CONOSCERSI PER CAMBIARE

Conferenza di Andrea Di Bari

tenuta a Terni il 21 novembre 1997

 

Innanzitutto si pone subito una fondamentale domanda: perché cambiare, e soprattutto come cambiare?

Siamo esseri individuali in una moltitudine di soggetti che interagiscono l’un l’altro condizionandosi continuamente, inevitabilmente. In parole povere siamo una società. NOI. Non gli altri. La società non è fuori della nostra casa, la società non è un ente astratto. La società è qui, in questa sala in questo momento, e anche tutto il mondo di uomini e donne fuori di questa sala, che ci piaccia o no.

E come sta questa società ?

Cerchiamo di mettere bene i puntini sulle i. Nel mondo ci sono 500 milioni di depressi, stima tralaltro in difetto; continua imperterrito il dramma delle tossicomanie con un tragico abbassamento dell’età del consumatore. C’è un’aumento dei suicidi nei paesi industrializzati, in Europa c’è un tentativo ogni nove minuti, in Italia se ne registrano più di quattromila l’anno solo quelli realizzati. In Francia ci provano ogni anno 40.000 giovani sotto i 25 anni, il triplo rispetto a quattro anni fa. Si registra un vertiginoso aumento del consumo di psicofarmaci addirittura tra gli adolescenti, con grande soddisfazione economica delle industrie farmaceutiche. Il 50% delle famiglie è in crisi e il 50% delle donne Italiane non risposerebbe il proprio marito. Un italiano su tre è impotente. La delinquenza minorile è in progressivo aumento. La massificazione impietosa ed inesorabile fa prospettare un triste ed abulico futuro per i nostri figli. Solo in Europa ci sono decine di milioni di disoccupati, una parte dei quali non troverà mai lavoro. Non parliamo poi del degrado ambientale e del conseguente aumento dell’inquinamento. In Italia ci sono 400 decessi al giorno per tumori probabilmente scatenati a causa dell’inquinamento. 

L’endemica e sistematica corruzione nei palazzi del potere e nella vita politica ha ormai disaffezionato i cittadini a seguirla con passione e senso critico, rischiando così di rinstaurare movimenti politici che nulla hanno a che vedere con la cultura più alta dell’uomo e della solidarietà.

Profetizzava Pasolini più di ventidue anni fa sulla stupidità delittuosa della televisione. Come mai si registra un aumento degli omicidi soprattutto per motivi futilissimi? E come mai molti ragazzi che oggi commettono omicidi non provano assolutamente nessun rimorso per il loro gesto?

Diversi autorevoli psichiatri sono sconcertati a causa di alcuni indizi veramente inquietanti: a differenza di circa vent’anni fa dove gli omicidi rivelavano sempre, ad una analisi approfondita, gravi patologie o forme di schizofrenie paranoidi, oggi ci si imbatte sempre più in soggetti assolutamente privi di queste patologie, addirittura con infanzie confortevoli senza particolari problemi con i propri genitori.

Dice l’esperto psichiatra Vittorino Andreoli: Se esponiamo a immagini violente un  gruppo di giovani e poi valutiamo il loro comportamento, mediante l’uso di test, risultano notevolmente aumentati i comportamenti violenti, rispetto ad uno stesso gruppo che invece abbia assistito a immagini neutre, amorose o affettuose.

A complicare il problema si aggiungono i videogiochi. Si fondano generalmente sulla eliminazione di qualcosa, sulla vittoria ottenuta sparando, uccidendo. Hanno una dimensione tascabile, così i ragazzi vi si possono dedicare in ogni momento e ovunque. Rispetto alla violenza televisiva e da videocassetta, i videogiochi richiedono un intervento diretto, fare violenza, premendo con abilità e rapidità i bottoni. Una prova che lascia sempre la voglia di essere più violenti: un debito che tenderà continuamente ad estinguersi. I giovani che lasciano a fatica il videogioco appaiono eccitati, sottoposti al rischio di spostare nella realtà l’azione finora espressa sul videoschermo.

Sappiamo benissimo a questo punto che continuando di questo passo, la vita sulla terra tra meno di cento anni sarà assolutamente impossibile.

Questa grande crisi planetaria sempre più tangibile è senza alcun dubbio una grave crisi di identità, una spersonalizzazione ormai profondamente radicata. Non sappiamo più chi siamo e, particolare ancor più grave, che cosa fare della nostra vita. Stiamo diventando pian piano degli automi totalmente irriflessivi e anziché approfondire i grandi temi della nostra esistenza gli opponiamo addirittura una sciocca resistenza.

La sciocca resistenza consiste nel fatto che non ci rendiamo effettivamente conto che dovremo morire. Spostiamo il problema della morte; supponiamo che la morte appartenga sempre agli altri e dunque non ci avviciniamo alla giusta conoscenza della nostra vita, perché pensare alla morte significa e deve significare conoscere la propria vita. E conoscere la vita implica che questa dovrà finire.

Questo comporta il vivere la nostra vita senza una progettualità a lungo termine. Viviamo esclusivamente alla giornata; solo nelle cose pratiche viviamo in tempi più lunghi ed è questa la contraddizione. Viviamo alla giornata per quanto riguarda la vita, viviamo in tempi lunghi per quanto riguarda gli aspetti ludici della vita. Così ad esempio accumuliamo denaro e proprietà per un futuro che non ci sarà e questo è l’assurdo. Conserviamo più di quanto ci possa occorrere per il resto della vita. Per quanto riguarda la conoscenza invece, ci soffermiamo solo sull’attualità, perché spostiamo i termini della morte.

Il nostro investimento riguarda le cose del mondo, a volte riguarda la psicologia degli affetti, anche qui non pensiamo mai alla morte: che i nostri cari se ne possano andare prima di noi, sia figli, o siano altri parenti o siano amici, sicché in realtà viviamo senza guardare e senza conoscere.

Molti pensano che semplicemente aderendo ad un partito politico, ad una religione, o ad una ideologia, cioè delegando ad altri la soluzione del problema tutto si risolva.

Noi non siamo assolutamente d’accordo su questo punto. Essendo noi la società dobbiamo cambiare noi stessi, lavorando su noi stessi.

E’ chiaro che chi è pienamente soddisfatto della propria vita, del proprio benessere materiale e pensa che questo modo di essere e vivere rimarrà così in eterno, allontanerà istintivamente una progettualità del genere. Ma attenzione, la verità è un’altra. Tutto funziona finché tutto va bene. Ma come abbiamo una piccola sofferenza d’amore, una sofferenza di rapporti familiari, un qualsiasi contrasto con un nostro amico, nessuno sa aiutarci, siamo soli con la nostra pena, la nostra solitudine, la nostra rabbia, le nostre lacrime. Bisogna quindi innanzitutto capire l’importanza e la necessità del cambiamento.

Le parole dei grandi filosofi, intellettuali, saggi e grandi uomini del passato, ma non solo del passato, una direzione precisa l’avevano già data, da millenni. Il famoso, “conosci te stesso e conoscerai l’universo e Dio”. Non è retorica questa, al punto in cui siamo non c’è assolutamente un altro posto in cui guardare se non nel profondo di noi stessi. Per poi risalire e guardare finalmente il mondo con occhi diversi, nuovi, più profondi. Certo, ora ci spaventa questo dover guardare in noi stessi. Non sappiamo da dove cominciare. Siamo spenti, smarriti in un miscuglio terribile di condizionamenti religioso-politici, mode, teorie che non portano da nessuna parte e che hanno come unico scopo una falsa emancipazione, una falsa libertà. Ecco quindi la necessità di centrare nuovamente, fermamente l’attenzione sulla propria individualità. Dobbiamo rianalizzare la nostra psiche, le nostre sovrastrutture, i nostri bisogni.

Dobbiamo meditare profondamente sulla nostra vita: quella che stiamo vivendo è veramente corrispondente al nostro sentire più intimo, quello che non abbiamo mai svelato a nessuno per pudore, o per paura dei giudizi altrui? E come mai, se non corrisponde ai nostri desideri, ci troviamo in questa situazione incoerente rispetto alle nostre aspirazioni? Quali sono state le cause e in quale momento preciso abbiamo abbandonato i nostri più importanti progetti?

Dopo di che passare alla nostra struttura psichica: mettere in rilievo tutta la parte superficiale e mondana, biologica, automatica, animale. Quella parte che ci fa vivere in base ai giudizi altrui, noi le denominiamo sovrastrutture, conosciute anche come condizionamenti, che inesorabilmente alimentano i sensi di colpa.

E quali sono queste sovrastrutture?

Sono le regole, che noi stessi, per sovrapposizioni ideologiche e per moralismi religiosi ci siamo dati nel corso dei secoli: le regole sociali, economiche, familiari, moralistiche, pubbliche e private. Comunque ci rigiriamo dobbiamo sempre dar conto a qualcuno o a qualcosa, diventando così schiavi dell’obbedienza.

Mentre, al contrario, si esce da questa trappola proprio con la disobbedienza a questi falsi principi. Ricordiamoci che il mondo è progredito proprio grazie alla disobbedienza ed alla trasgressione. I veri nemici dell’uomo sono quelli che lo vogliono addormentare. Poi, “se il narcotico sia il culto di un Dio imprecisato o quello del vitello d’oro non fa differenza”, dice il filosofo Corrado Piancastelli. E’ però importante e doveroso ricordare in questa necessaria disobbedienza la saggezza dell’armonia e del rispetto altrui, di non interferire mai, in nessun modo, con la libertà altrui.

Dobbiamo aggiungere un’altra cosa fondamentale: e cioè che queste sovrastrutture non potranno essere cancellate ma saranno però sostituite con nuovi modelli che permetteranno alla coscienza più alta, o anima come preferite chiamarla, di riaffiorare finalmente in questa realtà, per tornare ad essere soggetti liberi e finalmente creativi. Riappropriarci finalmente anche del corpo, completamente, farlo respirare, farlo spaziare in una moltitudine di esperienze, giocose, creative e non solo di sofferenza ed autocontrollo continuo. Fare rivivere i propri talenti artistici, ciascuno ne ha, nessuno escluso. Farli esplodere all’esterno, su di una tela, in una penna, con il canto, nella musica o in qualunque altro movimento interiore noi preferiamo, liberi dagli schemi, seguendo solo gli impulsi interiori, dare pieno ascolto a questa voce interiore che non chiede altro che di farsi sentire. Noi ci controlliamo e ci autolimitiamo dalla mattina alla sera e finanche una semplice corsa risulta solo finalizzata per bruciare calorie o per fare un record e mai solo per la gioia di correre in se stessa.

Siamo a questo punto schiavizzati da una immagine estetica. Ci siamo dimenticati che “è’ la nostra coscienza che usa il corpo e non viceversa.” Ecco la necessità di spostare l’attenzione alla sfera della nostra interiorità.

Certo siamo ancora all’esterno, le porte di questa coscienza sono ancora chiuse. Ci vogliono le strategie giuste, le chiavi giuste per aprire queste porte. Perché anche chi è già in cammino fa una fatica immensa spesso rimanendo nello stesso punto per anni, non avendo tutti i particolari chiari, scambiando l’autentica ricerca di sé stesso con esercizi ripetitivi, pensando di comprarsi la propria anima pagando con moneta sonante e con ripetizioni di formule (spesso solo esotiche o di moda), anziché decidere veramente di affrontare sé stesso e guardare con coraggio in faccia la propria pigrizia, la propria diseducazione, la propria ignoranza, la propria incomprensione a capire gli altri, il proprio egoismo, i propri acciacchi mentali.

Ecco perché molte cosiddette terapie che puntano alla emersione della coscienza più alta falliscono poi sul piano concreto. Basta osservare i fallimenti continui delle centinaia di migliaia di operazioni del genere che si vedono al mondo, dove le scuole sorgono a ripetizione, i maestri si moltiplicano, tutti hanno le chiavi e i toccasana per entrare nell’interno. All’interno si può anche arrivare, intendiamoci, ma quasi sempre si arriva ad un interno che si presenta con alcune porte chiuse.

Analizzando invece le sovrastrutture metteremo a fuoco i nostri aspetti negativi, i nostri difetti, la nostra incompetenza a capire gli altri, il nostro non saper comunicare, e il non sapere accettare la comunicazione degli altri. Uno dei primi impedimenti è la nostra doppia personalità che ci porta a chiudere gli altri, i cosiddetti “estranei” al di fuori della propria famiglia e del cerchio dei nostri amici più intimi. Fuori di questa cerchia ci sono gli estranei che vanno trattati con regole completamente diverse. Riteniamo la parola estranei come la più negativa, terribile ed anticristiana che si conosca, e purtroppo l’usarla ricorrentemente nei sistemi educativi delle famiglie crea questo isolamento sociale, triste ed angosciante.

A questo punto siamo estranei al mondo, però ogni volta che il mondo ci considera a sua volta estranei e quindi ci rifiuta, viviamo il dramma della solitudine, della perdita di identità, cadiamo in crisi. Noi non riconosciamo il mondo, e di riflesso il mondo non riconosce noi. Siamo partiti col piede sbagliato considerando il mondo estraneo, nemico, cosa pretendiamo poi?

Dobbiamo farci allora una domanda. Perché il nostro mondo è così piccolo, così ridotto, affettivamente chiuso, nel quale non può entrare nessuno, perché infatti, le nostre reazioni sono terribili? Guai se un estraneo si permette di dare un giudizio sul nostro gruppo familiare, guai se qualcuno vuole conoscerci, se qualcuno chiede la confidenza di scambiare con noi qualcosa e noi di dare qualcosa. Siamo, da questo punto di vista, dei formidabili egoisti dell’affetto. Pretendiamo di essere gli unici da salvaguardare al punto tale che quando accade qualcosa di doloroso in un altro gruppo, (che è costituito tale e quale perché tutte le famiglie sono uguali), nella maggior parte dei casi diciamo: “meno male che non è capitato a me”, consolidando così il nostro modello egoistico. In questo modo per quanto gli altri possano diventare amici saranno sempre degli estranei.

La revisione di questo concetto profondo, ma autenticamente vero, che ci portiamo dietro certo, non per colpa nostra individuale, ma perché l’abbiamo ereditato come sovrastruttura, è un buon inizio. Gli altri devono essere come i miei familiari, devono entrare in questo nucleo. Devo aprire e spezzare questa frontiera, questo muro che chiude soltanto il mio gruppo e mi rende estraneo al mondo affinché il mondo possa recepire ed accogliermi, non come un estraneo, ma come un fratello che entra nel mondo. La famiglia è solo un pretesto per nascere, come si fa a non capirlo? La vera famiglia deve essere tutto il mondo.

Quando si lavora su queste cose, allora si comincia ad accedere in quella parte di noi dove ci sono le porte chiuse. E siamo ancora a livello della coscienza più bassa, intendiamoci, la quale ci fa accedere in questo territorio dell’inconscio dove incontrerò parti di un altra coscienza.

Dobbiamo superare la superficie, vivendo, impegnandoci con gli altri, e verificando questo proprio cambiamento con gli altri, mai soltanto con sé stessi.

Sono cose note queste, rompere il proprio narcisismo, la propria chiusura, il credersi onnipotenti, il credere di essere senza difetti, il parlare degli altri e non parlare di sé, il criticare gli altri e non criticare se stessi, il non saper dare emozioni agli altri, il non saper prendere le emozioni degli altri, il saper dialogare a livelli di significato e di sostanza, abolire le parole inutili, saper guardare l’altro, toccarlo, farsi toccare, vivere una simbiosi esistenziale e sforzarsi di farlo anche con gli estranei, essere sempre attenti, farsi coinvolgere e coinvolgere. Mettersi in discussione momento per momento significa diventare un’altra persona. Ecco il cambiamento.

Queste operazioni, fanno parte di una grande fatica che il soggetto deve fare in sé stesso: analizzandosi, sezionandosi, dilaniandosi e cercando ogni volta qualcuno che sappia dirci anche ciò che non riusciamo a capire. Eventualmente un esperto in queste cose, un terapeuta, un maestro o un saggio come dir si voglia, non dovrà dirci quello che dobbiamo fare, ma forse dovrà dirci quello che non dobbiamo fare per non perseverare ancora inutilmente.

E siamo ancora davanti alle porte chiuse.

Arrivati a questo punto, cominciare ad interrogarsi del perché sono un essere umano, cosa sto facendo, cosa dovrò fare, che cosa ho fatto, dove sto andando, perché sono al mondo e perché sto vivendo, qual’è la meta, e interrogandomi su questo allora forse qualche porta comincerà ad aprirsi, perché io non sto interrogando un maestro qualsiasi, “sto interrogando me stesso. E’ questo il segreto, io non devo aprire le porte dell’altro, devo aprire le mie porte, queste domande me le devo fare io nel luogo e nel momento giusto.

Certo una guida può aiutarci, vai un po’ più in là, ci sono parti di te che devi ancora analizzare, devi ancora lavorare, ci sono impedimenti, e quali sono i primi impedimenti?

Il primo impedimento è credere di essere arrivati al punto dove sono le porte, il primo impedimento è credere di aver destrutturato la propria persona, è credere di aver superato il proprio narcisismo, la propria incomunicabilità, il proprio peso interiore: si chiama “presunzione” il primo impedimento, la presunzione di aver risolto tutti i problemi e che dunque se ce sono altri non sono i propri, ma sono quelli altrui. Il delegare agli altri i propri problemi è un altro impedimento che ci farà sempre tenere chiuse queste porte.

La semplicità, il mettersi in discussione, ma veramente in discussione, questa è la differenza tra la teoria e la pratica della teoria, il praticarsi. Perché coloro i quali parlano soltanto della teoria dell’amore ma non amano, non hanno capito niente dell’amore. Quelli che parlano soltanto di disinnescare il meccanismo del narcisismo e dell’egoismo parlano soltanto della teoria ma non del disinnesco del meccanismo operato in se stessi; coloro che parlano di possessività ma non praticano il contrario o parlano comunque di tutte le capacità negative dell’uomo, parlano soltanto teorizzando la conoscenza.

Vivere secondo le teorie e credere che tutto si risolva con l’appartenenza ad una scuola o con l’appartenenza ad una teoria è uno degli impedimenti.

Ecco che allora, giunto a quel punto, dove sono le diverse porte della vera coscienza, per invocare il mio nome devo sapere come chiamarmi, devo cioè usare il linguaggio che non appartiene più alle sovrastrutture. Se riesco ad usare questo linguaggio, dunque ad oltrepassare la forma, ad oltrepassare la materialità, interrogando me io apro le porte di me stesso, e mi autoriconosco e prendo nelle mie mani la mia identità; perché lì c’è la mia identità, lì c’è il nucleo vero della mia vita, del mio esistere, lì io mi riconosco, in questa zona inconscia e profonda alla quale pongo e ottengo domande.

Si tratta di strategie teoricamente semplicissime, si tratta di prendere questo meccanismo, questo orologio di cui è costituita la nostra vita, la nostra mente, di smontarlo pezzo per pezzo e imparare a rimontarlo in un altro modo. Dopo, forse, quell’orologio, rimontato in un altro modo, non segnerà più l’ora convenzionale del mondo, ma è proprio questo il risultato da ottenere, perché con le solite ore noi andiamo sempre dalla stessa parte. Noi studiamo, ci rivoltiamo, sembra che abbiamo capito tutto e poi andiamo sempre dalla stessa parte, facciamo sempre le stesse cose, ci comportiamo nello stesso modo, non ci siamo modificati di nulla e al primo colpo di vento mostriamo un’altra volta le nostre unghie, mostriamo un’altra volta il nostro carattere di sottofondo, la nostra aggressività, il nostro egoismo, il nostro narcisismo, e come mai? Lavoriamo per tanti anni, diciamo di essere cambiati, di aver capito tutto, e poi ricaschiamo un altra volta: e no. Noi non abbiamo smontato l’orologio, siamo sempre rimasti con lo stesso meccanismo, ci abbiamo soltanto aggiunto una bella verniciata di illusione.

La differenza tra chi è cambiato e chi non è cambiato sta nel comportamento reale davanti alle situazioni, impegnate ovviamente. Quelle sciocche del quotidiano non hanno valore neppure a parlarne. Ecco la necessità di verificare se queste operazioni di riconoscimento siano reali. Anche qui non ci si inganna, si può arrivare davanti a queste porte chiuse, ma non si apriranno.

E’ necessario allora progettare, coordinare e finalizzare la propria vita ad una intenzione quale è quella che questa sera noi stiamo indicando.

A questo punto può sorgere una domanda. Come mai nonostante queste belle cose che sappiamo, continuiamo a difendere a denti stretti il nostro narcisismo, la nostra presunzione? Che cos’è questa paura di cambiare?

Il problema è che ci sentiamo sicuri in questo nucleo, appena lo lasciamo entriamo nell’insicurezza ed è evidente il motivo.

Noi siamo sicuri finché restiamo quello che eravamo, quello che siamo, dove nel bene e nel male diciamo che ci è andata bene, siamo riusciti a sopravvivere, abbiamo potuto mostrare le nostre capacità, il nostro orgoglio, la nostra tenacia, le nostre qualità positive o negative che siano, ma tutte all’interno di questo nucleo chiuso, di questa falsa personalità. Rimettere in discussione sé stessi significa nascere da capo e questo le persone non lo vogliono fare oltre che non lo sanno fare.

La paura di diventare diversi, la paura di essere giudicati in un altro modo: se abbiamo raggiunto la stima con la personalità che abbiamo, perché cambiare? Se abbiamo raggiunto un comportamento tale da suscitare l’attenzione degli altri, perché cambiare? Quindi le persone restano chiuse e l’esibire questo nucleo narcisistico è alla base di tutti i comportamenti nevrotici e comportamentali e di riferimento; è, diremmo, l’aspetto primario della negatività della formazione caratteriale.

Cos’altro fare allora per attaccare questo nucleo narcisistico?

Prendiamo carta e penna, ci facciamo un bell’elenco dei nostri aspetti negativi, (che sarebbero poi i difetti caratteriali), poi prendiamo il pezzo di carta e lo passiamo alle persone che conosciamo affinché vi aggiungano dell’altro per avere un buon quadro di riferimento; dopo di che ci mettiamo a studiare attentamente questo elenco, cercando di capire perché siamo così. Se non cominciamo a fare un elenco non possiamo neppure cominciare questa revisione.

Conoscersi attentamente, profondamente. E’ la cosa più difficile. Dopo di ciò si comincia ad attaccare qualche punto più semplice, perché all’interno di noi c’è un sistema di risonanza, per cui cominciando ad enucleare e disinnescare i nuclei nevrotici più semplici, si ha un effetto di risonanza sugli altri. L’inconscio lavora così, si tratta di una massa unitaria dove muovere un pezzo significa far oscillare anche gli altri. Dobbiamo cominciare a creare il dubbio in noi stessi se quel comportamento sia utile e giusto. Andiamo ad attaccare così quei sistemi di falsa sicurezza di cui parlavamo prima, iniziando a schiodare questo sistema economico. Ciò farà finalmente affiorare sempre di più la nostra vera identità, perché in realtà noi viviamo nel mondo identificandoci nelle sovrastrutture e riteniamo addirittura che esse siano degli attributi, delle nostre qualità. 

Siamo allora tutto ciò che manifestiamo in questa superficie? O siamo anche dell’altro?

Queste domande devono essere fatte continuamente e soprattutto: essendo questo un sistemo economico, è vantaggioso? Perché se si ritiene che sia vantaggioso, allora non riusciremo neppure a smuoverlo, perché ci stiamo comodamente dentro.

Se invece riconosciamo che non ci aiuta perché ci crea disturbi di comportamento, inimicizie, mancanza di stima negli altri, incapacità di comunicare e di essere capiti ed apprezzati, soprattutto ci comporta l'incapacità di amare e di essere amati, allora vuol dire che il sistema economico è difettoso. E’ economico perché ci fa camminare, ma è un sistema che non dà felicità.

Quando diciamo felicità cosa intendiamo? Intendiamo gioia sostanziale e non la gioia di vivere perché abbiamo denaro, perché siamo belli, perché ci crediamo intelligenti e capaci, magari più degli altri, è questa la gioia di vivere? La nostra gioia di vivere è egoistica oppure è altruistica?

Noi viviamo per noi stessi o viviamo anche perché ci interessa la vita e la gioia degli altri? Spesso siamo contenti degli altri soltanto perché hanno un buon lavoro, hanno denaro, perché hanno fatto dei bei figli oppure hanno comprato una casa, siamo sempre alla superficie, non siamo mai alla sostanza. Dobbiamo imparare ad essere contenti quando mostrano la loro vera interiorità, quando si stanno realizzando dentro, quando cioè cominciano a capire il motivo della vita e si prefiggono una meta chiara, precisa, quando sono propositivi in senso attivo. Noi invece siamo soddisfatti degli altri soltanto se si realizzano in modo mondano: come vedete è del tutto sbagliata l'impostazione.

Finché avremo questa impostazione di scambiare la forma per la sostanza, continueremo ad essere chiusi nel principio narcisistico della vita. In realtà degli altri come persone sostanziali non ce ne importa niente, e questo lo si vede finanche in quelli che dovrebbero essere gli amori più sacri, come ad esempio gli amori tra i genitori ed i figli.

I genitori sono contenti dei propri figli come dicevamo prima se si sposano, se hanno figli, se hanno una bella casa, se hanno una bella moglie, se hanno del danaro, un buon posto di lavoro; mai che le madri e i padri si preoccupino di quella che è la vita interiore, la maturità, il cambiamento, la conoscenza che i figli perseguono, i modelli, le mete sostanziali, intellettuali, interiori della loro vita. E stiamo parlando degli amori più grandi, quelli tra genitori e figli, dove si tocca con mano la differenza tra la sostanza e la forma, per cui secondo certi modelli culturali i figli devono fare determinate cose per dare "soddisfazione" ai genitori. Questi modelli culturali sono l'antitesi della spiritualità di cui stiamo parlando.

Allora, come vedete quando parliamo di affrontare i problemi della nostra vita non stiamo parlando di astrazioni o di retorica, stiamo parlando di atti mentali concreti, significativi, veri, che condizionano pesantemente la nostra vita.

Naturalmente siamo d'accordo che si tratta di operazioni difficili, ma è questa la realtà del mondo e solo noi abbiamo il potere e direi il dovere di cambiarla.

Ed allora la soluzione consiste nel cominciare a muoversi verso l'altro partendo da questi tipi di relazioni e di rapporti. L'esperienza del mondo insegna che le felicità mondane hanno una vita che dura appena il tempo di una cometa che passa. Invece il piacere profondo della vita, l'aver capito il senso ed il significato della propria esistenza e di quella dell'altro, tutto questo perdura al di là delle vicende, favorevoli o sfavorevoli della vita ufficiale della società.

Certo, all’inizio tutto questo porta lotta, sofferenza, momenti di dispersione, ma spesso noi siamo rimasti fermi per anni e anni, decenni. L’inizio porta sempre affanno a chi non è abituato, a chi non ha polmoni adatti per fare le salite. Ma quando si cominciano a salire i gradini le cose cambiano, gli orizzonti mutano. Le cose che prima ci coinvolgevano e ci facevano soffrire, diventano improvvisamente inutili e sciocche; diventano cose talmente banali da meravigliare noi stessi di averci prestato attenzione con sofferenza in tutti gli anni trascorsi. Questo è il segno della saggezza; ed è in qualche modo il segno dell’anima.

Si incomincia quindi a salire, e le salite sono come le cose buone: una volta, iniziate a gustarle se ne desiderano altre. Quando si comincia a salire nella scala del proprio valore personale, nasce quella che alcuni hanno definito l’ebbrezza della crescita.

Il desiderio di ampliare la propria oggettività, la propria interiorità, di essere comprensivi ed assorti in una realtà più ampia; diventa una vera e propria ubriacatura. E’ importante questo momento, in cui si comincia a capire la dimensione di sé stessi, il proprio possibile modello e si cominciano a vincere tutte le resistenze individuali che ostacolano la propria crescita.

Salire un gradino nella propria esistenza e passare a un nuovo segno di valore comporta una nuova felicità. La felicità non è quella cosa irraggiungibile che si crede, non è affatto irraggiungibile. Ognuno di noi la felicità se la porta dentro e non la sa riconoscere. 

 

prodena@libero.it

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