FAMIGLIE IN CRESCITA E FAMIGLIE IMMATURE

L’AUTENTICA COPPIA, L’EDUCAZIONE DEI FIGLI

Conferenza di Simona Bartolucci 

tenuta a Terni il 20 febbario 1998

 

Nell’affrontare la tematica dell'unione, del matrimonio e della coppia in genere, non possiamo esimerci dal verificare quanto accade intorno a noi: costantemente assistiamo a  coppie che si disfano, problemi che lacerano e fanno soffrire l'intera famiglia, separazioni e conflitti improvvisamente insanabili laddove, fino al giorno prima, sembrava esserci un accordo esemplare.

Come è stato possibile, ci si chiede, che persone che tanto hanno reciprocamente diviso e condiviso e tanto si sono scambiati (quasi sempre per lunghissimi anni), diventino poi acerrimi nemici pronti a dichiararsi guerra in qualsiasi momento?

Non c’è bisogno di andare lontano: queste unioni frantumate o pronte a disfarsi sono in mezzo a noi, fra i nostri stessi amici.

Perché succede? Dove e quando è cominciata la catena degli errori? E si è trattato di errori?

L'amore per una donna o per un uomo, afferma Corrado Piancastelli in una sua relazione  non nasce da una dipendenza genetica e familiare come l'amore per la madre o per il padre.

I genitori si trovano a predisporsi come tali già prima che i figli nascano: il loro amore è un obbligo futuro a cui non potranno sottrarsi se il figlio nascerà.

Per un compagno di vita le cose non stanno così, in questo rapporto d'amore i due esseri si incontrano in un periodo qualsiasi della loro vita, in modo estemporaneo, senza un legame precostituito.

Perciò in un determinato momento un uomo e una donna, incontrandosi, avvertono il bisogno di rivedersi, si sentono attratti, si creano una reciproca dipendenza, vogliono scambiarsi ancora di più, si cercano sempre di più: è questo l'innamoramento che diventa amore solo ad alcune condizioni: le più difficili, date le sovrastrutture che abbiamo.

La prima di esse è il senso di appartenenza senza possessività patologica e nel rispetto delle reciproche libertà.

Non può esistere Amore laddove la libertà viene negata e calpestata in nome di una rinuncia che quasi sempre offende la sacralità dell'individualità. Non si dovrebbe dimenticare, neppure per un momento, che l'individualità della coscienza e lo sviluppo della relativa autonomia fanno parte di quei valori che rendono la vita degna di essere vissuta. Non è possibile concepire le unioni al di fuori di questi schemi.

Il punto che ci preme sottolineare è che non può esistere amore laddove esso debba significare l'annichilimento mentale dell'altro; se per amore si vuole intendere la dipendenza, la possessività, la gelosia patologica, la negazione dell'altro in funzione di una presunta unità della coppia, allora non ci potrà essere spazio per quell'amore che è, certo, anche il dono di darsi, ma di darsi senza perdere l'appartenenza a se stessi.

Tuttavia l'assenza di un legame precostituito, “incomberà” sempre su questa coppia. Ecco allora che quest'amore va coltivato, arato, seminato: non va lasciato a sé stesso, non va abbandonato alla cosiddetta stabilità del tempo, ma anzi irrobustito dallo scambio continuo e generoso dell'intelligenza in rapporto alle esigenze dell'altro, sicuramente in evoluzione come tutte le cose della vita.

Ricordiamoci che quasi tutte le unioni finiscono per assenza dell'amore il cui luogo era stato occupato da un amore mistificato, immaturo, rimasto allo stadio infantile. Altre cose, insomma, chiamate Amore per finzione letteraria e di costume: amori dunque interessati, finalizzati, amori fatti di dipendenze psicologiche non liberate, amori narcisistici scambiati per amori donati.

Ma come si fa a distinguere l'Amore con la A maiuscola con l'amore da scrivere con la a minuscola? Come si identifica il senso del vero con la vacuità del falso?

La domanda a cui dobbiamo rispondere non è solo o non tanto quella se amiamo il nostro presunto oggetto d'amore (uomo o donna), quanto se sappiamo amare al di là dell'amore che sicuramente portiamo a noi stessi.

L'Amore non è amare solo una persona ma saper amare in senso oggettivo oltre che personale: se sappiamo amare altre cose, se cioè sappiamo partecipare con tutti noi stessi alla vita del mondo e dei nostri simili, se sappiamo dare oltre che pretendere di ricevere, allora vuol dire che sappiamo amare. E se sappiamo amare siamo anche in grado di poter gestire l'amore verso una persona singola, chiunque essa sia.

L'amore per una persona, implica l'amore per l'essere umano come tale.

L 'Amore, quindi, come rapporto sciolto dalle funi dell'attaccamento morboso. Ciò, ripeto, si ottiene amando anche altre cose: amare altre persone, amare il mare o la musica, amare altri sentimenti, amare il rispetto e la giustizia, amare la volontà o i desideri, amare il rispetto per le cose e le persone, amare le vite positive, chi lotta per gli ideali, amare le esperienze e non rifuggirle.

Se al contrario non si sanno amare altre cose, se non siamo in grado di amare in maniera generosa e non morbosa, non sapremo e non potremo amare nessuno e scambieremo continuamente per amore rapporti che invece sono soltanto funzionali ai nostri interessi del primo incontro, pretendendo anche che tale precario equilibrio resista per tutta la vita, anzi scandalizzandoci che ciò non accada.

L'Amore implica una conquista continua dei sentimenti e della libertà: non una resa.

La vita è valida solo se è attiva: applicato all'Amore questo principio obbliga ad uscire dalle consuetudini morte di rapporti istupiditi dalle abitudini.

Insomma: il vero amore coincide con la maturità cioè, quando la persona diventa padre e madre di se stesso. Se, però, si vuole ritrovare Il padre e la madre nel compagno con cui dividere la vita, allora si fallisce per evidente immaturità. Quante cause di ordine psicologico agiscono sulla scelta del coniuge, quante persone sposano un determinato individuo non perché esista un motivo spirituale profondo, ma perché in quell’individuo trovano certe soddisfazioni di ordine mentale, psicologico, per educazioni sbagliate e così via.

Ecco perché i cosiddetti amori finiscono: non essendoci mai stato un vero amore, non essendo i soggetti in grado di amare, i rapporti non potranno mai reggere a lungo e sono fatalmente destinati a finire nel momento stesso in cui cessano i motivi morbosi e patologici per cui l’unione si era formata.

Si tratta, in tali circostanze, di rapporti talmente anomali che è facilissimo prevederne il crollo, a meno che il crollo non venga eluso per vigliaccheria, debolezza, labilità psicologica o, cosa abbastanza frequente, per convenienza o senso del dovere rispetto ai figli.

Questo significa che una coppia, prima di prendere qualsiasi decisione, dovrebbe comunicare, conoscersi ed incontrarsi sul piano dei bisogni e delle aspirazioni affinchè parte di questi elementi siano iscritti nella stessa cornice o anche se diversificati, tesi però alla medesima progettazione.

Ciò non vuol dire che perché l’unione riesca tutto il programma della vita debba essere uguale a quello dell’altro: vi possono essere parti non coincidenti che l’altro ha il dovere di rispettare e anzi di favorire usando le qualità della pazienza, dell’accettazione, dell’altruismo e del rispetto quasi religioso dei bisogni altrui.

Naturalmente, è necessario che gli eventuali punti di disaccordo non superino quelli di accordo. Può darsi che allora, in tali circostanze, i rapporti di reciproca dipendenza fra un uomo e una donna che si incontrano diventino poi qualcos'altro: diventino, cioè, una conoscenza d'Anime, un vero amore, un rapporto che si incrocia ad altri livelli, al di là dei corpi e delle menti.

In questi luoghi, mi pare, vivono sentimenti sacrali che resistono anche alle bufere delle stagioni umane.

Tutto questo scaturisce però a condizione che i due contraenti siano maturi e la maturità implica necessariamente la comprensione dell’altro, del suo cambiamento. Spesso le persone si incontrano in un modo e ritengono o pretendono che debbano conservarsi così fino alla morte. Una concezione del genere implica che ad un incontro segua contemporaneamente la fine dell’essere: che, cioè, una volta incontrato un modello, uomo o donna, questo debba rimanere così, quasi immutabile nel tempo. Allora un qualsiasi legame (quindi anche una struttura familiare) dal momento in cui nasce e si configura non presuppone un processo di crescita, ma presuppone l’ambiguità della conservazione dei modelli e questo è umanamente impossibile.

Bisogna allora interrogarsi e interrogare, in modo da verificare (al di là della emotività e della “contrattazione amorosa”) i propri ruoli, le proprie reciproche disponibilità, i reciproci progetti di vita, ciò che ciascuno vuole fare della sua vita, e non della sua vita condizionata a quella di un altro. Queste cose necessitano di approfondimento.

Noi in genere non sappiamo che farne della nostra vita, camminiamo un po’ a casaccio, senza un chiaro orientamento, senza aver saputo riconoscere noi stessi. Ed ecco allora che camminando così finiamo col perderci, perdiamo di vista le nostre istanze più profonde e la loro realizzazione.

Dopo è troppo tardi: le emotività si intrecciano e si frammischiano a situazioni neoemergenti, quali la responsabilità del gruppo familiare che diventa gruppo sociale con le implicazioni dei figli e rende quindi estremamente difficile il dialogo. Si tende allora alla conservazione, il che significa avere un rapporto completamente ipocrita.

Spesso non parliamo nemmeno con la persona amata, non ci confidiamo fino in fondo, non trasmettiamo i nostri desideri, i nostri bisogni e ci immobilizziamo in meccanismi di difesa reciproci

Eppure nessuno ci obbliga a contrarre famiglia, ad amare, a fare figli, ma se lo facciamo non si capisce perché dobbiamo farlo soffrendo, perdendo la libertà diventando, così, schiavi di un sistema che noi stessi costruiamo e non altri.

Il punto è questo: come uscire da questa ambiguità?

In realtà non c’è una regola, c’è solo quella della maturità; le persone mature possono rispettarsi a vicenda nelle relative libertà senza che necessariamente queste diventino licenze. Infatti se le regole del rapporto vengono accettate da entrambi non c’è più licenza, ma appunto libertà. Come si può allora arrivare all’accettazione di entrambi delle stesse regole? Ci si arriva se si riesce a scambiare, a conoscere, a comunicare le più intime esigenze.

Perché mai dunque due persone che decidono di vivere affettivamente insieme non dovrebbero scegliere la via della comunicazione chiara, non dovrebbero scegliere di raccontarsi, di promuoversi reciprocamente invece di ritirarsi nel proprio guscio?

Perché, nonostante la dichiarazione di appartenenza ad una famiglia, non sollecitiamo in noi il desiderio dello scambio, della chiarezza, del dirsi fino in fondo le cose, e ci troviamo invece ad applicare un dialogo del tutto formale?

La verità è che noi , così, mentiamo a noi stessi e di conseguenza agli altri.

L’atto di coraggio che dobbiamo fare è quello di riconoscere i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre tendenze verso gli altri e verso noi stessi: è un atto di riconoscimento delle nostre matrici ed è un atto dovuto per il rispetto sincero dell’altro.

Occorre risvegliare in noi una ricchezza autentica e non solo una ricchezza fatta di parole. Ricchezza autentica significa saper vibrare.

Quand’è che nella nostra vita abbiamo compartecipato veramente con il compagno, con il proprio figlio, con l’amico?

La compartecipazione autentica non significa scambiarsi i corpi o scambiarsi soltanto la quotidianità della vita, compartecipazione è spingersi con l’altro nella scoperta, nella invenzione, nella creatività, nelle costruzioni fantastiche e fantasmatiche, nell’abbandonarsi alle esperienze; se ognuno continua a vivere nella propria immaginazione, nel proprio modello e non entra nel modello dell’altro, non c’è comunione ma c’è ugualmente separazione. La maggior parte delle persone è separata pur vivendo insieme. Vivere non è il sopravvivere insieme. Ecco perché questo nucleo, che è la coppia prima e la famiglia dopo, è spesso portatore di molteplici nevrosi.

Non siamo qui per distruggere il concetto di famiglia inteso come padre e madre come enti procreatori e figli come enti procreati, questa va benissimo così: è l’atteggiamento psicologico all’interno di questi gruppi che deve mutare.

Alla luce di quanto detto ci piacerebbe definire la famiglia come un nucleo vivente, un complesso che si muove più o meno armonicamente nella libertà di tutti.

Abbiamo detto libertà di tutti, non solo di se stessi o del compagno ma anche e soprattutto dei propri figli.

L’istituto della famiglia è certamente essenziale, ma essa va caricata di responsabilità, occorre difendersi dalle degenerazioni che sono avvenute in nome della famiglia. E qui il problema si concentra sul compito prioritario dell’istituzione familiare: L’educazione dei figli.

Ecco, allora, sorgere una serie di problemi: chi educare, come educare, chi educa, chi è educato per poter educare?. Non è un problema che si risolve con quattro chiacchiere sulla famiglia, perché è di natura universale.

Chi educa, ad esempio, i genitori? E questi da chi sono stati educati per poter avere il diritto di educare? Stiamo parlando di educazione, non di un diritto acquisito dall'adulto, che deve necessariamente educare i propri figli. Il problema è molto più vasto: chi educa colui che deve educare? A questa obiezione non c'è risposta perché chi educa non è quasi mai educato e, non essendolo, non può trasmettere educazione.

Non parlo ovviamente del galateo, si capisce, ma di qualcosa di più profondo. Sul versante opposto c'è la persona-bambino che dev'essere educata, che, lo chieda o meno, deve essere formata, esercitata a crescere. A questo punto però si inserisce un terzo elemento: la società. Essa non richiede che il bambino sia educato nel senso di «formato per la crescita», ma che sia semplicemente adattato alla tipologia che essa nel suo complesso reclama. In termini più semplici l'educazione, a questo punto (su precisa richiesta sociale), diventa chiaramente un plagio che non risponde ai principi della crescita.

Una educazione come plagio, cioè come trasformazione, quasi militare, rende il bambino un automa che obbedisce in nome di principi che sono generalmente ideologie, non fondate sulla realtà, ma su criteri più o meno storicizzati che reclamano un tipo di cittadino osservante, credente in quella ideologia; che, insomma, in altri termini, risponda alle necessità di colui che governa.

Ne sono la prova una serie di mutazioni pedagogiche che si sono avute nell'arco dei secoli. Tutto questo è importante per la crescita? In realtà tutto questo non significa crescita, e credo sia semplice convincersene: significa semplicemente educare nel senso di formare per l'istituzione extra familiare o addirittura familiare. Così accade che, irrispettosa delle volontà o delle vocazioni, la famiglia reclama dai figli ciò che vuole che essi diventino e non ciò che i figli chiedono di diventare. Ciò perché quasi sempre i figli sono educati secondo le istanze familiari, che sono poi le istanze sociali che si riverberano nella famiglia. Il figlio non ha più la capacità di esprimere la sua vocazione, il suo desiderio e il suo bisogno perché, se si è formato cerebralmente e psicologicamente in quell'ambito, letteralmente egli non può più pensare in un altro modo.

In fondo la società nelle varie epoche, ha sempre chiesto che i cittadini, una volta cresciuti, si uniformassero alle leggi, cioè alle ideologie dominanti. Il problema dell'educazione, a questo punto, passa in secondo piano e diventa un falso alibi perché qui non stiamo parlando di educazione. Educazione non è forse aiutare il bambino a crescere come persona libera? Questo è il nodo da sciogliere! Lo educhiamo a crescere come persona libera, come persona che ama la libertà, che applica la libertà, che tollera la libertà, o come persona resa schiava da norme, familiari o sociali? Dove sta scritto che il diritto dell’educatore qualunque sia il suo nome, debba travalicare i bisogni, i desideri più elementari di un altro essere umano? Qui non parlerei più di famiglia: si tratta di ideologia sociale che passa attraverso la famiglia, che a sua volta vive ideologicamente prescrivendo una serie di norme. Allora, quando ci riportiamo al concetto di educazione cosa vogliamo intendere? Una ideologia in base alla quale i figli devono fare ciò che dicono i genitori? Ma, e lo ripeto ancora una volta, chi dà il diritto a colui che educa di educare senza essere stato educato?

Questi problemi sono gravi e seri e non si possono ridurre ai semplici schemi "dell'obbedisco" da parte del bambino e dello "io ti prescrivo"  “io ti ordino” da parte del genitore, perché questo è l'aspetto in un certo senso più banale e malsano del problema. Indubbiamente è vero che il bambino ha bisogno di qualcuno che lo conduca per mano nel mondo, finché non sia capace di camminare da solo, ma è anche vero che il genitore che costringe il bambino a camminare soltanto per quella strada e gli fa ignorare le altre o gli impedisce di andarvi, non lo sta educando, lo sta plagiando; su questo punto non c'è alcun dubbio.

A fin di bene, si dirà. A fin di bene di chi? Certo, colui che è saggio è in grado di prevedere i pericoli, anche questo è vero. Chi è cresciuto prima di un altro sa che vi sono strade rischiose.

Ma, eccoci ancora una volta al discorso ideologico: cos'è buono e cos'è sbagliato? Vi sono cose che sono buone per il genitore e che potrebbero non essere buone per il figlio e viceversa. In realtà ognuno è un essere singolo. Perciò il bambino deve poter ricevere tutte le informazioni possibili e avere la possibilità di saggiare e verificare varie combinazioni, in maniera da poter scegliere. Ma quando? Certo, via via che cresce, via via che si sviluppa, man mano che dimostra la capacità di poter perlustrare il mondo! Noi genitori siamo così certi di sapere quali siano le cose giuste e quali le ingiuste? Certo, non è giusto rubare, questo lo sappiamo tutti; è giusto essere onesti, è vero. Ma disonestà non è soltanto rubare il denaro dalla casa o dalla tasca dell'altro. Vi sono disonestà sociali: quella di non operare, di non fare; la disonestà di non correggere una società sbagliata che ingloba gli uomini, li rende perversi, gli uni contro gli altri; e questi uomini che non si ribellano non sono forse disonesti?

A loro volta essi si accontentano pigramente di ciò che hanno e si rassegnano senza interessarsi degli altri. Vi sono tante forme di disonestà come quella di colui il quale lavora poco e ruba il salario, rispetto a chi lavora molto ed ha la stessa paga; disonesto è chi getta il cibo che è troppo, sapendo che ci sono tanti altri esseri umani che hanno fame. Poi ci sono le disonestà più evidenti, che appunto sono quelle riconosciute dai codici, ma voglio dire che nella gradualità di tutto questo siamo tutti colpevoli, perché sappiamo che sulla Terra vi sono centinaia e centinaia di persone che nel preciso momento in cui io sto parlando stanno letteralmente morendo di fame. Non è disonestà che una parte del mondo mangi ed un'altra no? Che una parte sia ricca ed un'altra povera? Allora non parliamo di bene e di male, di giustizia e di ingiustizia, perché altrimenti di quale giustizia dovremmo parlare? Di quella piccola, nel privato di ognuno, per cui ognuno si crea la sua piccola repubblica che vuole amministrare con la forza, con l'educazione o con la suggestione.

Ognuno ha la sua piccola repubblica dove crede di essere un capo, un nucleo chiuso difeso caparbiamente dove non esistono scambi, dove gli altri non esistono; famiglie arroccate nelle loro case con porte ermeticamente serrate, tutti concentrati sul nostro piccolo mondo come se il resto non ci appartenesse .

Come modificare? Come educare gli uomini a essere giusti, a non essere le cose che vi ho elencate? Per avere questo processo di modifica bisogna che gli uomini crescano dentro, che aumenti in loro la tolleranza, che aumenti in loro la capacità di distinguere la giustizia e l'ingiustizia, di sapere reagire all'ingiustizia, questo diventa veramente educazione: sviluppare i potenziali che ognuno ha, aiutare il bambino a crescere dentro, a tirare fuori la propria interiorità, cioè a capire il mondo, il valore degli altri uomini, il valore di un altro essere umano; imparare a rispettarlo, imparare ad essere giusto con l'altro essere.

Ricordiamoci però che nessun essere umano ha il dovere dell’obbedienza; ha solo il dovere di stabilire un rapporto paritario con le altre creature, dunque va rispettato ciò che è virtù, ciò che è qualità, in caso contrario bisogna disubbidire alle ingiustizie perché è un atto di coerenza, l’altro è solo un atto di vigliaccheria.

Il principio è quello di aver coraggio nella vita, di saper affrontare le situazione, di saper comunicare.

L’impegno dell’educare non è solo quello di guardare se il nostro bambino sta cadendo o porta oggetti pericolosi in mano, ma è quello di essere esempio di comunicazione interiore.

La comunicazione è un’abitudine, è un modo di comportarsi, non può essere una finzione di cinque minuti. Dovrebbe essere un rapporto fluido che comincia all’alba e finisce la sera, consiste non solo nel parlare, ma nel tipo di movimento, di espressione, di timbro di voce, di concordia o anche di uno scontro, ma con la ricomposizione, uno scontro dialettico, non isterico. Sono queste le cose che rendono l’io del bambino maturo, completo perché egli è molto più intelligente ed intuitivo di quanto noi possiamo immaginare. Non esistono i bambini, esistono esseri umani che stanno crescendo, che assorbono tutto, che vedono tutto ed intuiscono tutto.

La prima educazione è l’esempio, senza il quale le cose che diremo resteranno soltanto chiacchiere, non varranno niente, perché il bambino cresce soprattutto per imitazione. Ciò che è detto non ha valore rispetto a ciò che è fatto cioè l’agito, il vissuto il comportamento nell’unità familiare, nel modello di riferimento. Da questo ambito in poi, probabilmente, non abbiamo alcun altro diritto, né come uomini, né come genitori; non avremo nessun altro diritto perché se questo rapporto è veramente funzionale i nostri figli avranno acquistato una norma fondamentale interiore che impedirà loro di commettere delitti, di operare contro se stessi, di prevaricare, di essere ingiusti, poiché avranno acquistato il senso dell’equilibrio rispetto al modello di comportamento: il resto diventa uno scambio, diventa messaggio culturale di informazione, non è più prevaricazione e pressione.

L’educazione deve svolgersi per rapporti dialettici armonici e non necessita della minima autorità. Lo scambio  deve diventare continuo, il consiglio reciproco; c’è il momento in cui i figli hanno bisogno di una guida, ma quanto hanno i genitori da apprendere dai bambini? Non ce lo immaginiamo neanche! Noi non pensiamo che il rapporto fra genitori e figli sia un rapporto scambievole; e non è vero che solo i genitori devono dare ai figli, perché anche i figli danno una quantità di cose, basta saper guardare e saper leggere.

Intanto, i figli sono un modello capace di suscitare a livello inconscio una quantità di ricordi, di memorie e in grado di liberare una quantità di situazioni conflittuali che si generarono nel genitore alla stessa età. Il genitore che sa guardare i figli si autolibera, produce in sé una catarsi, può eliminare una nevrosi e non passarla al figlio. Il figlio che cresce armonicamente diventa per il genitore un modello, una guida. In quest’ottica i due cresceranno insieme, come amici, come fratelli al di la di qualsiasi ruolo e indipendentemente dal rapporto di parentela.

Educare è perciò un compito difficilissimo e per farlo occorre innanzitutto rivedere le proprie categorie interiori; chi educa ha il dovere di modificarsi, di crescere insieme all’altro. Non ci si può semplicemente cullare nella fatidica frase “ io sono fatto così non posso farci nulla”: è una menzogna, una comoda scusa, dobbiamo invece cominciare a chiederci perché siamo fatti così e come possiamo cambiare affinchè i nostri difetti non incidano nella vita altrui, come in un rituale che inesorabilmente si tramanda negli anni.

Spesso inconsciamente applichiamo gli stessi tipi di repressione, di condizionamenti ai quali siamo stati sottoposti, riproponiamo i modelli che abbiamo avuto. Richiediamo dai nostri figli ubbidienza, rispetto delle regole. Ci si sente contenti se il proprio figlio obbedisce, indipendentemente dal dolore che quella obbedienza può causare : si dirà che un giorno ci ringrazierà. Questa è pura retorica, nessuno ci ringrazierà per i dolori subiti. Ma da dove ci viene questa sicurezza nel rapporto con i figli? Noi sbagliamo in molte cose, perché quando si tratta dei figli dovremmo aver ragione o aver raggiunto la saggezza? E di quale saggezza parliamo se non siamo capaci neanche di guardarci dentro e capire come siamo fatti, perché soffriamo o perché stiamo in difficoltà con gli altri? Come mai pur sapendo che alcune cose ci hanno impedito una crescita armoniosa, riproponiamo tutto ciò ai nostri figli? Ho visto persone criticare aspramente qualsiasi forma di indottrinamento, parlare dell’effetto negativo che ciò ha prodotto in loro, eppure, dopo pochi anni, li ho visti accettare passivamente, per i loro figli, quello stesso metodo di educazione. Quanti lasciano per intere giornate i figli ai nonni eppure molti di questi genitori hanno sperimentato su se stessi i limiti dei loro padri o delle loro madri.

Insomma non può bastare predicare l’amore filiale, perché questo amore così concepito ha spesso generato tanta infelicità.

In nome dell’amore si può sbagliare, in nome dell’amore si può opprimere, in nome dell’amore si può togliere la libertà agli altri anche se sono figli; io non lo chiamerei amore, lo chiamerei bisogno di potere, necessità di scaricare la repressione, di scaricare il proprio inconscio sui figli. Figli in balia delle nevrosi, delle ansie, delle paure dei genitori.

Ecco, allora, che la consapevolezza di se stessi, la disponibilità al cambiamento diventano elementi importanti per essere genitori; è chiaro che una famiglia modello presuppone un’educazione modello mentre spesso si arriva ad essere genitori senza questi presupposti. Parlare allora di una vera e profonda libertà ed apertura sociale senza queste premesse è pura utopia. Ovvero il processo di trasformazione, in funzioni di individui più consapevoli della propria interiorità e con maggiore coscienza critica, avviene solo se si esce dalla conservazione standardizzata dei modelli familiari e sociali attuali.

Vogliamo salvare i nostri figli dalle nevrosi, dall’alienazione sempre più in agguato. Ma concretamente cosa facciamo?

Affidiamo noi stessi e i nostri bambini alle logiche perverse inserite nei messaggi pubblicitari. Le abitudini familiari vengono invase da giochi educativi, baby sitter che prendono il posto dei genitori, televisori che prendono il posto delle baby sitter. I giochi violenti, le diavolerie elettroniche arricchiscono il mercato ma non la mente dei nostri figli. Alcuni studiosi affermano: “un gioco che imita il verso del gallo è molto meno educativo di una vecchia palla, che permette di apprendere il senso dello spazio del tempo, dell’attesa del rimbalzo. Una bambola che parla è più stupida di una che sta zitta: la prima pronuncerà le parole che conosce la seconda tutte quelle che il bambino vuole farle dire”

C’è inoltre da aggiungere che per il fanciullo è molto importante creare un fenomeno di transfert tra l’oggetto e sé stesso, una compenetrazione, e ha bisogno di giochi estremamente semplici in quanto che non ha la capacità di spaziare in un mondo complesso; non soltanto, ma avendo pochi giochi, essi lo portano a crearsi un rapporto affettivo che altrimenti non subentra.

Ovviamente ciò si distanzia notevolmente da quello che accade oggi: i nostri figli hanno tutto e di tutto ma sottolinea lo psichiatra e neurologo Vittorino Andreoli:” l’affermazione secondo cui i giovani d’oggi hanno tutto sta ad indicare che hanno ciò che mancava nel passato, ma non tiene conto di che cosa manca oggi, rispetto ai loro desideri, bilancio del benessere deve tenere conto dei desideri. Non ho alcuna nostalgia del passato ma è certo che il piacere di una bambola di pezza era superiore a quello procurato da una bambola automatica e persino computerizzata di oggi che impedisce ogni creatività essendo meccanicamente perfetta, per fortuna presto si romperà e così somiglierà a quelle di una volta.

Il fraintendimento generazionale sugli agi porta sovente a dare a giovani ciò che mancava agli adulti, senza capire ciò di cui hanno veramente bisogno e che non possiedono. Spesso si danno oggetti invece che espressioni d’affetto. Occorre educare al desiderio e dunque sperimentare la mancanza. Imparare a desiderare. Senza desiderio e sogno la vita si disanima e si entra in un empirismo dell’usa e getta, in una quotidianità asfittica, meccanica. Si è sommersi dai bisogni guidati, dagli spot e dalla logica dei consumi.

I nostri bambini sono costantemente aggrediti da immagini violente, un ingorgo che  non ha possibilità di elaborazione critica. Il pericolo della sovraesposizione televisiva non dipende solo dai contenuti ma proprio dalla invasione dello spazio mentale che perde le proprie caratteristiche critiche a vantaggio di una passività che fa del singolo un numero facilmente utilizzabile e manipolabile”.

Alla luce di quanto detto si comprende l’importanza di uscire da questi meccanismi che innalzano falsi desideri, falsi se stessi.

La Montessori all’inizio del secolo parlava di Educazione alla libertà ma io mi chiedo, come possiamo educare in libertà se non sappiamo neanche di non essere liberi? Corrado Piancastelli nella relazione presentata al Convegno di Roma dal titolo” Libertà e coscienza critica” scrive :"La libertà consapevole significa capacità matura di poter innanzitutto essere sé stessi ma nel senso originale non nevrotico, non come sovrastruttura sociale, poiché come sovrastruttura nessun vivente ammetterà mai di non essere se stesso”.

Dobbiamo perciò riappropriarci della nostra coscienza critica. Partecipare attivamente alla vita, non subirla ed è così che dobbiamo poi seguire i nostri figli.

Non possiamo affidarli ad altri, non possiamo delegare il nostro compito educativo ad altre strutture, semmai dobbiamo integrarci ad esse.

Importante è dunque corazzarsi, battersi per la verità, per i valori universalmente validi.

Crescita di un popolo, significa educare le famiglie, riorganizzare la scuola, riorganizzare il corpo insegnanti, i politici, affinchè tutta la vita sia destinata ad un processo di crescita, che si diano subito gli strumenti ai bambini affinchè crescano principalmente nella conoscenza di sé. Un bambino educato dalle strutture attuali così come sono sarà un ragazzo, un uomo con tutti i problemi che ora conosciamo, con la medesima mentalità. Ecco perché noi educatori dobbiamo farci carico del cambiamento rivolgendoci particolarmente alla scuola affinchè prepari il singolo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello intimo, umano, etico. Scrive ancora Piancastelli nella sua citata relazione: “La didattica della vita dovrebbe spingerci ad educare tenendo presenti il principio del dovere pubblico (stare nella storia, nella società) con quello di far crescere l’autonomia e la capacità autocritica (stare in se stesso), affinchè si congiunga il bene sociale con quello soggettivo: in tal modo avrà vinto la filosofia della libertà” ed, aggiungo io , dell’interiorità. Perché ricordiamoci: l’uomo non può essere felice senza il suo mondo interno, anzi: soffocare questo mondo significa ucciderlo.

 

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