espressione della volontà soggettiva di ciascuno di noi.

Dobbiamo imparare a coltivare la disobbedienza etica verso tutto ciò che ci condiziona.

Del resto l’uomo è sempre un Giano bifronte e la nostra è una rivoluzione morale della coscienza. Ho già detto che quando pensa l’uomo compie un atto privato, quando lo comunica compie sempre un atto pubblico. Se assume in sé un pensiero maturo, nel momento in cui lo agisce e lo comunica entra nella s fera sociale con la quale media, per necessità, con le leggi civili e democratiche della collettività le sue intenzionalità private. Non c’è una discrepanza tra privato e pubblico quando la democrazia è matura, e una democrazia è matura solo quando spariscono i poteri che asservono le maggioranze, per cui l’isolamento narcisistico è neutralizzato nell’accoglienza sociale che egli riconosce alla persona, come i diritti e libertà di pensiero, di espressione e di azione, nel rispetto della stessa altrui libertà. Altro che relativismo morale: qui ci troviamo di fronte ad una vera libertà matura che, almeno per noi, è il momento più avanzato e alto dell’etica.

La coscienza, come già aveva visto Husserl, é una unità che comprende aree diverse di pensieri in un unico flusso di movimento verso la sua stessa utopia: il sogno, la poesia, l’arte, Socrate e Cristo accumunati in un progetto da svolgersi enigmaticamente nella realtà del mondo. In questa chiave il neo-umanesimo è sempre filosofia che si interroga sul senso della vita e diventa non solo scienza che riflette e cerca la conoscenza delle cose, ma anche ricerca  e passione dell’interrogante che cerca il senso della vita cominciando quando era ancora un homo sapiens sapiens, cioè circa 35.000 anni fa, quando da primate si trasformò nell’uomo misterioso quale noi siamo diventati, l’uomo Straniero di cui ancora cerchiamo le vere tracce dopo tanto interrogarci. In questo cercare attraversiamo il deserto della nostra millenaria ignoranza ma oggi non ci bastano più, come una volta, i miti e le illusioni, abbiamo bisogno di qualcosa di più che soddisfi la  sofisticata cultura che ci siamo costruiti faticosamente.

E perciò cade nel giusto la meditazione di Dannie Abse: “Alla fine Dio caro, hai dovuto andartene. Licenziandoti la tua assenza ci ha fatto rinsavire. Eppure la nostra oscura decadenza lamenta ancora che l’uva sia soltanto uva e grano il grano, conserviamo per mostra il vino e il pane.

Ma ecco l’ipocrito inganno che bussa alle nostre porte: quando parliamo così ci accusano di essere relativisti etici. Io credo che  negarci  il diritto di essere noi stessi sia il peggiore affronto che si possa fare all’uomo, alla democrazia e alla libertà.

Per questo, fondamentalmente per questo, è importante ripensare all’umanesimo come ad un’ancora di salvezza. Ripensare, cioè, alla natura individuale e interiore dell’uomo vuol dire anche interrogarci sul perché siamo in questo mondo negli che ci tocca vivere.

 

Grazie

 

prodena@libero.it

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