I Valori del terzo millennio

Conferenza di Corrado Piancastelli

c/o Fondaz. Gugghenaim il 19 maggio 1999 

(Stralcio dalla conf. in giro dell’Italia)

 

    Sto girando l’Italia presentando i problemi connessi al “Manifesto dei neo-umanisti italiani con qualche disagio psicologico. Aspetto sempre che qualcuno si alzi e mi dica: “ma chi te lo fa fare”, ma non è questo il punto. In un certo senso ciascuno si sceglie il proprio destino, chi di fare soldi e chi, appunto, di parlare di umanesimo. Il disagio a cui alludo è forse uno sconcerto: nel privato non ho ancora trovato una persona che si sia opposta al discorso che concerne i Valori nel nostro interno, al ridisegno e alla rifondazione di teorie umanistiche intorno alla Persona, alla discussione sulla crisi che attanaglia le nostre individualità sempre più disperse in un orizzonte quasi virtuale di accadimenti che non sono più in grado di controllare; no, non trovo resistenze reali. Eppure c’è la sensazione fastidiosa che queste stesse persone ascoltano le nostre proposte, per esempio di umanizzare la scienza, oppure di sensibilizzarci alla sofferenza umana, come se venissero da un altro pianeta; ascoltano come se le voci venissero da lontano, nello sfondo. Ci accolgono, ci condividono, anche con affetto, ci mostrano stima, sembrano partecipi, ma si resta come se ci parlassimo da due sponde opposte di un fiume, senza attraversarlo. E’ la stessa penosa sensazione di un distacco fra la coscienza privata e quella pubblica.

C’è ad esempio una guerra nei Balcani, ma noi sembriamo partecipi solo se in conseguenza di ciò la Borsa sale o scende. 

Muoiono 4 ragazzi sulle autostrade del Sabato sera, ma per noi non è un evento doloroso che ci colpisce nel cuore, ma un fatto di cronaca penoso fin che si vuole, ma che non ci tocca nell’essere, perchè si tratta di 4 sconosciuti.

E’ così oppure no?

In una analisi effettuata da Vittorino Andreoli sui giovani, ad esempio, è emerso un dato che io estenderei anche agli adulti. Statisticamente oggi un giovane vede la televisione per 4 ore al giorno. Ogni ora i programmi televisivi trasmettono mediamente 2 morti provocate. Sicchè diciotto anni un giovane ha visto circa 40.000 morti oltre quelle al cinema o quelle lette sui giornali.

Giustamente, rileva Andreoli, che un giovane di 18 anni (considerato l’allungamento della vita nel suo complesso) non ha mai visto un morto vero nella vita reale, ma solo 40.000 morti finti, cioè una morte spettacolo, al pari di quella che accade nei Balcani dove, lo ha detto finanche Milosevic, sarebbe in atto più una guerra virtuale che una guerra vera. Virtuale perchè è vissuta, da tutto il mondo (escluso dai pochi sui quali cadono sulla teste bombe vere) come una guerra televisiva simile ai videogiochi.

E’ questo il motivo per cui il concetto stesso della morte, tornando ai giovani e anche a noi, si è svilito, perchè la morte spettacolo è asettica, senza dolore affettivo, senza emozione, spesso immediata e senza agonia. Giustamente Andreoli fa notare che, in questi casi, i morti televisivi sono presentati in modo estetico, telegenico, addirittura gradevoli, quasi divertenti, temporanei, con l’autore che magari risorge come a teatro e saluta il pubblico con l’inchino perché la recita è finita.

Lunedì 10 maggio il telegiornale delle ore 20 ha mostrato una casa colpita da un missile e i soccorritori che hanno tolto dalle macerie due sepolti i quali miracolosamente si sono alzati in piedi scuotendosi dalla polvere, mentre io ricordo, da bambino, altri bombardamenti sotto le cui macerie i morti erano morti davvero. Non ho potuto fare a meno di questo confronto. Ma allora i missili, che io credevo armi stratosferiche, capaci di distruggere il pianeta, sono bombe di carta o bombe al tritolo? Sono bombe virtuali o atomiche? Francamente si resta sconcertati. E’ in atto una deformazione mentale finanche sulla guerra. Non solo il giovane che vede 40.000 morti telegenici, ma anche in noi è in atto una deformazione se ci viene tolta la morte che è un valore forte perchè ci mette di fronte al dramma dell’esistenza il cui svolgimento è appunto nel segmento tra il nascere e il morire.

Nello scorso mese una delle più grandi agenzie pubblicitarie, la Mc Cann Eriksson, ha fatto una inchiesta sui bambini fra i 7 e i 12 anni. Alla domanda “come descriveresti il paradiso”, il 25% ha risposto “dove c’è Dio, mentre il 22% ha detto che il paradiso un “posto sulle nuvole dove si beve il caffè con Solenghi”; e alla domanda “che tipo di pesci ricordi”, il 19% ha risposto “il pesce bastoncino, ponendo al quarto posto “il pesce ad anellini fritti”.

Certo, si può anche sorridere per l’innocenza dei bambini o possiamo arrabbiarci per la mancata formazione di una scuola che non fa capire la differenza fra la realtà e la pubblicità, fra informazione e metafora. Ma non è questo il punto: o, almeno, non solo questo.

Quando concepimmo il “manifesto umanistico” avevamo sotto gli occhi molti altri dati di ben altra drammaticità che ci colpirono molto più delle bombe dei Balcani.

Sapete che dei circa 6 miliardi di abitanti della terra, almeno un miliardo soffre di depressione (solo in Italia vi sono 5 milioni di depressi) e nella sola Europa abbiamo un tentativo di suicidio ogni 9 minuti? 

Questo discorso fa parte di una visione umanistica del mondo oppure interessa solo le statistiche o la psicologia?

E’ un dato culturale o solo clinico?

Stiamo andando incontro ad un processo di anomia, cioè di perdita di valori o di astenia, cioè all’incapacità di riconoscere se un Valore è valido o no? Oppure non avvertiamo alcun significato riconducibile a ciò che intendiamo per Valori?

E’ a causa di queste riflessioni che nasce un movimento umanistico fondato non su istanze politiche, ma come meditazione filosofica che deve condurre ad applicazioni sociali, ma che nella sua matrice riscopre Valori laici in quanto senza Valori non si può vivere.

Nel Manifesto che stiamo proponendo parliamo di erosione dei Valori pur riconoscendo che il secolo che si chiude ha avuto molti aspetti positivi, come la modernizzazione tecnologica e lo sviluppo della scienza, conquiste sociali laiche di grande civiltà che sicuramente creeranno valori prima riconosciuti, ma nel contempo l’analisi sociologica ci mostra anche che lo sviluppo demografico e tecnologico impetuosi (fra poco saremo 7 miliardi di abitanti ) ha reso l’uomo completamente stordito e smarrito in una realtà sempre più virtuale in cui non riesce a trovare radici.

Là fuori sembra tutto tranquillo, la gente si alza dal letto come sempre, le città si svegliano come hanno fatto per millenni, buon giorno come sta tua moglie? Posso offrirle un caffè? Tutto è tranquillo. Poi, apriamo i giornali e la TV e ogni calma dilegua, come un film giallo.

Alla ricchezza tecnologica sempre più ampia, disponibile e a poco prezzo fa però da contrappeso una perdita d’identità di uomini sempre più ridotti nella libertà di scelte reali o critiche. Non amo riferirmi alla Bibbia, ma l’impetuoso godimento tecnologico che ci riempie la giornata, sembrerebbe l’era delle vacche grasse in parallelo con quella delle vacche magre della nostra riduzione psicologica.

Ma possiamo anche pensare che il rischio di irreversibilità di questa spersonalizzazione segna di pari passo l’irreversibilità ecologica del pianeta.

Allora siamo in trappola?

Una inchiesta del CENSIS (parallela a quella della IARD e ad un altra di fonte non sospetta - dati i risultati - perchè promossa dal comitato Preparatorio del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale nella prospettiva del Giubileo 2000) ha concluso che “è giunto a compimento l’operazione di sganciamento dal passato, come complesso cioè di norme di comportamenti e di appartenenza trasmesse fin dalla nascita, ma nel contempo - è l’inchiesta cattolica a dirlo - nel 45% dei casi la famiglia non sa più trasmettere Valori e la famiglia stessa è la grande ammalata che si approccia nel nuovo millennio completamente allo sbando ed ha cessato di essere quel terminal a cui approdare , perchè la coppia (genitoriale o meno) è troppo occupata a gestire il proprio rapporto e menage, le proprie disoccupazioni mentali e le proprie ansie e depressioni, per trasmettere saperi e maturità ai propri eventuali figli. I sociologi ci dicono che alla fine di questo secolo la famiglia è la grande assente sulla scena del mondo, per cui i giovani preferiscono gli amici alla famiglia nella bellezza dell’82% dei casi, mentre il 90% dei cattolici non ha più fiducia nei sacerdoti.

C’è stato dunque uno spostamento dei Valori e le tre inchieste ne identificano alcuni in modo preciso perchè coinvolgono il nostro quotidiano: i rapporti prematrimoniali, l’aborto, la convivenza provvisoria non vincolata al matrimonio, il divorzio, l’associazionismo, l’uso di droghe leggere e fra poco l’omosessualità, il primato dell’amicizia rispetto alla famiglia e l’abbandono delle religioni gerarchizzate con lo sviluppo di dimensioni morali e religiose private, sono diventate pratiche e valori entrati a pieno diritto nella morale comune.

Però - contemporaneamente - come leggere il miliardo di depressi, il dato del suicidio ogni 9 minuti in Europa, il quintuplicarsi dei ricoveri nei presidi psichiatrici, che il 35% degli uomini è impotente, che il 26% delle ragazze considera i figli un ostacolo alla carriera e che dei tossicodipendenti se ne è perso il conto per la strada e che, proprio in questi giorni abbiamo saputo dal mensile “Noi donne” che il 27% delle donne si sposa non per amore ma per motivi economici, un altro 27% lo fa per andarsene dalla famiglia e un 19% per la paura di restare sole?

Solo il 14% si sposa ancora per amore e appena l’8% ha desiderio di avere figli. Il calo del desiderio di avere figli è una riduzione psicologica del bisogno oppure un atto di maturità e dunque una maggiore presa di coscienza tenuto conto delle gravi difficoltà oggettive cui va incontro una prole a contatto con un mercato del lavoro sempre più in crisi e che offrirà, in futuro, sempre meno occupazione a causa della tecnologizzazione del mondo e della ricerca di sempre maggiore specializzazione? Si tratta di una scelta morale precisa in cui si riconosce l’incapacità di poter trasmettere ai figli, come anche l’inchiesta cattolica conferma, Valori e saperi forti, oppure di perdita del senso della maternità?

Tutti questi dati ci hanno definitivamente convinti che il cambiamento tra l’interno dell’uomo e la realtà esterna, è ormai definitivo, ma che permane lo zoccolo duro di una esistenzialità interiore senza timone e senza conoscenza dei flussi di corrente, tanto per usare un linguaggio marinaro.

Ma stiamo attenti! La proprosta neo-umanistica è una proposta filosofica che consiste, detto in due parole, nella ripresa di possesso del controllo morale interiore, non nella necessità che qualcuno prenda in mano la barra del timone e diventi un nuovo dittatore. Perchè dico questo? Perchè l’analisi storica ci dice che (tranne nelle rivoluzioni dove il controllo è sfuggito al potere) l’umanità è sempre stata strettamente controllata ed egemonizzata dal potere, specie quello religioso, impedendosi di fatto - attraverso l’obbedienza, pena l’inquisizione e la morte - la presenza dell’autonomia interiore, vale a dire di quel complesso esistenziale e morale che costituisce, per i cattolici o per gli islamici, ma anche per me laico, ciò che metaforicamente rappresenta la nostra anima. Le religioni dell’obbedienza ci hanno impedito quel processo di individuazione e di conoscenza delle matrici per cui, cessata la babele storica fra Stato e religione (che permane, invece, nell’Islam) con la nascita dello stato di diritto, l’uomo è andato allo sbando, non perchè ciascun individuo fosse restato senza anima, ma perchè un’anima alla quale viene impedito di parlare per secoli, diventa un’anima muta che deve fare duri conti con la propria mente, in cui tutti i referenti sono orientati verso l’esterno e non verso l’interno, verso i beni sociali e non verso i beni morali e intellettuali.

Quindi neo-umanesimo per noi vuol dire ricompattare il senso della nostra soggettività, riconoscerci come portatori di una radice che io definisco metafisica (ma altri potrebbero definirla anche con altre parole, riprenderci i Valori laici naturali che sono ugualmente sacri quanto i Valori religiosi, possedendo però l’immenso vantaggio di essere dialettici e non dogmatici, usare questi ed altri apparati come Valori forti da intendersi quali terapia filosofica per rafforzare il senso di appartenenza a noi in quanto individui auto-coscienti e auto-cogitanti per usare un termine cartesiano. Vivere nel mondo mi pare che debba significare esser-ci nel mondo, anzi essere il mondo, ma non ci piace un mondo nel quale l’uomo singolo si perda, incapace di leggersi come Valore e adattandosi ad essere il pezzo insignificante di un sistema nel quale non è più nessuno, è meno che niente in una situazione mondiale in cui non c’è più trasparenza dove ogni verità è sepolta da lobbies potenti in cui convergono Poteri e Religioni, dove la sola mafia italiana, a detta del Procutarore Vigna ha un bilancio di 800.000 miliardi e nessuno se ne preoccupa concretamente. Come si fa ad avere un bilancio del genere senza un grande apparato organizzativo che vive in mezzo a noi invisibile, come dotato del cilindro di Mandrake? Non è tutto questo un segno di inerzia e di complicità non solo del Potere pubblico, ma della coscienza e vigilanza di tutti i cittadini? Il silenzio degli onesti non è più peccaminoso del delitto dei disonesti?

Il Manifesto neo-umanistico è un atto di protesta, con il quale un gruppo di studiosi reclama anche la correzione di vari aspetti del sociale, come la riumanizzazione della medicina e la ricostruzione della scuola o una unità etica dell’Europa o la trasparenza del Potere: ma è fondamentalmente un movimento intransigente a tutto ciò che riduce la libertà dello spirito e la capacità di autogestire la coscienza, perchè è la coscienza critica che ci rende Persone distaccandoci dal regno animale.

Il problema, oggi, non è se Dio è morto, come proclamava Nietzske, ma se è morto l’uomo, se già non è diventato un’automa, se la trappola non si è chiusa completamente.

Voglio ricordarvi, chiudendo, ciò che scrisse Bertrand Russell fin dal 1954: “da essere umano rivolgo un appello agli esseri umani: ricordatevi della nostra umanità e dimenticate il resto. Se così fate, davanti a voi si spalancherà la strada verso un nuovo paradiso; altrimenti nulla si aprirà davanti a voi se non la morte universale”.

Ma chi è maggiormente responsabile nel dare voce al bisogno di libertà? Sono a mio avviso i cosiddetti intellettuali troppo sprofondati nelle poltrone del benessere e dai limiti imposti dalle testate con cui lavorano.

Se non sono gli intellettuali a protestare (e solo pochi lo fanno) chi aiuterà la gente comune a prendere coscienza delle proprie catene?

Russell è un uomo libero, esattamente come lo sono Adamo ed Eva nel mito giudaico e come è libero Prometeo in quello ellenico: ambedue i miti concepiscono la libertà umana fondata sulla disobbedienza.

Rubando il fuoco agli dèi Prometeo costruisce le fondamenta dell’evoluzione e della civiltà umana.

Non ci sarebbe storia, ricorda Erick Fromm “senza il delitto di Prometeo, il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza, ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario afferma di orgogliosamente di preferire l’essere incatenato alla roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

 

 

Prodena@libero.it

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