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COSA CI INSEGNA OGGI GIORDANO BRUNO
DA REPUBBLICA del 18/2/2005 Egregio dottor Augias: ieri, l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, col patrocinio del comune di Roma, ha ricordato il martirio del filosofo nolano, arso vivo in piazza Campo dei Fiori nel 1600. In un momento storico dove sembra tornato prepotente un pensiero unico nutrito di conformismo, la memoria di Bruno ci aiuta a ricordare tutti i roghi, le emarginazioni, le persecuzioni perpretate nei secoli dal fanatismo della fede: ebrei, omosessuali, donne, liberi pensatori perseguitati dall’intolleranza. Il fanatismo, purtroppo, ancora oggi è drammaticamente presente nelle teocrazie islamiche; ma ha rigurgiti anche nel nostro “civile occidente” ogni qualvolta si pretenda che il singolo debba conformarsi ad un modello di morale che si vorrebbe ancora unica, eterna e rivelata. Giordano Bruno è stato ucciso perché non si conformava; perché metteva a nudo le radici dell’ideologia della sottomissione che vorrebbe ognuno “in ginocchio aspettando da Dio la sua ventura” perché denunciava come su questa sottomissione si strutturi il potere. Ma eresia vuol dire scelta. Significa uscire – come Bruno ha insegnato – dalla passività dell’omologazione imperversante. Nel nome di Giordano Bruno, allora, siamo chiamati ancora ad impegnarci perché più nessuno, mai, debba soffrire per le odiose discriminazioni di pensiero, sesso, religione, contrastando prepotenze ed ingiustizie, il vento di restaurazione che soffia anche in Italia. Maria MantelloPresidente romana Associazione Nazionale Libero Pensiero Giordano Bruno.
Risposta: Dedico l’invocazione di questa lettera a Giuliana Sgrena prigioniera nelle mani di una banda di fanatici; la dedico alla ragazza turca Hatun Surucu che aveva 23 anni ed è stata uccisa in Germania perché non voleva portare il velo. Il fanatismo percorre ancora il mondo, la tolleranza del diverso è precaria, prevale spesso la tentazione di imporre per forza (compresa la forza della legge) il proprio credo. Bruno venne condannato come “eretico, pertinace, impenitente” dal Santo Tribunale dell’Inquisizione presieduta dal papa. Fu arso vivo a Campo dei Fiori all’alba del 27 febbraio del 1600. I suoi libri bruciati sulla scalinata di S. Pietro. Continuò fino all’ultimo a sostenere le sue idee, sicché gli imposero una specie di morso. Quando le fiamme divamparono, la mordacchia trasformò le sue urla in strani muggiti subito soffocati dal fumo. Era giovedì grasso e ricorreva il Giubileo. Nel 2000 Giovanni Paolo II ha affidato al Segretario di Stato cardinale Angelo Sodano un messaggio per il convegno tenutosi a Napoli per il quattrocentesimo anniversario del suo martirio. Vi si afferma che quel “triste episodio della storia cristiana moderna ci invita a rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica”. Vi si ricordava che il pensiero del filosofo maturò nel secolo XVI quando la cristianità era divisa perché Lutero, Calvino, Enrico VIII aveva staccato da Roma intere nazioni. Non c’è dubbio – concludeva- che “aspetti delle procedure” seguite dall’Inquisizione con “il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa motivo di rammarico”. Il rammarico, almeno.
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