LA TRAPPOLA DELLA SOVRASTUTTURA

 

Conferenza di Corrado Piancastelli

tenuta a Roma il 12 aprile 1997 presso l’Università Valdese - Via P. Cossa, 2

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Per bene intendere il discorso strutture-sovrastrutture facciamoci prendere da un flash sulla coscienza.

La coscienza è lo stato filosofico e psicologico attraverso il quale un soggetto vivente entra in una condizione di sapienza conoscitiva di sè e dell’ambiente circostante. Dico “sapienza conoscitiva” per distinguere il termine coscienza da cosciente.

La percezione cosciente di sè è infatti esclusivamente neurologica ed è quella che possono avere anche gli animali, specie se superiori. La coscienza che, ovviamente, comprende anche lo stato neurologico, ha più livelli che si potrebbero definire critici, etici, intuitivi, e soprattutto vegetativi, assegnando a questo aggettivo la migliore definizione di sovrastruttura essendo sociologicamente e psicologicamente determinata.

Per evitare equivoci è bene allora chiarire, sin dall’inizio che, per quanto riguarda la sfera cognitiva umana, definiamo sovrastruttura l’insieme linguistico e semantico che costituisce sia il linguaggio convenzionale che le tipologie comportamentali e psicologiche con cui ci confrontiamo col mondo. in tale modalità di relazione sono sedimentati, con potenziale irrompente e devastante, tutti i condizionamenti storici e psicologici, e tutte le prescrizioni e tabù sociali, familiari, affettivi, religiosi e fisiologici, quasi sempre in forma fobica, cioè coatta. Nella sovrastruttura sono facilmente evidenziabili almeno due ambiti. Il primo è quello del cervello che esegue compiti di routine quotidiana, come il vivere sociale, l’affettività complessiva e dipendente verso gli oggetti e le persone, il lavoro ripetitivo, l’alienazione gestuale compulsiva, le regole del mondo, le manifestazioni caratteriali e nevrotiche, l’obbedienza ai tabù e agli standard etici del mondo: questa mente è subìta dalla coscienza, poichè l’uomo vi aderisce senza partecipazione attiva poichè l’attività superiore della coscienza non vi è impegnata come atto critico e opzionale.

Nella sovrastruttura (che, non dimentichiamolo, costituisce gran parte della coscienza) dobbiamo poi includere il secondo livello costituito dalla fisicità, nel senso che il corpo è Natura che esprime la vita con le contraddizioni di salute, malattia e limiti corporei, desideri e bisogni fisici, difficoltà di risposte agli stimoli del desiderio, ed estrinsecazioni sensorie che coinvolgono, più o meno, anche la sfera cognitiva della sovrastruttura quotidiana.

Fin qui i due aspetti - fisici e mentali - che si equilibrano in base al principio di adattamento sia della specie che sociale e, soprattutto, si adeguano al principio generale dell’obbedienza alla natura e alla società.

Ma tutto qui l’uomo? Finora non abbiamo parlato che di Natura e tutto andrebbe per il verso bio-psicologico se non esistesse la terza parte, il terzo livello, quello che in psicologia e in filosofia si chiamerebbe la soggettività critica, ma che per il filosofo si potrebbe indicare come la radice metafisica del proprio in sè. Il quadro di un uomo visto come entità psico-fisica ora quindi cambia: è comparsa l’entità soggettiva che posso non concordare e, infatti, non concordo, con la sfera psico-fisica ponendosi, in speciali circostanze (come le stesse nevrosi o addirittura la follia, ma in particolar modo l’arte) in opposizione al processo di omologazione e livellamento sociologica cui l’ambiente tende a conformare la natura interiore dell’essere umano.

Eccoci allora alla seconda precisazione.

Definiamo sovrastruttura lo stato di coscienza del sè: coscienza esistenziale pura, primaria, nucleo d’identità che si autoriflette e si gestisce riconoscendosi come sfera intima soggettiva e personale.

Ciò che stiamo identificando come struttura è verosimilmente un campo di forza, ma ora ci interessa sostenere che essa è la natura vivente dell’Essere, il suo costituente nel senso metafisico del significato, ciò che siamo al di là del linguaggio della sfera cognitiva esterna che appartiene alla convenzionalità del mondo: ecco perchè è in questa struttura che l’Essere si confonde con l’intuizione di sè, sì che la struttura è il solo luogo vitale che conferisce il movimento all’Essere nel senso che l’Essere esiste proprio in quanto è un esistente che può produrre, in tal modo, l’intuizione, cioè la partecipazione solitaria alle cognizioni che non possono diventare linguaggio. tutto ciò lo conosciamo anche sotto il nome di Anima.

Lo scarto, vale a sire la differenza, tra l’intuizione di sè e la coscienza linguistica della convenzionalità, cioè la differenza fra la struttura e la sovrastruttura, rappresenta quel plus-valore che separa il mondo dell’Anima dal mondo della Natura, l’essere dell’Anima dal suo apparire fisiologico.

Questo scarto conferma, direi operativamente, il valore primario dell’approccio metafisico alla conoscenza dell’uomo.

Non c’è alcun dubbio che la struttura è libera e la sovrastruttura è il gravame delle catene che impediscono la manifestazione dell’Essere.

Platone fisso il gravame con cui si nasce, con l’immagine degli uomini in catene che danno le spalle all’ingresso della caverna e, non riuscendo ad essere soddisfatti dal gioco di ombre e di luci che provenivano dalle loro spalle, si accorgono, attraverso la voce del filosofo, di una verità fondamentale: quella di essere in catene, prigionieri.

Ma perchè prigionieri e di che cosa?

Almeno due riflessioni si pongono immediatamente:

1) - Siamo prigionieri delle regole che noi stessi, in parte per necessità e in parte per sovrapposizioni ideologiche e per moralismi religiosi di tipo masochistico, ci siamo dati nel corso dei secoli: si tratta, come è evidente a tutti, delle regole sociali, economiche, familiari, moralistiche, pubbliche e private.

Comunque ci rigiriamo dobbiamo dar conto a qualcuno od a qualcosa, diventando schiavi dell’obbedienza.

2) - La seconda riflessione osserva che le prescrizioni ideologiche, se vengono contraddette, provocano un complesso di colpa talmente acuto da funzionare come deterrente anticipato rispetto all’evento e quindi impedendone l’esecuzione. Ciò succede perchè le prescrizioni, caricate affettivamente da simboli a volte collaterali, si sacralizzano (se religiose) e si simbolizzano assumendo addirittura valenze subliminali, cioè accettiamo il tabù senza necessariamente valutarne il senso e la causa.

Si badi che non necessariamente la prescrizione deve avere carattere socialmente o sacralmente positiva, cioè possedere un valore etico o legittimo anche se discutibile.

Infatti esistono prescrizioni e tabù all’interno della società malavitosa, i quali rappresentano, per quei soggetti, valori etici che, a loro criterio, ideologicamente sostengono concetti di omertà, di onorata società, di mafia, ecc...

Come si vede la sovrastruttura ha molte valenze e, tutto sommato, cade l’obiezione secondo la quale le sovrastrutture sono necessarie perchè rappresentano l’ordine e la legalità. Nel nome delle sovrastrutture e delle sottostante ideologie, siamo andati a massacrare tutti gli Indios e i pellerossa d’America e abbiamo ucciso decine di migliaia di persone durante l’inquisizione, specie in Spagna, per non parlare dei delitti e delle persecuzioni politiche nel corso dell’intera storia umana.

Per realizzare didatticamente la stessa dinamica compulsiva (cioè nel senso che l’uomo non riesce a sottrarsi al tabù se non con uno sforzo rivoluzionario) noi fin da quando nasciamo veniamo investiti (dalla famiglia che è l’anello privato di uno stato pubblico) da prescrizioni che sono direttamente proporzionate al ruolo sociale, economico e morale centrato sul tipo di famiglia di appartenenza. Non c’è alcuno spazio per la nostra decisione. Pezzo dopo pezzo la famiglia e la scuola costruiscono la nostra mente sociale computazionale, dicono oggi i filosofi della mente) eliminando, uno dopo l’altro, qualsiasi tentativo, da parte nostra, di realizzare alternative.

I genitori si vantano, se l’obiettivo viene raggiunto, di aver fatto diventare i figli come essi volevano, lo Stato e la scuola a loro volta potrebbero vantarsi di aver creato un cittadino modello.

Ecco, siamo in trappola: la sovrastruttura si chiude. Ora questo cittadino modello potrà ripetere il gioco su altri esseri che nasceranno da lui.

Tutto ciò si chiama tradizione.

Siamo contenti che accada tutto questo? Se ci sentiamo soddisfatti vuol dire che siamo talmente incatenati in questa trappola da non accorgerci che siamo diventati ammalati.

Eccone i sintomi:

1) - Incapacità e dunque assenza di una visione alternativa della weltanschaung, cioè di un modello del mondo.

La malattia non è solo la nevrosi facilmente diagnosticabile, in questo caso, come chiusura o blocco narcisistico primario che impedisce ogni atto revisionale critico del proprio modello ideologico-culturale, non si tratta, dunque, solo di una patologia che è anche sociale oltre che individuale. Se funzionassimo soltanto con i primi due livelli di vita, vale a dire quello fisiologico della natura e quello della mente prodotta dal cervello, potrebbe anche farci comodo diventare robot e marionette nelle mani dei poteri, delle lobbies economiche, delle religioni: funzioneremmo come gli animali in uno zoo, ringraziando i guardiani che ci danno da mangiare.

Ma abbiamo tutti quanti un terzo livello, cioè un mondo interiore in cui l’esistenza non è eticamente legata alle cellule cerebrali e non segue le logiche della causa-effetto, nè la produzione ideologica ed economica del mondo.

Il terzo livello è la coscienza critica, la soggettività, la qualità dell’Essere, la substanzia che ci rende soggetti individuali non massificati, nè massificabili se solo lo facessimo vivere e produrre a modo suo.

E’ in questo livello la capacità di essere liberi e di liberarci dalle catene. La riduzione (nelle varie gradazioni) della coscienza superiore, produce personalità alterate che appaiono evidenti sia all’introspezione psicologica che a quella dell’approccio filosofico.

Eccone i principali sintomi:

1) Assenza di una visione alternativa della weltanschaung, cioè di un modello del mondo non bloccato a schemi fissi;

2) -Perdita o assenza del riconoscimento di identità, condizione fondamentale perchè un individuo si rappresenti nella propria soggettività

3) - Obbedienza cieca alla regole tradizionali o rifiuto di qualsiasi etica e prescrizione

4) - Difficoltà o impossibilità a sentirsi mentalmente liberi

5) -Chiusura narcisistica

6) - Assenza di un fine della vita.

Sul piano psicologico ci sarebbe tanto da dire, per esempio che il disturbo o l’assenza del terzo livello producono depressione, stanchezza esistenziale, insofferenza, incapacità di concepire una visione culturale personale e alternativa, assenza di valori autentici in forma dialettica.

L’elenco potrebbe continuare per molte pagine.

I sintomi che ho elencato sono il segnale preciso che il soggetto è alienato interamente al modello mente-corpo, cioè a quanto noi indichiamo quale modello sovrastrutturale: e che tale situazione lo ha reso malato.

Ma che cosa e chi è alienato? Abbiamo nominato il “soggetto”, la qualità del terzo livello ed ecco che se ne prefigurano addirittura altri.

Naturalmente i materialisti ci diranno che non esiste un terzo livello, che ciò che chiamiamo coscienza altro non è che soltanto uno stato della mente, la quale è un epifenomeno del cervello. La polemica infuria, ma c’è almeno un punto che vorrei evidenziare ed è questo: essere liberi non implica tanto l’agire libero (che pure è fondamentale, ovviamente, essendo l’agire un prodotto della libertà stessa) quanto il pensare libero.

Ma il pensare libero implica che ci sia una opposizione al pensare condizionato: la mente, quindi, si scinde. Non c’è più soltanto una mente sociale legata al condizionamento del mondo. Il pensare libero autentica l’esistenza di un’altra coscienza che giudica il condizionamento ideologico del mondo e dunque anche di se stesso.

Non si sfugge a questa impostazione. O siamo qualcosa o siamo niente. Ma per essere qualcosa è necessario distanziarsi dal ritmo causa-effetto ed entrare nella dimensione metafisica dell’Essere, poichè solo in questa dimensione la realtà acquista un significato e solo in questa dimensione la realtà viene riconosciuta, anzi auto-riconosciuta, giudicata, valutata, inquadrata sia obiettivamente che soggettivamente, sia concretamente che simbolicamente. La sola materia è incapace di simile operazione: oggi finanche la neuroscienza deterministica è costretta ad ammettere che il singolo neurone è stupido e non può produrre nulla che somigli ad una funzione cosciente.

La materia non ha un fine o una meta.

La soggettività cosciente, se libera dalle sovrastrutture, il fine ce l’ha: è quello di realizzare il suo esistente, di perseguirlo, di superarsi, di conoscere, indagare, perlustrare la realtà.

Anche se non dovesse finalizzarsi eticamente verso una meta, egualmente il piano conoscitivo ed esperenziale riempirebbe l’intera vita.

Il manifestarsi della coscienza libera costituisce,  filosoficamente parlando, la fondazione del soggetto e l’esplicarsi di questa funzione è un gesto metafisico, perchè prescinde dal condizionamento mente-cervello e ci riporta nella natura essenziale del nostro Essere.

Con il prodursi del gesto metafisico noi ci riappropriamo di noi, almeno che non vogliamo considerarci pura natura vivente.

La riappropriazione di noi coincide con la riscoperta, pratica e non teorica, della nostra interiorità trascendentale.

Noi siamo convinti che questa interiorità, che non rappresenta solo la coscienza superiore, ma vari attributi (quali la creatività, l’intuitività, l’immaginario, la simbolizzazione, ecc.) sia, in modo del tutto naturale, una dimensione paranormale che ci portiamo dentro, quella che io chiamo Anima.

Senza questa struttura che incarna il nostro sentirci soggettivi, le funzioni che ci fanno dire “io”, le proprietà che ci fanno riconoscere “diversi” dalla corporeità come modello sociale, senza questa percezione (direi appercezione) di noi come qualità esistenziale che è presente nel momento in cui ci pensiamo come attori di una scena, senza tutto questo noi non saremmo niente ma solo poco più di una materia in movimento.

Per sentire tutto questo, per accedere  alla struttura, bisogna rompere la coesività drammatica della sovrastruttura, cioè liberarci dalla scorza pesante che costituisce la catena posta sul nostro capo, come ha scritto Brecht in una breve ma fulminante poesia.

E’ vero che le regole della sovrastruttura sono protettive, ma anche le gabbie lo sono, anche le corazze lo sono. E’ vero che dalle gabbie si può anche uscire, ma a condizione che il soggetto maturi al punto tale da liberarsi dalle catene. E’ questo il punto. Io credo che è impossibile maturare stando incatenati, perchè credo che solo l’atto mentale rivoluzionario, cioè la trasgressione della storia, cambia il mondo. Quando ciò si realizza, almeno quattro a mio parere, sono i risultati:

Il primo è la nascita del pensiero filosofico che si produce proprio attraverso il moto di liberazione dalle catene mentali che impediscono di accedere all’esperienza primaria dell’epistème, cioè di entrare in se stesso per trovare l’intuizione, le idee: questo gesto è metafisico nel suo solo porsi ed apparire alla coscienza.

Il secondo è la conquista, sul piano psicologico e direi terapeutico, di un nuovo modo di vedere il mondo e le relazioni con l’altro da sè. Non si tratta solo di mettere da parte le nevrosi, frutto delle pulsioni dell’inconscio e dunque di “guarire” dall’alienazione di cui siamo tutti ammalati, si tratta anche di instaurare, da quel momento, un nuovo modo di esperire il mondo, di realizzare esperienze impensabili prima di quel momento, di vivere nuovi modelli di esistenza e di far affiorare altre sensazioni, altri gusti esistenziali, altre partecipazioni alla vita.

Il terzo risultato della liberazione dalle catene è di natura squisitamente etico, nel senso che la frantumazione dei condizionamenti è riconquista del fondamento dell’Essere il quale si raggruma principalmente nel principio di libertà. Non può essere altrimenti.

Il quarto risultato è la possibile emersione di quel complesso quadro interiore che stiamo identificando come l’Anima, il cardine intorno al quale si costituisce la coscienza superiore della vita interiore.

Il motivo per cui questa substanzia interiore non appare dipende sicuramente dalla diversità dei linguaggi.

Il linguaggio dell’Anima non può essere il linguaggio del cervello.

Ecco che, così inquadrato il processo, la riappropriazione esperenziale di sè e la riduzione della sovrastruttura diventano un vero gesto metafisico che passa, indubbiamente, attraverso una procedura psichica, ma non è uno stato psichico.

Siamo nel nostro al di là interiore, fuori da un possibile modello della mente, siamo nel luogo del vero Mistero.

In questo stadio noi verosimilmente non siamo più nelle cellule e dovremmo partire da questa formidabile posizione privilegiata per esperire la vita che invece percepiamo solo attraverso la malattia.

Credo che in questo senso Ounspenski dica che viviamo dimentichi di noi: cioè la vita ci scorre addosso come se non ci appartenesse e ci accorgiamo di noi quando abbiamo mal di testa o un callo al piede.

Noi non viviamo la vita, ma solo le sue “diversità”. Noi non viviamo il nostro respiro o la bile che defluisce nello stomaco, noi viviamo soltanto frammenti di corpo quando ci producono dolore e piacere: eppure appena un sistema fisico  entra in crisi avvertiamo lo spaesamento della paura, il terrore della morte e della fine umana.

Tuttavia, ad onta dello spaesamento che ci prende ad ogni piccola crisi, c’è una parte di noi, oscura e preziosa, che pensa a noi. C’è qualcuno, nella mia vita passiva di corpo, che si occupa di me, che trasale al morire del corpo, che si inebria al piacere dello scambio, che si slangue quando raggruma in sè la percezione immateriale (sovrannaturale, innaturale?) del fondamento di sè.

Ecco che dunque le catene che si spezzano, la rottura con la tradizione (perchè ogni tradizione, se non è pura storicità, è un museo delle cere che blocca il cammino e costringe alla resa) senza gesti di insofferenza e di libertà uccide l’Anima e le impedisce di essere se stessa. Perciò rompere le catene significa accedere alla fonte, alla radice, ed entrare nell’esperienza della rivelazione personale, cioè nel nucleo fenomenologico da cui iniziare la conoscenza di sè e del proprio Essere.

Il percorso, dalla fonte originaria alla coscienza della fonte stessa è ciò che viene chiamato il percorso fenomenologico, perchè parte dal fenomeno dell’apparire dell’intuizione fino al momento del suo riconoscimento.

E’ questa la filosofia. Come ha recentemente scritto Roberta De Monticelli, la filosofia deve essere “una tradizione che fa del pensare anche un percorso di esperienza e un processo di maturazione interiore”.

Ma perchè ciò possa realizzarsi e perchè il discorso di liberazione diventi metafisico ed acquisti legittimazione, non basta che le catene vengano descritte; bisogna che nel descriverle vengano riconosciute come gravami e impedimenti sia all’esperienza del cambiamento che all’accesso intuitivo ed epistemico.

Bisogna individuare i percorsi dell’impedimento e poichè le catene si sono simbolizzate dentro di noi, occorre instaurare strategie di riconversioni in maniera da svellere, sradicare gli effetti deleteri che ci costringono a non vedere la libertà che è dentro di noi, vale a dire nella struttura retrostante, nel cuore dell’Anima nostra.

Riconoscendo le catene, operando per la loro riconversione e non potendo liberarci di tutto poichè siamo vivi e abbiamo obblighi comunitari  e corporei, bisogna almeno giungere a quella che io definirei una “riconversione semantica”, al pari della riduzione fenomenologica alla maniera di Husserl. Per riconversione o sdoppiamento semantico, intendo una variazione di significato e, quindi,  di valore, del condizionamento che ci hanno imposto dalla nascita.

Facciamo un esempio, così usciamo dal teorico: c’è in me un impedimento coatto a non fare una determinata cosa, oppure c’è un impedimento istintivo a pensare che Dio esiste.

Posso affrontare questo blocco sdoppiando l’immagine: c’è qualcosa che mi impedisce di effettuare questa cosa; oppure c’è qualcosa che mi impedisce di credere all’esistenza di Dio.

Qual’è la differenza fra le due formulazioni? Nella prima io sono oscuramente impedito a muovermi verso un’esperienza o nella credenza di Dio. Nella seconda impostazione io sposto da me il blocco oppositivo e affido la proposizione al di fuori di me, distanziandomene. Perciò dico “mi impedisce. Dunque qualcosa impedisce me. Ma chi? Impedito da chi o da che cosa? Ho sdoppiato l’accadimento. Ora ci sono io e c’è l’accadimento fuori da me. Ora posso controllare il movimento sia del mio io che di ciò che non posso fare: posso anche nominare ciò che non posso fare, sminuzzarlo, analizzarlo.

Nel caso del rifiuto ad un approccio metafisico, è in atto la “mia” decisione libera e sono funzionanti le sovrastrutture culturali che condizionano la mia vocazione interiore a credere o non credere?

La riconversione semantica comporta variazioni di senso, cambia i significati e i valori, costringe all’individuazione ed al passaggio fra l’informe approccio globale sovrastrutturato alla distinzione fra il sè che osserva e l’oggetto osservato consentendo il controllo e la scelta.

E’ una tecnica valida? per esserla completamente bisogna che il soggetto sia leale con se stesso, che non trucchi, che non osserva le pulsioni inconsce ma se ne lasci risucchiare: l’operazione presume l’abbandono esistenziale, il desiderio di sè, la riappropriazione dell’interiorità, il bisogno di avvertire il piacere dell’irrealtà, l’orgasmo che irrompe dall’interno e invece di dare le convulsioni al corpo le produce in altre aree, aree che non fanno parte della maschera civile che ci mettiamo sulla faccia ogni mattina, appena ci svegliamo o salutiamo le nostre famiglie, finanche le persone che amiamo. Solo se ci togliamo la maschera acquistiamo il diritto a vivere.

E la maschera non è forse l’insieme delle sovrastrutture?

Certo, a volte le sovrastrutture ci proteggono: ma noi stiamo parlando di senso della vita, di fondazione della libertà, delle radici dell’Essere.

L’esperienza dell’essere nella nostra coscienza è l’unica realtà perchè nell’oscura profondità di noi, là e solo là noi sappiamo di appartenerci. Ciò che è fisico è caduco e se l’esperienza del mondo non è un’acquisizione interiore, essa non serve a nessuno, neppure al soggetto che la fa.

Ha ragione Husserl! L’Io trascendentale è la condizione di qualsiasi esperienza perchè soggetto di una percezione continua di sè. Ma ha ancor più ragione quando insiste sulla necessità che l’esperienza sia percepita sempre e soltanto ora che la pensiamo, altrimenti diventa solo teoria dell’esperienza, non l’esperienza.

Nel vivere, in questo momento, io in questo momento devo esperire la liberazione della sovrastruttura stessa e operare il passaggio nell’intuizione di me: non posso affidare il riconoscimento al dopo, cioè al momento successivo all’esperienza stessa, perchè dopo io vivrei il ricordo dell’esperienza, non l’esperienza stessa nel suo moto originario e primario. L’accettazione della vita e del suo svolgersi nel riconoscimento di sè, è il punto più alto dell’esistenza e la non accettazione, per esempio, secondo Binswanger rischia di compromettere il funzionamento dell’io trascendentale, situazione, questa, che Kierkegaard individua come disperazione che ignora se stessa.

Ci sarà sicuramente una lotta perchè la proibizione e il condizionamento sono sacralizzati, ma questo sbarramento non è la cosa più grave. Ciò che è più grave, per cui la maggior parte delle persone non rientrerà mai nella propria dimensione misterica e soggettiva, ciò che è più grave, dicevo, è nel fatto che la gente è in trappola ma non sospetta neppure di esservi: anzi più obbedisce alla legge del branco e più è convinta di meritarsi il paradiso.

In tal modo gli uomini vivono in funzione del giudizio altrui, cioè del giudizio del branco che a sua volta lo condanna, lo assolve, lo redime e l’uccide. Nella trappola della sovrastruttura, infatti, non si vive ma si sopravvive. Non immaginate neppure quanto alto sia il numero delle persone che ignorano l’esistenza di sensazioni, emozioni e conoscenze ampie e profonde e credono che tutto il mondo sia quello racchiuso nello sgabuzzino in cui vivono.

Si esce dallo sgabuzzino disubbidendo. Il mondo è progredito grazie alla disobbedienza e alla trasgressione, mai attraverso l’obbedienza.

Da Adamo ed Eva che disubbidiscono a Prometeo che rubando il fuoco agli dèi dice: “Preferirei essere incatenato a questa roccia piuttosto che essere il servo obbediente degli dèi”.

Antigone sacrificò la vita in difesa delle leggi umane naturali contro la legge dello Stato; Schiller, il 27 settembre 1788 scrisse: “Lo Stato non è che il risultato delle forze dell’uomo, esso è opera del nostro pensiero, ma l’uomo è l’origine stessa della forza e il creatore del pensiero”.

“I grandi nemici dell’umanità sono quelli che l’hanno addormentato e non ha importanza se la loro pozione di narcotico è il culto di Dio o quello del vitello d’oro.

Dalla cronaca di uno psichiatra:

“Lei era la ragazza che cantava, usciva con le amiche, andava in barca e mangiava panini comprati sulla scogliera di Miseno. A sera tornava a casa affamata ma con la bocca ancora piena di sorrisi e di canzoni. Poi si innamorò e si sposò. Lui è fuori tutto il giorno: lei è in casa tutti i giorni. S’incontrano solo la sera, ma lui è stanco e si addormenta davanti al televisore. Il figlio nasce. Ora lei gira per casa anche la notte per dondolare il pupo mentre il marito dorme e non canta più le belle canzoni d’amore ma solo nenie per far dormire il piccolo. Ma sogna le scogliere di Maremorto di Miseno, di fronte a Procida e la barca in cui si addormentava rannicchiata come una gatta sotto il sole.

Ora ha solo voglia di gridare, ma dalla gola non escono suoni e il profumo del mare è sempre più lontano. Le somministrano antidepressivi e vitamine volte al giorno, ma dalla gola continua a non uscire alcun grido...

Lei era la ragazza che cantava e mangiava panini sulle scogliere di Miseno, di fronte all’isola di Procida.”

Qui finisce la cronaca di un delitto annunciato, ed a questo punto è molto opportuna la riflessione di Erich Fromm: “Morire è amaro e cocente, ma l’idea di dover morire senza essere vissuti è intollerabile”.

 

prodena@libero.it

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