TRASFORMAZIONE E RIFONDAZIONE DEI VALORI NELL’EUROPA CHE CAMBIA

e Presentazione del “Manifesto dei neo-umanisti italiani”

Conferenza di Corrado Piancastelli, con Ludovico Martello, G. Cantillo, G. Pulli, M. Tedesco  

tenuta il 26 aprile 1999 presso il Liceo classico “De Sanctis” di Salerno

 

La trasformazione dei Valori

Non è piacevole per nessuno partire da una situazione di pessimismo, ma è difficile essere ottimisti quando c’è in atto una patologia sociale di difficile terapia.

La collettività, oggi, non ha positivi modelli sociali e di identità: sono cadute le piazze, i partiti, le ideologie, le religioni, i movimenti studenteschi e operai, le mobilitazioni, i sindacati, per cui l’identità collettiva ad esempio, è diventata mutevole, volatile, giornaliera,  magari legata ad una morte, (come nel caso della principessa  Diana), al Giubileo, o al Festival di Sanremo, o ad un film come “Evita”, al campionato di calcio.

Se non prendiamo coscienza (al di là degli interessi di appartenenza, religiosa o di partito o di cultura) di questa patologia dell’indifferenza, rischiamo non solo di rendere irreversibile il decadimento dell’uomo medio, ma di andare in Europa e nel Mondo senza radici e senza identità con un frustrante senso di inferiorità, consentendo ancora una volta che siano i pochi a gestire le nostre coscienze.

Fuori, là fuori, mentre ora stiamo parlando, nel mondo ogni anno, per fame, muoiono 6 milioni di bambini, vale a dire 16.000 bambini al giorno, che fanno 11 bambini al minuto. Ho impiegato 15 secondi per dire questa frase e in questi 15 secondi sono già morti 3 bambini. Sentiamo orrore? Pietà? O nulla? Qualcuno si commuove, oppure non gliene frega niente perchè, tanto, quei morti sono sconosciuti?

Tutto ciò ha qualcosa da spartire  con la filosofia, con la cultura della nostra coscienza o si tratta di incidenti di percorso di una civiltà o di una iattura di fronte alla quale l’intellettuale deve alzare le spalle o tacere perchè il valore della solidarietà attiene solo alla politica o ai processi economici o alle autonomie degli Stati e, dunque, non ci toccano poichè dobbiamo badare solo ai fatti nostri, in casa nostra?

Ma non ci sono soltanto i morti per fame che ogni tanto servono a creare meccanismi assistenziali dietro i quali si celano poteri e interessi di varia estrazione compresi quelli  della mafia. Dei circa 6 miliardi di abitanti della Terra, almeno un miliardo soffre di depressione (oltre 5 milioni in Itali) e nella sola Europa abbiamo un tentativo di suicidio ogni 9 minuti. In Italia muoiono per suicidio 12 persone al giorno e non fanno spettacolo, anzi di loro non si parla perchè - si dice - il suicidio ha il carattere della contagiosità incontrollabile. Voglio fornire ancora dati perchè stiamo parlando di Valori : una coppia su due è in crisi più o meno totale; si sono quintuplicati i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, una donna su due non vuole figli; il 26% delle ragazze considera i bambini un ostacolo per la carriera, il 35% degli uomini è impotente ed un buon 40% soffre di turbe sessuali, milioni di giovani non troveranno mai un posto di lavoro: dei tossicodipendenti se ne è, praticamente, perso il conto tanto è vero che non se ne parla quasi più! E’ un bollettino di guerra, lo so, ma non possiamo fare gli struzzi parlando di teorie di Valori senza entrare nel concreto della vita quotidiana. Si pensi anche alla sofferenza del cosiddetto indotto: se ogni individuo si relaziona almeno con una persona, se soffrono di depressione un miliardo di uomini, affettivamente e sociologicamente ne soffre un altro miliardo, se solo in Italia muoiono 12 persone al giorno per suicidio, cioè  4.380 soggetti l’anno, dobbiamo dire che ogni anno entrano in sofferenza 4.380 famiglie alle quali apparteneva il suicida. Cioè ogni cifra va raddoppiata se non triplicata, come nell’effetto dei vasi comunicanti.

Ora nella domanda è implicita la tragedia: abbiamo perso i Valori, o abbiamo perso pseudo valori, cioè valori deboli? Quando alludiamo alla crisi dei Valori intendiamo crisi di bene, crisi di bontà, crisi di virtù? E sarebbero crollati a causa della modernità oppure la modernità ha solo messo in luce che si trattava di sole parole e di valori ipocriti, quelli che io considero “staccati” e galleggianti, sull’uomo) e quindi relativi poichè esclusive prescrizioni e norme dietro le quali non c’è mai stato il coinvolgimento reale e fecondo, cioè accoglienza critica e partecipativa delle coscienze individuali, ma solo obbedienza e passività verso l’autorità?

Quali erano questi Valori tradizionali?  Facciamo esempi concreti: la Patria, la famiglia, il senso del dovere e dell’onore, la lealtà, l’obbedienza, la sessuofobia, Dio, la verginità, la proprietà, la carità, il nazionalismo, i dogmi e i fondamentalismi delle religioni, lo Spirito, il lavoro, l’ordine immutabile delle cose, la libertà? L’elenco potrebbe continuare.

Ha ancora senso parlarne oggi? Se alcuni di questi valori ci sembrano ancora possedere i requisiti perchè si dia una civiltà, noi dobbiamo liberare i loro significati dalla retorica e dalla prescrizione per trasferirne il senso nell’operatività. Ma prima bisogna riparlarne, dibattere, renderci partecipi, discuterli con i giovani. Quindi non Valori calati dall’alto, ma da discutere e promuovere con i destinatari, quindi dal basso, perchè dall’alto ci hanno calato sulla testa intere biblioteche che non hanno prodotto alcun bene, essendo sempre trionfanti, come è sotto gli occhi di tutti, gli egoismi, gli arricchimenti e le guerre di sopraffazione e di potere. E’ mancata la dialettica perchè è mancata l’umiltà di voler capire l’altro da sè.

I Valori non si impongono, si accettano nel consenso; e nel consenso diventano “patto sociale responsabile” E’ questa la proposta laica del nostro Manifesto.

Infatti a cosa sono serviti migliaia di anni di religioni e di filosofie o di progresso scientifico se non sono stati capaci di radicare negli uomini nemmeno i Valori della solidarietà sociale e dell’etica pubblica? Abbiamo il diritto di pensare che la causa principale del fallimento delle religioni è stato dovuto proprio al fatto di non tener in alcun conto bisogni della morale naturale e la partecipazione critica dei soggetti creandosi una sovrastruttura etica a cui gli uomini non hanno mai partecipato nella libertà della propria coscienza, cioè con una libera scelta?

Ogni qualsiasi tentativo cosiddetto pedagogico rischia il fallimento perchè tutto è diventato  maledettamente  difficile. Vi riporto alcuni dati.

Secondo le statistiche, oggi, un giovane vede la televisione per 4 ore al giorno. Ogni ora i programmi televisivi trasmettono mediamente 2 morti provocate. A diciotto anni un giovane ha visto, circa 40.000 morti, oltre quelli visti nelle sale cinematografiche o appresi dai giornali.

Forse a 18 anni, con i progressi della medicina, un giovane non ha mai visto un morto vero, un morto della vita reale. Nell’esperienza dei nostri giovani è, dunque, presente continuamente la morte spettacolo e raramente la morte concreta. Ma la morte spettacolo è asettica, senza dolore affettivo, senza emozione, spesso immediata, senza agonia. Ha scritto giustamente Vittorino Andreoli, noto psichiatra che ha studiato molto bene l’universo giovanile, che i  morti televisivi sono presentati in modo estetico, telegenico, addirittura gradevoli, quasi divertenti, temporanei, con l’autore che magari risorge, come a teatro, e saluta il pubblico.

E’ in atto una deformazione mentale. Al giovane è stata sottratta l’emozione della morte accompagnata dal dolore della perdita, dalla nostalgia, dalla passione, dai sensi di colpa per amori non dati al morto. Il giovane viene abituato ad una morte virtuale senza significato. Se la morte produce Valori, primo fra tutti la meditazione sulla vista stessa - perchè la meditazione, come capacità riflessiva esistenziale è un valore - non c’è dubbio che il giovane, meccanizzando la morte televisiva, trasferisca nel rapporto affettivo la stessa psicologia interiore di indifferenza, poichè per lui la morte spettacolo ha influenzato il sentimento del morire, un morire che ha sempre seguito dalla poltrona con una coca cola da sorseggiare. Qualcuno ha mai collegato questo rilievo con le morti del Sabato sera, spesso conseguenza di meccanismi imitativi inconsci relativi ad eroi che stanno sempre in piedi, anche se crivellati di pallottole e saltano con le auto senza cappotarsi o se si cappotano escono indenni dalle lamiere distorte? Purtroppo non c’è tempo per parlare come vorrei, nel dettaglio, di tre grandi inchieste sociologiche, la prima al di sopra di ogni sospetto perchè promossa dal “Comitato Preparatorio del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale nella prospettiva del Giubileo 2000, l’altra dalla “IARD” un istituto di valore internazionale, attivo fin dal 1961 e la terza del “CENSIS”.

Sinteticamente: emerge da queste inchieste che ormai si è verificato quello che il Censis aveva già evidenziato 15 anni fa, e cioè che è “giunto a compimento l’operazione di sganciamento dal passato, come complesso cioè di norme di comportamenti e di appartenenza trasmesse fin dalla nascita. Uno sganciamento realizzatosi in modo indolore, cioè senza complessi di colpa, senza l’ansia di liberazione come invece era accaduto negli anni 70, vale a dire come reazione sessantottesca di lontana memoria: in un certo senso l’operazione si è svolta in  modo deculturalizzato, senza passione. Probabilmente ciò è accaduto in questo modo perchè è cessata la resistenza al cambiamento nelle famiglie stesse: la famiglia, infatti - è l’inchiesta cattolica a dirlo - oggi, nel 45% dei casi non sa più trasmettere valori e ideali forti, mentre il 60% delle famiglie stesse non ha strumenti adeguati per veicolare saperi e conoscenze e per decodificare la realtà.

La famiglia è ormai completamente allo sbando come istituzione ed ha cessato da tempo, in realtà, di rappresentare quel terminal a cui approdare nel corso dello sviluppo perchè i genitori sono troppo occupati a gestire i loro managers, i loro rapporti, le loro disoccupazioni mentali, le loro ansie e depressioni, per poter  essere naturalmente presenti, sempre se lo sapessero fare, nella delicata fase dello sviluppo infantile e della successiva adolescenza. La diagnosi dei sociologi è ormai perentoria: alla fine di questo secolo la famiglia è la grande assente sulla scena del mondo.

Ma anche la presenza sarebbe irta di insidie e pericolosamente patogena. Lo sanno bene tutti coloro che vivono lo sviluppo infantile in famiglie letteralmente incongrue e psicologicamente stressate che trasformano il rapporto con i figli in una pura violenza oltre che in una dipendenza. Tanti di noi, pur di altre generazioni, ricordano bene gli stessi drammi, le stesse infelicità. Anche se tutto è andato discretamente e se siamo stati più fortunati, egualmente abbiamo vissuto contraddizioni, paradossi  e ipocrisie a non finire perchè le nostre famiglie ci hanno parlato di Dio e non lo abbiamo mai visto nè sentito: ci hanno parlato di fratellanza, ma contemporaneamente ci hanno messo in guardia dal prossimo mentre intorno a noi non abbiamo visto altro che scannamenti e ladrocini; ci hanno parlato di giustizia ma hanno anche detto che la giustizia non è di questo mondo; ci hanno insegnato che la famiglia è tutto, ma ci hanno mostrato solo conflitti, gelosie, contrasti, possessività, lasciandoci frastornati, intontiti, sbigottiti, praticamente senza modelli autentici a cui riferirci per capire la nostra vita. Quali ideali forti - a parte l’autoritarismo dei padri - ha infatti incarnato la famiglia tipo del passato se, poi, non abbiamo fatto altro che guerre e colonialismi contro popoli liberi trasmettendo ai figli solo ideali di morte, di violenza e di sopraffazione del più debole? Erano questi i Valori? E’ per questo che veniamo al mondo?

Oggi la scena del rapporto genitori-figli si ripete su altre basi. L’inchiesta cattolica riconosce che forse, oggi, c’è più colloquio fra alcune tipologie di famiglie acculturate, ma dove c’è, concerne cose banali (sport, cronaca, avvenimenti del quotidiano). La conferma di ciò è che i giovani comunicano solo con gli amici. Il valore dell’amicizia, infatti, ha superato il legame con la famiglia nell’82% per cui i gruppi esterni sono diventati il luogo dove il giovane può esprimere la propria emotività.

La stessa religione è posta agli ultimi posti al pari della politica, per cui è evidente in modo solare, che negli ultimi decenni si è accentuato il processo di secolarizzazione dai nonni ai nipoti e ciò è da intendere come il venir meno della credenza nel divino riferito alle religioni organizzate, prima fra tutte quella cattolica. L’analisi mostra una consistente e continua caduta dell’atteggiamento religioso e un processo di privatizzazione della religione che si forma  sulle convinzioni personali e private. Curioso è il dato emerso da questa  estesa indagine perchè sono diventate patrimonio comune, fra i cattolici stessi, Valori verso i quali la Chiesa è tuttora intollerante per cui veramente occorrerà sedersi intorno ad un tavolo e togliersi le maschere dell’ipocrisia.

Tra i praticanti cattolici (per praticanti l’inchiesta definisce coloro che vanno a messa e frequentano la Chiesa), dunque non fra i cattolici in generale, solo il 30,8% riconosce che a dar senso alla vita è la fede cattolica e solo il 30% dà importanza alla religione per cui una lettura onesta mostra che l’adesione  religiosa è un puro rituale che nulla ha da spartire con la presa di coscienza reale e concreta, cioè con la partecipazione affettiva alla religiosità. E ancora, sempre fra i praticanti cattolici (di cui il 60% è di sesso femminile) è emerso che il 53% ammette l’omosessualità, il 43% ammette l’aborto e il 48%  il sesso fra i minori. A confronto, il Rapporto IARD ci dice che il 90% dei cattolici non ha fiducia nei sacerdoti e il 62% non ne ha nel clero in generale.

Sorvolando su numerosi altri dati, la gioventù odierna sembra mostrare  che tende alla resa di fronte alla complessità del mondo e rinuncia ad usare la ragione per capire e penetrare la complessità delle cose. I giovani appaiono disorientati e sono facile preda di ideologie estremiste, di destra e di sinistra: sembrano aver maturato una sorta di sospensione perenne, uno stato fatuo o limbico che tende a prolungare indefinitivamente la giovinezza nelle case-albergo dei genitori da dove entrano ed escono come in una dissolvenza filmica, vivendo realtà multiple sempre più virtuali in gruppi gestiti da leader pressappochisti e superficiali. Non a caso nel 60% del campione giovanile è presente l’alcool, mentre nel 31%, quasi uno su tre, è invalso l’uso di droghe leggere con una esposizione al rischio che aumenta col benessere. Ma un restante 14%, pur non avendo mai preso  droghe, ha ammesso di sentire il desiderio di provare per cui, complessivamente, se dovessimo riassumere, possiamo dire che si è verificato uno spostamento sensibile di alcuni Valori considerati tradizionalmente importanti: i rapporti prematrimoniali, l’aborto, la convivenza provvisoria non vincolata al matrimonio, il divorzio, l’associazionismo, l’uso droghe leggere e fra poco l’omosessualità, il primato dell’amicizia rispetto alla famiglia e l’abbandono delle religioni con lo sviluppo di dimensioni morali e religiose private, sono diventate pratiche e  valori entrati a pieno diritto nella morale comune.

Ma prima di concludere questa carrellata veramente superveloce non si può sottacere una valutazione storica fondamentale.

Essendo caduti, o sostanzialmente mutati alcuni riferimenti o Valori, oggi l’uomo si è trovato senza bussola perchè nel corso dei secoli è stato fatto di tutto  per impedirgli di sviluppare un’autocoscienza critica rispetto ai grandi temi della vita. Un’autocoscienza capace di creargli quegli anticorpi mentali in grado di fargli affrontare i mutamenti senza andare in crisi. Per secoli l’uomo  è stato trattato come una macchina nella quale inserire i  programmi ideologici di comportamento, ma oggi abbiamo raggiunto il massimo dell’alienazione perchè a quelle culturali e religiose si è aggiunto l’interesse del mercato. Basta aprire la televisione e vedere i programmi commerciali a premi per rendersene conto. Non mangiamo la pasta se non è Barilla, e non usiamo il dentifricio se non è Clorodont, le fette di pane se non sono del Mulino Bianco. L’influenza della pubblicità sfiora finanche il ridicolo se non fosse tremendamente serio. In un sondaggio al di sopra di ogni sospetto perchè effettuato da una delle più grandi agenzie pubblicitarie, la Mc Cann Eriksson, su bambini tra i 7 e i 12 anni, alla domanda “come descriveresti il paradiso”, il 25% ha risposto “dove c’è Dio, mentre il 22% ha detto che è “un posto sulle nuvole dove si beve il caffè con Solenghi, e alla domanda “che tipo di pesce ricordi”, il 19% ha risposto “il pesce bastoncino”, ponendo al quarto posto “il pesce ad anellini fritti”. Naturalmente c’è polemica intorno alla pubblicità inserita nei programmi per i bambini ma non c’è molto da sperare. Programmi penosi sono inoltre distribuiti secondo la fascia di idiozia della mente tarandoli con le ore in cui vi sono solo le donne in casa fino alla sera quando i lavoratori tornano a casa e i grandi ascolti dello stupidario raccolgono fino ai 12-13 milioni di ascoltatori in ore di punta. Manipolazioni sottili e sublimali coinvolgono ormai finanche il nostro inconscio per cui il nostro basta concerne qualsiasi ideologia, qualsiasi violenza che by-passi il circuito delle scelte critiche.

Ecco perchè sembra più che mai necessario proporre nuovi modelli e quello dell’umanesimo è un recupero fascinoso perchè implica domande “nel mondo spaesato del tacere”, coma ha detto Heidegger: nel quale non c’è il Dio dei cattolici o degli islamici, ma la voce dell’Essere, in ciascuno di noi, che reclama la parola ma che resta ignorata nel mondo dell’inconscio.

 Umanesimo forte

Ed eccoci in pieno alla seconda parte del discorso relativo alla proposta di un umanesimo forte e ad un’utopia razionale.

Cosa significa umanesimo forte? Significa portare al massimo grado il principio dell’uomo padrone esclusivo di sè poichè ciascun essere vivente, pur essendo simile agli altri, è uguale solo a se stesso ed è portatore del diritto individuale a costituirsi come coscienza entro la quale riconoscersi.

E cos’è il Valore? Per gli Stoici, come è noto, il Valore era l’oggetto delle scelte morali riferite al Bene: ciò che è degno di scelta, diceva Cicerone, ma riferito alla Virtù. Per altri è la proprietà di qualcosa, così come la sensazione di dolce è la proprietà dello zucchero.

In questi ultimi secoli il concetto di Valore più o meno si è suddiviso in una formulazione metafisica o assolutistica (che vede il Valore staccato dall’uomo per sottrarlo alla critica) supponendosi Valori universali; e in una seconda formulazione che lega il significato di Valore strettamente rapportato all’uomo o col mondo umano. Nel primo caso i Valori tendono a definirsi come perfetti, universali, eterni, immutabili, regole assolute di vita. Molti sapranno che con Nietzsche questo principio si inverte. In “Ecce Homo” Nietzsche muove guerra ai valori eterni, specie della morale cristiana e afferma i Valori della vita, i Valori vitali. Purtroppo, nelle discussioni comuni il Valore spesso diventa un concetto retorico o accademico, perde di significato perchè è generico, astratto, evoca il merito, il bene, la bontà, il male, cioè categorie relative di comportamenti riferiti alla cultura e alle ideologie che lo definiscono. Ma è proprio così? Sono questi i Valori fondamentali del genere umano? Se siamo indifferenti ai 6 milioni di bambini che muoiono di fame, ai suicidi, ai depressi, allora è caduto uno dei Valori primari di una specie vivente, cioè finanche la solidarietà del branco. E’ bene dirlo a chiare lettere che la solidarietà vera non è quella televisiva dietro la quale c’è sempre una regia di interessi, ma quella sentita, quella che implica uno stato di autocoscienza critica partecipativa e personale a carattere continuo, non soltanto quando ci commuoviamo perchè ci fanno vedere i profughi e i bambini che muoiono di fame e, con abile regia, mettono in moto i nostri complessi di colpa. Sottolineo “personale e continuo” perchè se non c’è il soggetto non c’è società reale, ma società virtuale. E’ l’autocoscienza il Valore Primario: senza l’autocoscienza non si ha alcun altro Valore, riconoscibile o necessario. Io cioè posso riconoscere e accogliere un Valore, per esempio quello della solidarietà, se mi percepisco come un soggetto operativo insieme ad altri soggetti, cioè se mi relaziono col mondo e il mondo relaziona con me.  I Valori, staccati dal comportamento della Persona, sono teorie che galleggiano in un limbo sopra di noi. Non ci  servono questi Valori. Non ci servono più perchè in questo modo non hanno mai funzionato. E’ inutile evocarli nella commozione del momento, anzi è immorale evocarli sfruttando il nostro complesso di colpa o minacciandoci con un ipotetico inferno. Ecco perchè il Manifesto dei neo-umanisti pone fra i valori primari lo stato di autocoscienza critica che ci separa dal mondo animale e ci fa uomini. Da questo Valore promuovono tutti gli altri, poichè l’autocoscienza è un Valore fondante, acquisito dalla specie umana quando si differenziò dall’animale,  è un Valore da cui nascono la cultura, le arti, la scienza e attraverso il quale si manifesta lo stesso sacro (altro valore) cioè lo stato morale, cioè il mistero del nostro interno che chiamiamo l’enigma dell’Anima. E’ questa l’impostazione umanistica, controcorrente, del movimento filosofico di “Uomini e Idee”.

In questo paradigma filosofico, in questa struttura interna parallela alla mente computazionale, la coscienza interiore, la coscienza inconscia direi paradossalmente,  diventa la guida, il Valore primario, la propulsione o addirittura il propellente da disvelare e riconoscere.

E’ un azzardare troppo dicendo che nel mondo c’è troppa assenza di Anima, c’è troppa assenza di cuore nella vita quotidiana dei contemporanei?

Non c’è alcun dubbio che l’uomo, contrariamente a quanto sostiene gran parte della filosofia contemporanea, esprime un reale bisogno di metafisica nel senso che l’uomo aspira, anche inconsciamente,  alla conoscenza del sè interiore. Questo bisogno è provato. Infatti lo sviluppo della New Age e dei movimenti spiritualisti in genere, come alternativa alle religioni storiche e organizzate, comprova non una fuga nell’ateismo (come potrebbe apparire dalle inchieste sociologiche) ma una fuga dalle religioni organizzate per rifluire in visioni personali del mondo e dello spirito. Ciò significa, fuori di ogni dubbio, che c’è una forte richiesta di nuovi significati, cioè che l’uomo medio cerca una nuova ontologia.

Hanno ragione, hanno torto? Si ingannano perchè hanno paura della morte o perchè vivere la radice interiore è una esigenza strettamente connessa alla Persona?

Sottolineando l’importanza dell’autocoscienza come Valore, noi vi affianchiamo il concetto di coscienza intenzionale che si sviluppa e si accresce nel corso della vita e il cui principio oggi mette a repentaglio le teorie deterministiche dei filosofi della mente che interpretano la coscienza come epifenomeno dei neuroni. Non siamo di fronte al Super-Io di Freud ma alla capacità di interrogarci liberamente nella nostra stessa coscienza e da questa ricevere risposta. Capite ciò che voglio dire? In tal modo si configura un fatto completamente nuovo. Un sè che giudica se stesso e trova in se stesso le risposte non rispetto alle azioni, ma rispetto al suo stesso essere il pensiero interrogante. Così facendo il Sè diventa la voce morale intrinseca alla sua natura di sè. Non chiede fuori le risposte, le cerca nel suo dentro, ma nel suo dentro è come se interrogasse qualcuno che quindi diventa l’Altro, l’Altro da sè, il Fuori da sè, nel mistero esistenziale dell’Essere.

Se è così, se le cose stanno così, se l’essenza della filosofia è quella di risalire ai principi, costi quel che costi , allora ci troviamo difronte alla radice della essenza che costituisce l’Io, per cui il desiderio ontologico di conoscere se stesso attraverso l’Altro (che è costituito dal Sè che interroga il Sè) non è una forma di intellettualismo teologico o filosofico o esclusivamente psicologico, ma risponde all’esigenza di un Desiderio di infinito, cioè all’esigenza di un principio morale naturale.

Naturalmente tutto ciò è attraversato dal lavoro della coscienza che cerca, dal dolore, dal piacere, dalla solitudine, perchè ciascuno non può fare questo lavoro per un altro.

Ecco perché parlando di umanesimo forte, noi vogliamo intendere il  recupero di una metafisica laica che significa passare da una filosofia della mente che teorizza una contrapposizione mente-coscienza superiore, ai bisogni fondamentali di un’altra coscienza che pressa per diventare linguaggio: cioé lo stato dell’essere come anima individuale, l’Altro che chiede la parola attraverso la proiezione morale. E’ un azzardare troppo? E’ un azzardare troppo  elencare, al fianco del Desiderio di Sè e di infinito, alcuni denotatori, alcuni precisi segnali come l’intuizione, la creatività, l’immaginario, la libertà, la capacità di giungere al silenzio interiore, alla progettualità morale? E’ un azzardare troppo affermare che il riduzionismo scientifico della mente non ha spiegazioni plausibili per quest’inventario del Desiderio e delle radici interiori?

E’ questo l’umanesimo forte. Non un vago “umano”, secondo un’accezione sociale e popolare, ma la rifondazione del soggetto espropriato, a causa dei fondamentalismi culturali e religiosi, dalla sua natura critica e dalla sua individualità.

Un umanesimo ancorato a Protagora, tanto per citare una paternità, per il quale è l’uomo “la misura di tutte le cose, “un uomo “pastore dell’Essere” (la felice espressione è di Heidegger) e, diciamo ora noi,  non una sociologia che faccia dell’uomo un anonimo abitatore di una massa.

Appare allora evidente che parlando di autocoscienza noi vi sottintendiamo la libertà e alludendo al Sè interrogante noi ci trasferiamo nelle immagini di una libertà fattuale, non una libertà teorica come modello: cioè il pensiero come vita, non vita come pensiero. Cosa significa pensiero come vita e non vita come pensiero? Vuol dire che la vita dovrebbe essere niente altro - dato a Cesare quel che gli è dovuto - che la realizzazione del pensiero, mentre, invece, altro non è che un pensiero modellato da simboli., da prescrizioni, da tabù, per cui siamo tutti un po' come fotocopie di un modello unificato che si può rompere solo attraverso la lotta,  la disobbedienza. Naturalmente  c’è il modello formale del mondo, con leggi e diritti, al quale dobbiamo sottostare vivendo nella comunità, non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Noi, però, sottolineiamo con forza che la realizzazione sociale non è un Valore, il lavoro invece sì, poichè è l’interiorità creativa il bene per eccellenza, qualunque cosa ne pensino i moralisti, perchè è l’interiorità creativa che ci autorizza ad esprimerci come Persona prevalendo sulla natura dei fenomeni. Di conseguenza l’autorealizzazione consiste non nell’appropriarsi delle ricchezze e di beni sociali, ma nella crescita della maturità ontologica, nella installazione nel Sè di meccanismi liberi con i quali leggere il mondo e gli altri da orizzonti non oppositivi, superando le antitesi delle ideologie e dei fondamentalismi e delle simbologie che essi determinano.

A questo punto il discorso passa, inesorabilmente, ancora una volta, attraverso quello del Potere, perchè i simboli sono l’espressione del Potere, in quanto piegano l’uomo al mito dell’obbedienza alla religione e alla cultura dominante. Non è un mistero per nessuno che il Potere si maschera e si nasconde  o addirittura rifluisce nei simboli e con essi diventa “Valore” giungendo a piegare (senza che alcuno possa ribellarsi e utilizzando il complesso di colpa come reattivo) ogni uomo che appena tenti di conquistare la propria libertà. Dobbiamo dunque prendere coscienza che i simboli che ottundono la libertà e costringono all’obbedienza sono simboli necrofili al contrario di quelli che espandono l’Essere. I simboli, infatti, uccidono più della spada: ecco perchè dovremmo parlare di nuovi Valori per la creazione di nuovi simboli laici: ne ha assoluto bisogno la famiglia, la prima a cadere sotto la spinta della modernità. E’ appena da ricordare che il Potere, per secoli, è stato trasmesso solo ai padri come continuatori del Potere pubblico, attraverso l’introiezione dei simboli tradizionali: non a caso, se un padre moriva, pater familias diventava il figlio, anche se ancora bambino, non la donna.

Con ciò si perpetuava (e si perpetua) il modello della famiglia tradizionale che oggi è in crisi. E’ in crisi anche perchè continua a riproporsi con l’immaturità della coppia genitoriale come accadeva prima. Fino a pochi decenni fa, infatti, non la maturità del padre passava in primo piano, ma la sua autorità: la sua autorità avallata da un rigoroso coacervo di norme simboliche mai scritte, ma anche da una giurisprudenza che ha dato sempre ragione al maschio. Caduto il mito del padre autoritario e del falso padre, si è poi messo in evidenza che lo stesso rapporto uomo-donna, proprio nella coppia istituzionalizzata, è sempre stato mediato dal potere delle regole e non dal potere dell’intesa al punto che sarà Kierkegard a dire che l’amore vive là dove non c’è matrimonio, laddove non ci siano le ferree regole culturali. Questo significa che, originandosi da un rapporto sociale di potere, all’interno della famiglia il dialogo uomo-donna - come scrisse anni fa Ida Magli - non è possibile. “Non perchè sia andato perduto, dirà poi Levi-Strauss, ma perchè non è mai esistito”. Sia l’uomo che la donna hanno finito col parlare soltanto di se stessi e con se stessi, in uno specchio, cioè narcisisticamente guardando solo a se stesso, utilizzando l’altro come strumento per dar voce e consistenza al formale dato sociale dell’intesa e della comunicazione, ma è sempre mancato l’io-tu, il rapporto io-tu fondante che avrebbe dovuto costituire il senso comune della responsabilità come coppia e non come singolo. Le basi di quella cultura sono state ora sradicate, ma nessuno sa come fondarne altre, per cui i sociologi oggi ci dicono - come ho già accennato - che è la famiglia la grande ammalata e la grande assente sulla scena dei Valori del duemila.

Già il ‘68, aveva tentato, per esempio con Marcuse, di fare un passo avanti per liberare la famiglia dal suo essere patologia di gruppo. Marcuse parlava di liberazione felice, ma non si può costruire senza prima distruggere gli strumenti su cui cresce la patologia il cui fondamentale contrassegno è l’impossibilità concreta di passare dal simbolo delle regole astratte e mitiche alla concreta realtà dell’operare in simbiosi per crescere sia come individui della famiglia e poi come intero gruppo. Vale a dire la società si è secolarizzata emancipandosi dal modelli religiosi ma non sono stati scardinati i simboli entro i quali transitano i cosiddetti modelli morali, per cui continuiamo a vivere fra equivoci e contraddizioni non disgiunti a gravi complessi di colpa, nè si vuole prendere coscienza totale della grande domanda: come deve essere una famiglia e quali gli strumenti culturali perchè esca dalla sua patologia?

Ovviamente stiamo facendo l’esempio della famiglia perchè, nel contesto in cui stiamo parlando, essa è la spia evidente a tutti del malessere generale.

La commutazione dei simboli è la grande avventura dell’etica futura ed è la sola a garantire il cambiamento reale e non fittizio, liberando l’uomo dal complesso di colpa indotto dai vecchi simboli e restituendogli la forza della fede.Ma quale fede? Il laico, essendo un uomo libero, ha prima di tutto fede nell’uomo e, anche se non lo riconosce, accetta la sua radice metafisica, il suo essere nel al di qua della ragione e nell’al di là della sua interiorità. Cioè, con la fede nell’uomo il laico (che non è necessariamente ateo come capziosamente si vuol far credere) inconsapevolmente è nell’area astratta (ma visibile ai poeti, ai filosofi ed ai profeti) dove vengono meno le certezze della realtà in quanto si trova difronte alla complessità del suo mistero di vivente.

Il problema, oggi, non è se Dio è morto come proclamava Niezsche, ma se è morto l’uomo, se già non è diventato un automa, se la trappola non si è chiusa completamente. Perciò Bertrand Russell poteva scrivere fin dal 1954: “da essere umano rivolgo un appello agli esseri umani: ricordatevi della vostra umanità e dimenticate il resto. Se così potrete fare, davanti a voi si spalancherà la strada verso un nuovo paradiso; altrimenti, nulla si aprirà davanti a voi se non la morte universale”.

Russell è un uomo libero, esattamente come sono liberi Adamo ed Eva nel mito giudaico e come è libero Prometeo in quello ellenico: ambedue i miti concepiscono la civiltà umana fondata sulla disobbedienza, quella che noi oggi definiamo lo scardinamento delle sovrastrutture per cercare le radici interiori.

Rubando il fuoco agli dèi, Prometeo costruisce le fondamenta dell’evoluzione e della civiltà umana. Non ci sarebbe storia, ricorda Erich Fromm, “senza il delitto di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza, ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario, afferma orgogliosamente di preferire l’essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

E così sia anche per noi, perchè imparando a dire di no, noi costruiamo la nostra individualità e la nostra libertà e conosceremo il mondo in prima persona, non con gli occhi degli altri che neppure ci conoscono e decidono della nostra sorte morale dicendoci ciò che dobbiamo fare, ma in prima persona, come è giusto che sia.

 La predetta conferenza è stata tenuta in forma più ampliata presso l’Università di Padova il 23/3/99 e ripetuta il 24/3/99 a Milano (organizzata dall’Associazione ANEB) nel Palazzo dei Congressi “Le Stelline” di Via Magenta.

 

 

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