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EDITORIALE
LAICISMO ITALIANO: UN EQUIVOCO DA CHIARIRE di Corrado Piancastelli Il baillame confuso e populista dello spettacolo mediatico offerto dalla politica attraverso i mezzi televisivi (e nella cultura più o meno perbenista e salottiera propugnata da conduttori e giornalisti improvvisamente auto-trasformatisi in intellettuali e filosofi impegnati), impone con urgenza che contrapposizione tra laicismo e conservatorismo religioso sia espresso con convincente chiarezza, affinché si capisca bene in cosa consista la differenza reale che, resa morbida dal qualunquismo etico-politico che predica continuamente la tolleranza, finisce col confondere ulteriormente le idee che la maggior parte delle persone ha già confuse in partenza. E’ stato scritto da varie parti che nella nostra società politica (ma, credo, in tutto il mondo) c’è un decadimento dei valori laici e lo stesso significato di riformismo appare piuttosto incerto e scarsamente pensato. Riformismo come? E di cosa? Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, nessuno sa se la sinistra è veramente laica. Per ingraziarsi i voti cattolici (e degli ebrei e degli islamici) la sinistra continua a ripetere l’obsoleto ritornello della tolleranza e della libertà, quindi anche quella religiosa. La destra, a sua volta, si definisce nazionale e cattolica mentre Forza Italia è una mescolanza ibrida di centrismo anti-sinistra che si identifica, però, nell’idolatria del capo in una sorta di stalinismo alla rovescia, ma senza rinunciare alla base cattolica la quale ancora coltiva una pur labile, ma significativa adesione elettorale generata dalle sagrestie vaticane. La Lega, centratasi sulla formula separatista e federalista, sembra aver riscoperto la vernice filocattolica del Veneto bianco, ma vuole renderla autonoma dall’influenza papale e coltiva voti su un’accesa islamofobia, mentre la Margherita oscilla tra centro e sinistra al pari dell’UDC erede della vecchia DC, con tutti i morbidi chiaroscuri di eredità degasperiana. La Chiesa, a sua volta, è in minoranza assoluta sul piano del consenso religioso e politico, ma ha ancora un apparato organizzativo e diplomatico di primo piano e ancora occupa, di fatto, i gangli del potere sia pubblico che mediatico, sia in modo diretto che attraverso i vassalli che gestiscono la cosa pubblica. In questa conceria babelica e nello sconcerto culturale e etico dei cittadini è chiaro che vince chi grida e attacca di più e per primo chi ha la possibilità (mediatica) di gridare a ripetizione finanche riproponendo valori che i cittadini non avvertono più come reali e forti, ma a cui, tuttavia, aderiscono pur tappandosi il naso (con una felice formula cara a Montanelli) perché sono carenti i veri riferimenti di una indicazione laica che abbracci i diritti e i doveri in una formula che separi nettamente – soprattutto nella coscienza oltre che nei fatti - lo Stato dalla Chiesa. Se c’è questa assenza di laicismo essa, però, non è dovuta al laicismo in sé, ma al fatto che una cultura radicalmente e sostanzialmente laica non riesce a passare attraverso le maglie dell’informazione e della politica rissosa e, quando lo fa, non viene trasmessa in modo che emerga chiaramente la percezione del passaggio dalla teocrazia alla democrazia. Questo è uno dei motivi (ma, dunque, non il solo) perché si debba parlare di democrazia a rischio: almeno per l’Italia. Qui il termine rischio non vuole indicare un pericolo politico con il passaggio ad uno Stato dittatoriale, ma il continuo slittamento verso un concetto di libertà convenzionale permeato da un esasperato, acritico impreciso spirito di tolleranza qualunquistica che mostra in modo molto chiaro quanto labile sia la coscienza dello Stato laico, dei nostri politici e dei cittadini e quanto ancora forte sia l’incertezza verso un sano concetto di democrazia. Che cos’è la democrazia Democrazia non vuol dire solo Stato di diritto, anzi Stato costituito sui diritti, ma Stato in cui una società sia governata avendo come fine l’uomo e non un’ortodossia religiosa sorretta dall’idea del divino. Ovvero, uno Stato in cui, ovviamente,il diritto a credere in Dio sia libero e salvaguardato, ma nella sfera del privato e non in quella pubblica. E’ evidente che, così esposta, la nozione di democrazia coincide con quella di laicismo. Un solo esempio chiarisce subito i termini del contendere. I simboli delle religioni hanno un indubbio carattere privato e non pubblico perché rappresentano il credere soggettivo (e dunque individuale) della persona. I simboli dello Stato, per esempio la bandiera o l’inno nazionale o la figura geometrica dello Stivale, o la divisa dei carabinieri hanno, invece, un carattere pubblico perché rappresentano la configurazione di una unità legittima (e legale) in cui le leggi, la lingua, la scuola, la famiglia, la giustizia e il parlamento democraticamente eletto da tutti i cittadini (maschi e femmine) in essi si ritrovano e da essi sono protetti. I simboli e le leggi sono uguali per tutti e, come tali, sono riconosciuti in ambito internazionale, indipendentemente se le persone hanno tra loro ideologie diverse. Tra l’altro i simboli e le leggi hanno il fine di rendere coesa la società civile, in modo sovra-politico, cioè tendono a creare unione e riconoscimento in un’identità generalizzata e comunitaria e non divisione tra i cittadini (per esempio le divise e i simboli delle forze dell’ordine sono eguali dalla Sicilia alle Alpi e come tali sono condivisi da tutti i cittadini italiani). Il velo e il crocefisso Se dalla enunciazione teorica passiamo alla pratica, l’esempio più evidente di differenza tra Stato laico e Stato religioso è proprio nell’assurda discussione sul velo delle donne islamiche, così come lo è stata (e ancora lo è) sul crocefisso nelle aule scolastiche. Ora, al di là delle passioni e delle ideologie, c’è una valutazione basilare che pochi sono disposti a considerare. Un qualsiasi Stato che abbia confini è costituito da parti pubbliche (quasi tutte) e da parti private. Le parti pubbliche rappresentano gli spazi aperti a tutti, nei quali tutti i cittadini (dico tutti, uomini, donne, bambini, neri o bianchi) si ritrovano in modo promiscuo obbedendo alle stesse leggi e scambiandosi, in modo paritario, sia i diritti che i doveri. Le persone che occupano gli spazi pubblici costituiscono, consequenzialmente, un insieme comune entro il quale gli atteggiamenti e le intenzioni private non sono consentite. Per esempio al semaforo rosso dobbiamo fermarci tutti: operai, professionisti, ricchi o poveri, grandi e piccoli, napoletani, milanesi, altoatesini e siciliani; e devono fermarsi anche gli immigrati, i turisti americani o giapponesi, cinesi o arabi. Cioè nello spazio pubblico vige il principio laico della democrazia la quale è, però, regolamentata in modo che tutti i cittadini (e gli ospiti) siano sottoposti alle stesse leggi e regolamentazioni. Il fatto che i diritti e i doveri siano reciproci (e di tutti) determina l’identità laica di tutti coloro che occupano lo spazio pubblico e come tale si devono intendere le strade, i semafori, le ferrovie, le scuole, i pubblici uffici, la magistratura, le forze dell’ordine compreso il Parlamento e il Presidente della Repubblica. Tutto ciò senza alcuna libertà di sopraffazione o di arbitrio da parte di chicchessia perché di fronte alle leggi comuni di uno Stato di diritto democraticamente eletto, nessuno ha maggiori diritti sugli altri. Doveri e diritti, entro quest’area (che è nel contempo reale e concettuale) trasforma lo spazio pubblico in un valore per tutti e di tutti, un valore che diventa condiviso, nel bene e nel male, perché nel contempo è un valore che ci limita, ma anche ci tutela e ci protegge costituendo ciò che intendiamo l’identità e l’unità nazionale legale. Di contro è necessario considerare che lo spazio privato non è neppure la nostra casa perché anche in essa vigono gran parte dei principi che vincolano lo spazio pubblico, cioè i diritti e i doveri, ma qui, realizzandosi la vita di gruppi limitati, con espresso libero patto, i membri possono allentare i rigori che vigono nel pubblico, purché siano comunque rispettati i valori e i diritti di libertà delle singole persone. Per esempio, io cattolico o musulmano, non posso obbligare mia moglie e i miei figli ad essere anch’essi cattolici o musulmani come me e neppure posso obbligarli a farsi il segno della croce se essi non vogliono. Non posso obbligare mia figlia all’infibulazione o introdurre in famiglia la fustigazione o la tortura, non posso negare la parità dei diritti. La famiglia non è mia, è solo un’espressione di più persone che convivono realizzando un gruppo le cui regole devono ispirarsi a quelle pubbliche, sia nei diritti che nei doveri, né posso introdurre in essa regole diverse da quelle giuridicamente convenute nel diritto pubblico. In realtà lo spazio privato è solo nella nostra testa, ma questo è sancito in qualsiasi concezione laica (ma non religiosa) perché ognuno è per Costituzione libero di pensare ciò che vuole e anche di manifestarlo, purché tale azione non diventi limitante per gli altri e non realizzi una minaccia di conflitto all’interno di quel territorio in cui si costituisce (ritorna l’aspetto pubblico) l’identità nazionale nella quale il bene supremo, che rende coeso un popolo, è rappresentato dalla democrazia. L’effetto di questa elementare impostazione è che sia il velo che il crocefisso, (e le rispettive religioni a monte) se occupano lo spazio pubblico, tendono a dividere, non ad unire, perché trasformano lo spazio pubblico della democrazia in un terreno di conflitto, contrapponendo gli uomini e identificandoli in base ai simboli che portano e non in base alla essenza civile della loro identità. Se noi intendiamo la democrazia come un Bene oggettivamente multiculturale (e pluralistico) questo Bene è un valore in sé al di sopra dei confessionalismi religiosi proprio perché una democrazia è tale solo se è laica perché il laicismo è al di là delle parti e delle singole posizioni ideologiche e tende ad unire sul terreno comune dei diritti, dei doveri e della libertà e non a separare sui terreni divisi delle diverse ideologie teocratiche che in sé sono astratte. Come reagiremmo se un giudice italiano islamico pretendesse di mettere l’icona di Maometto nella sua aula giudiziaria e pretendesse di applicare la legge coranica? E, viceversa, se un giudice cattolico, attaccando al muro un crocefisso, applicasse non la legge dello Stato italiano, ma quella della Chiesa? Oppure se entrambi applicassero le leggi secondo la morale personale (privata) che gli frulla per la testa in quel momento o giudicasse in base alla simpatia o antipatia verso il colpevole o, peggio, in base al suo sesso? La querelle è tutta qui. E non c’è che un modo per superarla e uno solo: via i simboli e sì all’imparzialità laica per la quale tutti i cittadini sono eguali davanti alla stessa legge valida per tutti senza che i cittadini siano identificati per il velo o per il saio, per l’abito talare o per il colore degli slip, dal momento che l’identità di un popolo non si può fondare sulla tradizione dei valori, ma sulla condivisione delle leggi e della giustizia che ordinano e identificano il principio di una democrazia reale in cui tutti i soggetti vivono anche se conservano, avendone il diritto, idee e opinioni private (come è giusto) ma che non necessariamente (e certo non per obbligo) sono condivisibili dalla maggioranza. Peraltro il laicismo non è sinonimo di ateismo, questo deve essere detto chiaramente, ma di democrazia e il concetto di democrazia è sopranazionale, cioè è un bene di tutti coloro che si riconoscono uomini liberi, anche liberi di credere o non credere in materia di fede.
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