TRASFORMAZIONE E RIFONDAZIONE DEI VALORI NELL’EUROPA CHE CAMBIA

 

Corrado Piancastelli

I bisogni e l’immaginario della morale

MORALE PRIVATA E ETICA SOCIALE

 

Sarebbe piacevole alla maggior parte degli uomini poter credere che qualcuno stia loro dicendo la verità in piena sincerità di cuore e di mente, specialmente se questi personaggi carismatici avessero il ruolo di papa, di presidente degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica o di un raggruppamento delle più importanti holding finanziarie di livello internazionale. Sarebbe piacevole, dico, se si potesse avere fiducia e stima nell’onestà intellettuale e morale dei leader dei vari partiti politici, della pubblicità televisiva, se la cultura avesse per finalità il benessere dell’uomo e i giornali non fossero al servizio dei finanziatori di turno e delle loro finalità politiche e di potere.

Invece, a distanza di più di trent’anni, dobbiamo dare purtroppo ragione a Roland Laing che, analizzando la situazione del rapporto di alienazione dell’uomo nei confronti della società, così diceva nel corso del Congresso “Dialettica della liberazione” tenutosi a Londra nel 1967: “Sfortunatamente, le ciniche menzogne, gli inganni e le illusioni a cui siamo soggetti, attraverso tutti i mezzi di divulgazione, perfino attraverso gli organi di cultura o di scienza, ci hanno ridotto a una condizione di totale scetticismo sociale. (...) Tuttavia noi siamo tanto programmati da credere che ciò che ci viene detto, per il semplice fatto che ci viene detto, è probabilmente più vero che falso: la maggior parte di noi è raramente in grado di sfuggire a questa logica. Tutti noi siamo inclini a credere e a fare ciò che ci dicono”. Queste parole, pronunciate un anno prima del mitico "68", trovano oggi un panorama sociale peggiorato, perché rispetto alle civili e passionali giornate giovanile di quegli anni, oggi è in atto la patologia dell’indifferenza. Una indifferenza che viene scossa soltanto quanto i poteri organizzano fittiziamente (come nel caso del Giubileo o delle sottoscrizioni popolari per questo o quest’altro paese aggredito o in povertà) folle oceaniche di comodo o virtuali e che, a loro volta, innescano movimenti economici che svaniscono più o meno nel nulla e fuori di ogni controllo, una volta cessata l’emozione sapientemente guidata dai mass media e dagli specialisti pubblicitari.

Il problema dell’indifferentismo sociale e dell’alienazione del cittadino medio è un problema grave, forse è il punto cruciale della trasformazione dei Valori con gli impliciti e gravi aspetti di crisi che ogni trasformazione porta con sé quando si produce su un terreno obsoleto e tradizionale a forte impatto emotivo e immaginario specie se sorretto dalla introiezione (guidata) dei sensi di colpa.

E’ difficile non essere estremamente preoccupati del futuro, perché non si intravede alcun segno di speranza che le cose possano cambiare. Il motivo è semplice. Oggi tutto ciò che rappresenta una cultura vera - cioè una dialettica intorno ai problemi conoscitivi (politici, filosofici, sociologici, ecc.) - se non diventa commercializzabile e dunque produttiva, se cioè non si può trasformare in marketing, non ha alcuna possibilità di passare. In conseguenza dell’ossequio a tali principi economici si deve produrre solo ciò che, già in anticipo, si ritiene accoglibile da parte di una utenza che viene pubblicitariamente manovrata affinché accetti, sul piano ludico e commerciale, ciò che gli verrà proposto, sia se si tratta di un prodotto culturale che commerciale. Dal punto di vista culturale è fin troppo ovvio che un pubblico condizionato all’appiattimento  concettuale finalizzato alle proposte commerciai, o perché accolga una impostazione pseudo-culturale di un qualsiasi problema tarato sulla cultura medio-bassa dei fruitori sarà definitivamente perduto per i grandi dibattiti su altri livelli, intorno ai problemi seri e importanti, come può essere quello della crisi del mondo giovanile e della coppia, del buco nell’ozono, delle tossicomanie, della desertificazione progressiva del Mezzogiorno o, per citarne un altro che sembra una quisquilia ma non lo è, la trasformazione futura dell’editoria che convertirà prima o poi al virtuale di Internet, oppure la problematica di una cultura in cui proprio gli artisti interessano perché le richieste di mercato puntano altrove, alla commercializzazione dell’arte. C’è qualcuno dei telespettatori (fra coloro che stanno a bocca aperta a guardare per ore i giochi a premio che impazzano sui teleschermi dalla mattina alla sera o inchiodati, in pigiama, davanti ai personaggi del Grande Fratello o alle partite di calcio) ad interessarsi – e non per moda - a qualcuno dei problemi ai quali ho appena accennato?

Di fronte ad una situazione sociale come questa, che staranno mai facendo le migliaia di professori di filosofia, di letteratura, di sociologia o di psicologia, le migliaia di giornalisti, scrittori, poeti e comunque di coloro che hanno pur frequentato una qualche scuola superiore e che dovrebbero possedere almeno un minimo di coscienza e di capacità intellettuale? Di cosa parlano con i loro figli, con i compagni di vita, con gli amici, oltre i gol della nazionale o della squadra cittadina o delle canzoni di San Remo e della cronaca nera giornaliera? Oggi che essi lamentano il distacco che i figli hanno creato con la famiglia, preferendo gli amici ai genitori svuotando di autorità conoscitiva i loro ruoli, cosa hanno trasmesso ai propri ragazzi nelle ore cruciali della loro crescita e formazione mentale? Si sono incrociati con loro in quel processo dialettico di crescita che due generazioni diverse devono pur fare se vogliono vedere i figli diventare adulti maturi e non solo più grandi? Purtroppo la situazione tenderà ad aggravarsi. E’ in atto una patologia sociale di difficile terapia e la cui soluzione appare sempre più come un miraggio. Perché l’Italia non è neppure più un paese laico nel senso forte del termine e i cattolici, attraverso l’aggressività della loro gerarchia e con l’appoggio di ben determinate forze politiche, vanno sempre più riproponendo il controllo etico e politico del Paese, avvantaggiati da una sinistra ormai sempre più obsolescente, agonizzante e inutile.

Purtroppo il gioco dell’invadenza clericale non è nemmeno occulto. Non passa giorno che i mass media non propongano immagini o dichiarazioni papali. Dobbiamo solo augurarci che tutto si ritorca con effetto boomerang, ma le speranze sono francamente poche, considerata la forza propulsiva dell’apparato pubblicitario di cui dispone la Chiesa che (complice il mondo politico e dei mass media) gioca le sue ultime carte sul virtuale di un numero sconfinato di cattolici che nella pratica, invece, non esistono se non come numeri aleatori dal momento che finanche il cosiddetto zoccolo duro dei praticanti cattolici, vale a dire coloro che frequentano regolarmente una chiesa e ascoltano la messa, è sostanzialmente indifferente alle direttive teologiche della gerarchia, come dimostra il 53% dei fedeli che ammette l’omosessualità, il 48% il sesso fra i minori e il 43% l’aborto, per non parlare della pillola del giorno dopo ormai condivisa da quasi tutti gli italiani.

E dire, a proposito della cedevolezza dei mass media e dell'intellighentia organica e non, che per la prima volta nella storia c'è stata nel nostro paese una forte militanza di sinistra che ha prodotto una cultura di sinistra che è culminata con un governo di centro-sinistra. Una presenza comunque intellettuale oltre che politica che - salvo poche eccezioni - sembra essersi completamente dissolta nel nulla, visto che, contro l'invadenza clericale, tacciono finanche coloro che, per istituzione, e per ruolo politico, dovrebbero parlare con forza, se non per passione, almeno per orgoglio e per dovere.

Possibile che vi sia stato un crollo così totale della passione civile e della coscienza responsabile di fronte al genocidio morale dell’appiattimento e della coscienza critica, un orgoglio di sinistra per frenare il medioevo ecclesiale tornato puntualmente a dettar legge, sia pure formale, in un paese civile e democratico come il nostro?

Tutto ciò avrà un prezzo gravissimo. Significherà far fare all’Italia un passo indietro chilometrico, rispetto al resto del mondo e della stessa Europa con la quale dovremo sempre più confrontarci. Ma significherà, prima o poi, in termini di pratica sonante, anche andare allo scontro frontale non più strisciante, fra cattolici e le multietnie religiose che stanno crescendo a vista d’occhio, sempre che lo Stato, acquiescendo passivamente all’influenza insopportabile della Chiesa, non impedisca (in modo che sia controllabile e dominabile), l’ingresso dei fedeli di altre religioni, specie islamiche, assecondando la gerarchia vaticana affinché che la maggioranza italiana resti sempre cattolica. Ma se sarà possibile arrivare a tanto in Italia, grazie alle ormai evidenti e scoperte collusioni fra Stato e Chiesa, è mai pensabile che in altri Paesi democratici della stessa Europa, si arrivi allo stesso controllo per favorire il cattolicesimo romano?


 

Posta questa doverosa premessa, divideremo questo saggio in tre parti. Nella prima faremo una disanima della situazione relativa alla crisi e al cambiamento dei Valori in atto; nella seconda verranno analizzate le cause socio-filosofiche della crisi e nella terza si proporrà la tesi dei valori forti in chiave eminentemente laica.

  

CRISI E CAMBIAMENTO

 I sociologi e gli analisti sociali sono tutti d’accordo che la collettività oggi non ha positivi modelli sociali e di identità: sono caduti i raggruppamenti di piazza e la capacità dei sindacati di mobilitarli, le utopie passionali e positive dei partiti, le ideologie, le religioni, i movimenti studenteschi e operai, tacciono le voci degli intellettuali, è scaduto il livello del confronto politico, per cui l’identità collettiva che si riconosce nelle situazioni e nelle idee, è diventata mutevole, volatile, giornaliera, legata al contingente ed all’emotività di qualche tragedia se non agli aspetti ludici della vita.

Se non prendiamo coscienza (al di là degli interessi di appartenenza, religiosa o di partito o di cultura) di questa patologia dell’indifferenza e della caduta di senso della vita, rischiamo non solo di rendere irreversibile il decadimento dell’uomo medio, ma di andare in Europa e nel Mondo senza radici e senza identità con un frustrante senso di inferiorità, consentendo ancora una volta che siano i pochi a gestire le nostre coscienze.

Mentre sto scrivendo queste righe, lontano dalle nostre case, ma non certo in un altro pianeta, nel mondo ogni anno, per fame, muoiono 6 milioni di bambini, vale a dire 16.000 bambini al giorno, che fanno 11 bambini al minuto. Chi legge impiegherà 15 secondi per ripetere questa frase e in questi 15 secondi sono già morti 3 bambini. Il nostro animo si riempie di orrore? Di pietà? O non sentiamo proprio nulla? Qualcuno si commuove, oppure siamo diventati più o meno completamente insensibili, non ci commuoviamo  perché  quei morti sono sconosciuti, lontani, sono solo una delle migliaia di notizie dietro le quali non immaginiamo più gli eventi reali, perché tutto sprofonda in un virtuale collettivo senza più realtà?

Tutto ciò ha qualcosa da spartire  con la filosofia, con la cultura della nostra coscienza o si tratta di incidenti di percorso di una civiltà per cui si tratta di fatti che interessano solo la cronaca o di una iattura di fronte alla quale l’intellettuale deve alzare le spalle e delegare il mondo politico essendo eventi che non ci toccano poiché dobbiamo badare solo ai fatti nostri, in casa nostra? E dunque dovremmo ritenerci assolti finanche dai complessi di colpa perché il nostro impegno verso la vita deve limitarsi a far crescere gli orticelli di casa nostra senza doverci preoccupare d’altro che dei nostri stipendi, delle nostre scalcagnate famiglie e delle cene con gli amici? Dobbiamo continuare a considerare la filosofia una disciplina per masturbatori mentali o la filosofia deve servirci da guida per occuparci non solo del sociale ma anche della cura esistenziale degli uomini

Ma non ci sono soltanto i bambini morti per fame a turbare la nostra coscienza e che ogni tanto servono a creare meccanismi assistenziali dietro i quali si celano poteri e interessi di varia estrazione compresi quelli della mafia. Dei circa 6 miliardi di abitanti della Terra, almeno un miliardo soffre di depressione (oltre 11 milioni nella sola Italia dai 15 anni in su) mentre in Europa abbiamo un tentativo di suicidio ogni 9 minuti. In Italia muoiono per suicidio 12 persone al giorno e non fanno spettacolo, anzi di loro non si parla perché - si dice - il suicidio ha il carattere della contagiosità incontrollabile. Voglio fornire ancora dati perché ci prefiggiamo di parlare di Valori e deve apparire chiara la connessione con le nuove realtà: una coppia su due è in crisi; il 64% delle donne e il 70% degli uomini tradisce il proprio partner. Le percentuali non vogliono essere moralistiche, ma solo mostrare una realtà che ci induce a modificare il concetto antiquato dell’unione-fusione fra i partner. In realtà, il rapporto di coppia è una relazione che funziona a determinate condizioni. una donna su due non vuole figli; circa il 26% delle ragazze considera i bambini un ostacolo per la carriera, dilagano i disturbi legati all’impotenza sessuale (un quinto dei giovani fra i 18 e i 30 anni non ha rapporti sessuali e un altro quinto soffre di eiaculazione precoce: la richiesta andrologica, in Italia, è aumentata del 300%, si sono quintuplicati i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, in USA del 483 %), milioni di giovani non troveranno mai un posto di lavoro: dei tossicodipendenti se ne è, praticamente, perso il conto tanto è vero che non se ne parla quasi più, della depressione e dei suicidi si è già detto.

E’ un bollettino di guerra, e chi fornisce questi dati incontra sempre difficoltà se non opposizione a farli accettare. Evidentemente le persone - purtroppo anche addetti ai lavori, come gli psichiatri e gli psicologi - non vogliono accettare questa tragica realtà perché coinvolgono troppo le false coscienze, dietro le quali si trincera il nostro perbenismo o la nostra insofferenza per i guai altrui: Un processo di rimozione, specie se si ha vicinanza familiare con i fatti che formano i dati statistici. Ma non possiamo sempre fare gli struzzi parlando di teorie di Valori e di terapie sociali o della salute mentale senza entrare nel concreto della prassi quotidiana che nella sua cruda realtà costituisce una teoria fondata sulla vita reale. Si pensi, tra l’altro, alla sofferenza dell’indotto: se ogni individuo, mediamente, si relaziona con almeno due persone, le cifre della sofferenza almeno si triplicano. Se in Italia muoiono 12 persone al giorno per suicidio, dobbiamo dire che ogni giorno entrano in sofferenza 12 famiglie alle quali apparteneva il suicida. C’è un effetto di vasi comunicanti che in molti casi dovrebbe essere addirittura quadruplicato.

Nella seguente domanda è implicito un interrogativo socio-filosofico di fondamentale importanza: abbiamo perso i Valori, o abbiamo perso pseudo valori, cioè valori deboli che la società ha creduto essere valori forti? Quando alludiamo alla crisi dei Valori intendiamo crisi di bene, crisi di bontà, crisi di virtù, crisi di religiosità? E sarebbero crollati a causa della modernità oppure la modernità ha messo in luce che si trattava soltanto di tabù presentati scientemente come Valori: dunque esclusive prescrizioni e più spesso norme ipocrite dietro le quali non c’è mai stato il coinvolgimento reale e fecondo di chi avrebbe dovuto obbedire cioè accoglienza critica e partecipativa delle coscienze individuali, ma solo obbedienza e passività verso l’autorità?

Quali erano questi Valori tradizionali? Facciamo esempi concreti: la Patria, l’eroismo, la famiglia, lo studio, il lavoro, l’onestà, l’amore per il prossimo, la giustizia, il senso del dovere e dell’onore, la lealtà, l’obbedienza, la sessuofobia, Dio, la verginità, la proprietà, la carità, il nazionalismo, i dogmi e i fondamentalismi delle religioni, lo Spirito, l’ordine immutabile delle cose, la libertà, l’asservimento dello Stato al potere religioso, l’etica cattolica o altre religioni in sostituzione dell’etica democratica e costituzionale degli Stati? L’elenco potrebbe continuare e in esso si potrebbero includere tutti i valori, norme e principi della tradizione in una sorta di sepolcro imbiancato della storia.[1]

Ha ancora senso parlarne oggi? Se alcuni di questi valori ci sembrano ancora possedere i requisiti perché si dia una civiltà - e francamente non sapremmo sostituire alcuni Valori fondamentali del tipo onestà, giustizia, amicizia, solidarietà, ecc., per cui è evidente che molti Valori laici o religiosi finiscono con il coincidere - diventa un imperativo morale liberare i loro significati dalla retorica e dagli obblighi dogmatici e teoretici, per trasferirne i significati e il senso nell’operatività reale della vita. Ma prima bisogna riparlarne, dibattere, renderci partecipi, discuterli con i giovani perché la retorica delle religioni (che si lega continuamente ai Valori) non funziona più in una società passiva ma nel contempo anche contraddittoria come la nostra, che nel mentre mostra in più occasioni una incapacità quasi totale di reagire, nel contempo dà anche segnali sotterranei (o forse anche deboli, è da verificare!) di voler partecipare al dibattito sulle libertà e sul sacro ogni volta che viene promosso in modo dialettico senza l’arroganza insopportabile di quanti ritengono di detenere la verità. E’ questo tipo di arroganza, genitoriale, familiare e religiosa che i giovani respingono a tutto tondo, non importa se occultamente cedono ad altre suggestioni e commistioni di leader allineati sulla loro lunghezza d’onda percettiva e intuitiva. In pratica la gente non crede più ai Valori calati dall’alto, ma a quelli che si possono discutere, quindi da accettare partendo dal basso.

Questa è, ad esempio, una delle probabili cause dell’assenteismo elettorale degli ultimi anni.

Dall’alto ci hanno calato nella testa intere biblioteche che non hanno prodotto alcun bene, essendo sempre trionfanti, come è sotto gli occhi di tutti, gli egoismi, gli arricchimenti e le lotte di sopraffazione e di potere. E’ mancata la comunicazione perché è mancata l’umiltà di voler capire l’altro da sé e l’arte della dialettica, anche se Internet sembra voler riaprire i giochi della comunicazione assente. [2]

Anche se suona forte dobbiamo interrogarci in modo nuovo. Per esempio avere il coraggio di chiedersi se i Valori cattolici non siano affatto forti, ma Valori deboli proprio perché posti fuori dalle coscienze degli individui, cioè calati dall’alto, acquistando, in tal modo, il valore demoniaco  di porre in schiavitù le coscienze impedendole di evolversi nella crescita la quale passa inesorabilmente attraverso il processo trasformativi ed evolutivo del consenso o del rifiuto critico liberamente espressi come atti individuali. 

I Valori non sono modelli da copiare, ma da vivere criticamente, anzi esercitandosi continuamente affinché si rafforzino nel sistema della vita, ma nel rapporto dialettico con la realtà, pronti a rimodellarsi quando lo Spirito dell’uomo si illumina di altre intuizioni e di altre dimensioni.

Dobbiamo, però, anche accettare il principio che finché siamo legati ad una mente relativa, la Verità assoluta per noi non può esistere. Chiunque afferma di possederla non può che essere un mentitore, nessuno può nominare e pensare una verità assoluta perché ci mancano i codici di accesso. Paradossalmente è proprio la scienza, ritenuta verità oggettiva perché sperimentale, a darci la lezione della sua stessa relatività. Solo le religioni non hanno la stessa umiltà, trincerandosi dietro l’alibi della fede che, di per sé, è irrazionale. Ecco perché la crisi delle coscienze altro non è che il punto intermedio fra la voglia estrema di razionalità e la caducità della fede intesa questa come razionalizzazione dei bisogni e di realtà sicuramente possibili, ma troppo rozzamente e impropriamente calate nella dimensione temporale.

La crisi dei Valori di cui tanto a ragione si parla, è allora, in realtà, solo la crisi dei Valori religiosi che erano stati usati, in tutto il mondo anche non cattolico, come modelli per gli stessi Valori civili e dunque laici. Questo tipo di caduta ha trascinato con se anche i Valori cosiddetti laici, vale a dire quelli che ogni civiltà si è dato come regole etiche indipendentemente dalla loro origine quali Valori religiosi.

O, forse, parlando di Valori laici, dobbiamo dire, più coerentemente, che è in crisi il loro uso e non il Valore in sé in quanto tale?

Scrivendo “Valori laici” dobbiamo però accordarci sul significato. Per Valori laici devono intendersi i Valori razionali che una civiltà pone a base della convivenza sociale, intendendo per tale anche quella che si esprime nella comunicazione relativa al mondo interiore dell’uomo, dunque comprensivi anche della sua natura cosiddetta spirituale. Ma tale natura spirituale è insita nell’uomo, cioè nella natura umana, e non può essere né scambiata, né oppressa da principi che scaturiscono da dettami esterni astratti che quasi sempre non sono dimostrati e dimostrabili nel modo in cui vengono imposti. Per la maggior parte dei laici il laicismo si fonda sul razionalismo assoluto che respinge ogni rivelazione divina, sull’immanentismo, cioè che non c’è nulla che trascende l’uomo (né lo Spirito né Dio) e sulla libertà assoluta pur contenuta nel rispetto dell’altrui medesima libertà, per cui il laicismo è praticamente ateo o agnostico. E’ evidente che il laicismo rigetta ogni ingerenza della Chiesa nella vita pubblica e i cristiani, per restare al nostro Paese, devono comportarsi da cittadini della Repubblica dimenticando l’origine religiosa e l’adesione alla Chiesa cattolica. Questo è in sintesi il laicismo, sul quale, pur concordando, avremmo alcune riserve, prima fra tutte l’inequivalenza laicismo-ateismo. Tuttavia il vero problema non è questo, quanto il plagio che le religioni continuamente effettuano sui cittadini di un paese democratico, a cominciare dal battesimo che marchia inesorabilmente il bambino appena nato legandolo ad un’appartenenza che lui non chiede e non sceglie e che continua con i riti religiosi successivi. Non si tratta, quindi, di lottare contro la religiosità, la quale è un contrassegno naturale della Persona vista in chiave solistica, ma contro le continue ingerenze sulla formazione psicologica e sull'identità religiosa dei cittadini, ai quali viene imposto un sigillo di origine a cui segue, pedagogicamente, un condizionamento coatto di valori e di comportamenti che il cittadino, essendo neonato e poi bambino, non ha coscientemente accettato. Il vero laico può anche accogliere il principio divino, laico, infatti, non significa implicitamente ateo, ma, se è un uomo onesto, non lo può imporre agli altri, né potrà moralmente accettare di plagiare un proprio figlio ancora incapace, per età, di intendere e di volere.

I Valori non si impongono, si accolgono nel consenso dialettico; e nel consenso diventano stato di coscienza morale e “patto sociale responsabile”.

Infatti a cosa sono serviti, eticamente parlando, migliaia di anni di religioni e di filosofie o di progresso scientifico se non sono stati capaci di creare negli uomini nemmeno i Valori della solidarietà sociale e dell’etica pubblica? Se infatti la solidarietà esistesse (non quella sollecitata dagli appelli televisivi ogni volta che c’è una catastrofe) gli Stati non lascerebbero morire di fame tanti milioni di bambini. Al livello familiare e individuale parliamo ai nostri figli di solidarietà, di altruismo, ma poi agiamo in modo completamente opposto a ciò che predichiamo. Creiamo sovrastrutture etiche fasulle che, poi, con i fatti smentiamo quotidianamente. In duemila anni l’Europa, pur cristianizzata, non è riuscita a creare un sentimento sociale di amore e neppure a sviluppare la semplice solidarietà sociale. Di chi è la colpa? Delle società cristiane che non hanno avuto quella sufficiente “fede” per viversi il cristianesimo anziché la sua pedissequa predicazione? Se il cristianesimo non è stato né viene vissuto dai cristiani non è certo colpa dei laici o delle idee socialiste o della modernità o della progressiva tecnologizzazione del mondo. La crisi del senso cristiano della vita è cominciata già subito dopo i primi protomartiri, gli ultimi eroi, già epigoni di una religiosità forse utopica per questo pianeta di scimmie intelligenti. O forse più che di crisi del cristianesimo dobbiamo parlare di sfiducia nella burocratizzazione delle religioni che hanno trasformato il martirio dei fondatori in abili strumenti di potere, in istituzioni economiche di dominio?

 Ora qualsiasi tentativo cosiddetto pedagogico intorno al problema dei Valori rischia il fallimento perché tutto è diventato maledettamente difficile come è mostrato da pochi ma significativi dati.

Secondo le statistiche, oggi, un giovane vede la televisione per 4 ore al giorno. Ogni ora i programmi televisivi trasmettono mediamente 2 morti provocate. A diciotto anni un giovane ha visto circa 40.000 morti, oltre quelli dei films del circuito cinematografico o trasmessi dal telegiornale.

Una inchiesta su 883 ragazzi dalla terza elementare alla terza media, in provincia di Bologna, addirittura ha evidenziato che il 25% vede la televisione per ben 6 ore al giorno.

Forse a 18 anni un giovane non ha mai visto un morto vero, un morto della vita reale. Nell’esperienza dei nostri giovani è, dunque, presente continuamente la morte spettacolo e raramente la morte concreta. Ma la morte spettacolo è asettica, senza dolore affettivo, senza emozione, spesso immediata, senza agonia. Ha scritto giustamente Vittorino Andreoli, noto psichiatra che ha studiato molto bene l’universo giovanile, che i morti televisivi sono presentati in modo estetico, telegenico, addirittura gradevoli, quasi divertenti, temporanei, con l’autore che magari risorge, come a teatro, e saluta il pubblico.

E’ in atto una deformazione mentale. Al giovane è stata sottratta l’emozione della morte accompagnata dal dolore della perdita, dalla nostalgia, dalla passione, dai sensi di colpa per amori non dati al morto, per parole amorose non pronunciate. Il giovane viene abituato ad una morte virtuale senza significato. Se anche la morte produce Valori, primo fra tutti la meditazione sulla vita stessa - perché la capacità di meditazione (come capacità riflessiva esistenziale) è un Valore - non c’è dubbio che il giovane, meccanizzando la morte televisiva, trasferisca nel rapporto affettivo la stessa psicologia interiore di indifferenza, poiché per lui la morte spettacolo ha influenzato il sentimento del morire, un morire che ha sempre seguito dalla poltrona con una coca cola da sorseggiare.

Qualcuno ha mai collegato questo rilievo con le morti del Sabato sera, spesso conseguenza di meccanismi imitativi inconsci relativi ad eroi che stanno sempre in piedi, anche se crivellati di pallottole e saltano con le auto senza cappottarsi o se si cappottano escono indenni dalle lamiere distorte?

Purtroppo è impossibile parlare, nel dettaglio, di tre grandi inchieste sociologiche, la prima al di sopra di ogni sospetto perché promossa dal “Comitato Preparatorio del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale nella prospettiva del Giubileo 2000, l’altra dalla “IARD” un istituto di valore internazionale, attivo fin dal 1961 e la terza del “CENSIS”. Ma alcuni dati bisogna necessariamente tenerli presente se si vuole capire la differenza fra concreta realtà sociale e quella virtuale per la quale, apparentemente, tutto sembra procedere per il meglio solo perché, intorno a noi, a parte la società mafiosa e camorristica, la società sembra ancora rispondere ai modelli etici della tradizione e rifiuta i segni della disfatta di cui è direttamente responsabile.

Sinteticamente: emerge da queste inchieste che si è verificato quello che il Censis aveva già evidenziato 15 anni fa, e cioè che ormai è “giunto a compimento l’operazione di sganciamento dal passato, come complesso cioè di norme di comportamenti e di appartenenza trasmesse fin dalla nascita. Uno sganciamento realizzatosi in modo indolore, cioè senza complessi di colpa, senza l’ansia di liberazione come invece era accaduto negli anni 70, vale a dire come reazione sessantottesca di lontana memoria: in un certo senso l’operazione si è svolta in  modo deculturalizzato, senza passione. Probabilmente ciò è accaduto in questo modo perché è cessata la resistenza al cambiamento nelle famiglie stesse: la famiglia, infatti - è l’inchiesta cattolica a dirlo - oggi, nel 45% dei casi non sa più trasmettere valori e ideali forti, mentre il 60% delle famiglie stesse non ha strumenti adeguati per veicolare saperi e conoscenze e per decodificare la realtà

La famiglia è ormai completamente allo sbando come istituzione ed ha cessato da tempo, in realtà, di rappresentare quel terminal a cui approdare nel corso dello sviluppo perché i genitori sono troppo occupati a gestire i loro managers, i loro rapporti, le loro disoccupazioni mentali, le loro ansie e depressioni, per poter  essere naturalmente presenti, sempre se lo sapessero fare, nella delicata fase dello sviluppo infantile e della successiva adolescenza.

La diagnosi dei sociologi è ormai perentoria: all’inizio del nuovo millennio la famiglia è la grande assente sulla scena del mondo.

Ma anche la presenza sarebbe irta di insidie e pericolosamente patogena. Lo sanno bene tutti coloro che vivono lo sviluppo infantile in famiglie letteralmente incongrue e psicologicamente stressate che trasformano il rapporto con i figli o in una indifferenza pedagogica o in una pura violenza oltre che in una dipendenza. Tanti di noi, pur di altre generazioni, ricordano bene gli stessi drammi, le stesse infelicità. Anche se tutto è andato discretamente e se siamo stati più fortunati, egualmente abbiamo vissuto contraddizioni, paradossi e ipocrisie a non finire perché le nostre famiglie ci hanno parlato di Dio e non lo abbiamo mai visto ne sentito; ci hanno parlato di fratellanza, ma contemporaneamente ci hanno messo in guardia dal prossimo mentre intorno a noi non abbiamo visto altro che scannamenti e ladrocini; ci hanno parlato di giustizia ma hanno anche detto che la giustizia non è di questo mondo; ci hanno insegnato che la famiglia è tutto, ma ci hanno mostrato solo conflitti, gelosie, contrasti, possessività, lasciandoci frastornati, intontiti, sbigottiti, praticamente senza modelli autentici a cui riferirci per capire la nostra vita. Quali ideali forti - a parte l’autoritarismo dei padri - ha infatti incarnato la famiglia tipo del passato se, poi, non abbiamo fatto altro che guerre e colonialismi contro popoli liberi e spesso anche inermi  trasmettendo ai figli solo ideali di morte, di violenza e di sopraffazione del più debole? Erano questi i Valori? E’ per questo che veniamo al mondo? E’ per tutto ciò che, come retoricamente si predica, deve valer la pena di vivere? O predichiamo con leggerezza queste cose perché siamo in Europa e non viviamo in Cambogia o in India o nel Vietnam o in Albania, per cui tutto sommato abbiamo ancora Tribunali regolari, i negozi sfavillanti, i teatri aperti e la sera, vivaddio, non tutti ma alcuni di noi possiamo andare in pizzeria  e goderci una serata, rapinatori permettendo?

Eppure, nonostante tutto, siamo fortemente convinti che la famiglia resta un presidio fondamentale, il nucleo principale della società, ma una famiglia matura e responsabile, non quelle che vediamo intorno a noi fra gli stessi nostri amici e neppure quelle tanto perbeniste e cristianizzate strombazzate dei nostri nonni. Quelle famiglie, tanto sospirate e rimpiante, con la loro passiva irresponsabile acquiescenza, o con la complicità, questa volta responsabile e attiva, nello spazio di un secolo e nella sola Europa, sono state generatrici di almeno due guerre mondiali tragiche, di rivoluzioni sanguinose, di occupazioni e repressioni coloniali e dell’olocausto ebraico con i milioni di morti innocenti. La struttura familiare, inoltre, all’esterno appariva unitariamente ingannatrice perché i padri non erano in comunicazione dialettica con i figli: fra loro vigeva lo spartiacque del silenzio appena mediato dalle mamme, a loro volta trafitte in ruoli subalterni e nevrotici, ma retoricamente salutate “madri” nel contesto falsificante della religione popolare e dell’immaginario.

Oggi la scena del rapporto genitori-figli si ripete, anche se su altre basi. La stessa inchiesta cattolica riconosce che forse, oggi, c’è più colloquio in alcune tipologie di famiglie acculturate, ma dove c’è, concerne cose banali (sport, cronaca, avvenimenti del quotidiano). La conferma di ciò è che i giovani reattivamente comunicano solo con gli amici come accadeva anche nelle vecchie generazioni. Il valore dell’amicizia, infatti, ha superato il legame con la famiglia nell’82% per cui i gruppi esterni sono diventati il luogo dove il giovane può esprimere la propria emotività e affettività.

La stessa religione è posta agli ultimi posti al pari della politica, per cui è evidente in modo solare, che negli ultimi decenni si è accentuato il processo di secolarizzazione dai nonni ai nipoti e ciò è da intendere come il venir meno della credenza nel divino riferito alle religioni organizzate, prima fra tutte quella cattolica. L’analisi mostra una consistente e continua caduta dell’atteggiamento sacrale istituzionalizzato e l’emergere di un processo di privatizzazione della religione che si forma sulle convinzioni personali e private. Curioso è il dato emerso da questa  estesa indagine perché sono diventate patrimonio comune, fra i cattolici stessi, Valori verso i quali la Chiesa è tuttora intollerante per cui veramente occorrerà sedersi intorno ad un tavolo e discutere senza le maschere.

Tra i praticanti cattolici (di cui il 60% è di sesso femminile), dunque non fra i cattolici in generale che sono più distanti dai luoghi di culto, solo il 30,8% riconosce che a dar senso alla vita è la fede cattolica e solo il 30% dà importanza alla religione per cui una lettura onesta mostra che, l’adesione religiosa è ormai un puro rituale che nulla ha da spartire con la presa di coscienza reale e concreta, cioè con la partecipazione affettiva alla propria religione ufficiale. A confronto, il Rapporto IARD evidenzia che il 90% dei cattolici non ha fiducia nei sacerdoti e il 62% non ne ha nel clero in generale.

Sono dati si cui è necessario meditare perché sovvertono l’opinione generale che la Chiesa parli al suo gregge e che esiste effettivamente un popolo di Dio, o, nello specifico, un popolo di cattolici. In realtà le analisi ci dicono che esiste un popolo anonimo carico di problemi per i quali occorreranno confronti chiari che non partano dai pregiudizi di possedere le verità e tanto meno di voler sanare l’Europa ripartendo dalla Bibbia, (come retoricamente ha scritto il cardinale Tonini) cioè da un testo che può ben stare in una biblioteca antiquaria, ma che nulla ha da spartire con i problemi del mondo contemporaneo e dei suoi abitanti.

Nel complessivo discorso di ciò che ormai viene indicato come “caduta dei Valori” è evidente che dobbiamo interessarci in modo prevalente del mondo giovanile perché è qui che riscontriamo tutta la gravità della situazione.

Sorvolando su numerosi altri dati, che pur sarebbero interessanti, le citate inchieste rilevano che la gioventù odierna sembra mostrare che, purtroppo, tende alla resa di fronte alla complessità del mondo e rinuncia ad usare la ragione per capire e penetrare la complessità delle cose. I giovani appaiono disorientati e sono quindi facile preda di ideologie estremiste, di destra e di sinistra (specie quelli che rappresentano miti e disincanti irrazionali) e sembrano aver maturato una sorta di sospensione perenne, uno stato fatuo o limbico che tende a prolungare indefinitivamente giovinezza nelle case-albergo dei genitori da dove entrano ed escono come in una dissolvenza filmica, vivendo realtà multiple sempre più virtuali in gruppi gestiti da leader pressappochisti e superficiali - ma che incarnano i loro bisogni – i quali li impacchettano in abiti e mode come divise militari. Paradossalmente i giovani rifiutano l’autorità genitoriale ma sono pronti a subirla da un leader qualsiasi senza qualità e senza passato che, però, diventano i nuovi feticci e i nuovi referenti. Questi giovani sono pronti ad uccidere il padre in effige, ma esaltano i modelli e le mode dei propri capi, anche se despota in negativo e senza un programma sociale. I giovani sono affascinati dai somari con bardatura che imitano, non leggono né libri, né giornali, non si interessano di politica e ripudiano la giacca e la cravatta e ciondolano per ore in piedi, nelle ore serali e notturne, raggruppati davanti ai locali, spesso senza neppure parlare fra loro. Non a caso nel 60% del campione giovanile è presente l’alcool, mentre nel 31%, quasi uno su tre, è invalso l’uso di droghe leggere con una esposizione al rischio che aumenta col benessere. Ma un restante 14%, pur non avendo mai preso droghe, ha ammesso di sentire il desiderio di provare per cui, complessivamente, se dovessimo riassumere, possiamo dire che si è verificato uno spostamento sensibile di alcuni Valori considerati tradizionalmente importanti ma anche una straordinaria promiscuità fra valori negativi e altri che sono da ritenersi molto positivi anche se non vissuti in modo maturo e non sempre riconosciuti come conquiste di libertà: al di là di ogni giudizio, i rapporti prematrimoniali, l’aborto, la convivenza provvisoria non vincolata al matrimonio, il divorzio, l’associazionismo, l’uso di droghe leggere e fra poco l’omosessualità, il primato dell’amicizia rispetto alla famiglia e l’abbandono delle religioni con lo sviluppo di dimensioni morali e religiose private, sono diventate pratiche e valori entrati a pieno diritto nella morale comune.

  

VALORI E ALIENAZIONE

 Ancora una riflessione fondamentale.

Essendo caduti, o sostanzialmente mutati alcuni riferimenti o Valori, oggi l’uomo - si dice - si è trovato senza bussola perché nel corso dei secoli è stato espropriato dell’autocoscienza critica, soprattutto rispetto ai grandi temi della vita, che avrebbero potuto creargli quegli anticorpi mentali in grado di fargli affrontare anche i mutamenti senza andare in crisi.

La domanda è quindi questa: sono i cambiamenti a porre in crisi i Valori tradizionali oppure sono stati i Valori tradizionali, superati dal tempi, ad aver generato i cambiamenti? Oppure il cambiamento (che per alcuni è una vera caduta) dei Valori è la conseguenza del processo di razionalizzazione delle scienze dall’illuminismo ad oggi?

La libertà è indubbiamente una conquista ed è alla base delle etiche di tutti i tempi. Sicuramente è la pulsione alla libertà la causa primaria dei cambiamenti in qualsiasi direzione e campo di attività, di pensiero e di comportamento umano. Non c’è persona o popolo che non abbia combattuto e combatta per le libertà, sia pubbliche che private, per cui parlando di libertà parliamo certamente di un bene primario perché attiene alla Persona, alla sia dignità, alla sua esistenzialità. Ma libertà significa anche la capacità e la possibilità mentale di produrla, di pensarla, di desiderarla e, infine, di perseguirla. Cioè la libertà è un bene che deve essere inculcato sin dalla nascita come principio e come progetto di vita, altrimenti non solo non si produce, ma non viene neppure pensata e coscientemente desiderata. Ne consegue che libertà significa capacità di produrre atti critici non influenzati dalle volontà e dalle pedagogie esterne, dunque di poter scegliere fra diverse opzioni o di poter pensare attraverso soluzioni critiche soggettive. Se l’uomo, come diceva Aristotele (Et. Nic.,III,5,1113,b 10) è “il principio e il padre dei suoi atti, come dei suoi figli”; ne deriva che la libertà non richiede “una causa estranea, giacché il movimento è in nostro potere e dipende da noi, diceva Cicerone, né perciò è senza causa, dato che la sua causa è la sua stessa natura” (De Fato, 11). Tuttavia, partendo da queste premesse, una società reclama una libertà matura e non l’arbitrio. Hegel, infatti dirà che “l’arbitrio del singolo non è libertà” e dunque la società deve limitare quella parte della libertà che è l’arbitrio “concernente il momento particolare dei bisogni” (Philosophie der Geschichte, ed. Lasson, I, pag. 90).

Che cosa si è invece verificato? Si è verificato che il principio della libertà così variamente predicato negli ultimi decenni (e che viene nominato impropriamente finanche dai regimi totalitari e dalle religioni fondamentaliste) viene sancito come principio, ma è rimasto tale in teoria, cioè non si è maturato nella prassi reale e nella formazione delle vite individuali, non ha quindi prodotto la trasformazione delle coscienze dalla nascita alla fase adulta e quindi non si è simbolizzato nell’inconscio. E’, anzi, avvenuto esattamente il contrario. Per secoli l’uomo è stato plagiato fin dalla nascita e gli è stata inculcata l’obbedienza ai padri e alla tradizione. Come potevano i contemporanei, di colpo, produrre libertà matura e non cadere nella depressione e nella crisi d’identità?

Una volta i parametri di controllo, con i quali si dominavano gli istinti, i bisogni e i desideri, erano tutti nella forza dei miti, ma i corrispettivi simboli caduti  non erano dentro di noi, non erano convissuti nei nostri convincimenti profondi. Perciò quando la modernità e la téchné hanno sorpassato la volontà del soggetto, questi si è trovato sprovvisto degli strumenti di resistenza. Sul piano concreto la conquista di una maggiore libertà ha trovato i soggetti privi sia di un approccio dialettico che di una resistenza reale con atteggiamenti difensivi solo formali, per cui la libertà è stata e viene vissuta con immaturità e quindi con distorsione dell’identità, spaesamento, perdita di senso della vita, suicidio, depressione, droga, devianza, aumento delle nevrosi, impotenza sessuale, sfaldamento della famiglia e della coppia, indifferentismo morale, incapacità di vivere, trasformazione passiva dei Valori e dei bisogni fino all’affermazione, specie fra i meno giovani, del dio danaro come unica merce di scambio.

D’altra parte il processo in corso è chiaramente leggibile. Fino a qualche decennio fa siamo stati il prodotto di un’alienazione dovuta a tradizioni e miti che hanno dettato tutte le regole, per passare attraverso una fase liberatoria (per esempio il ‘68) alla quale è subentrata un’altra alienazione dovuta allo sviluppo impetuoso della tecnica e alle leggi dell’economia dei mercati controllati dalle grandi lobbies internazionali.

Probabilmente è lo scotto che una civiltà deve pagare quando da un contesto repressivo secolare passa ad un contesto sociale vissuto idealmente come liberazione dai tabù, sia pure per ricadere in altri tabù di segno opposti ai precedenti che si sostituivano, ma sempre tabù, cioè obblighi psicologicamente coattivi perché bypassano la scelta critica matura. Le persone affermano di voler essere se stessi, ma si tratta molto spesso solo di affermazioni velleitarie perché inconsapevolmente ricadono nella dipendenza di leader esterni o dei meccanismi manipolati dalla politica e dalla pubblicità, dallo sport, dal piacere ludico. La psicologia dovrebbe tener conto in modo più pregnante, io credo, che la guarigione dalle nevrosi, se di guarigione vogliamo seriamente parlare, deve allora passare non solo attraverso la rimozione del sintomo, quanto attraverso una weltanschauung centrata sulla persona, anche se questo costa, in termini di neutralità terapeutica. I giovani - e questo è, credo, un aspetto positivo nella confusione dei Valori - cercano i Maestri, anche se ciò contraddice paradossalmente il bisogno di autonomia, e vogliono una società in cui ci sia più cuore e più anima, ma non sanno da dove cominciare. Ecco perché, di fronte ad una società ludica, cercano modelli che non siano quelli genitoriali incapaci di incarnare la le figure dei Maestri. Questi ragazzi, come ho scritto prima, escono e tornano dalle loro abitazioni perché oscuro è in loro il desiderio e la nostalgia del Padre, ma vogliono sentirsi liberi, per cui si ancorano alle case-albergo dei genitori visti più come accuditori domestici, avendo sostituito le loro figure reali con i leader dei propri gruppi di appartenenza, mostrando nel contempo sia un bisogno di autorità che non ripeta il modello dei genitori e sia, paradossalmente, l’adesione al gruppo realizzata attraverso l’imitazione dei comportamenti altrui, le mode e i segni di riconoscimento che omologano i gruppi esterni, con le fogge dei vestiti, i tatuaggi, i capelli, gli orribili scarponi, eccetera. Nulla di male nei riti esterni, ma purtroppo la cosiddetta libertà, troppo facilmente e gratuitamente conquistata, senza lavoro individuale (che vuol dire presa di coscienza), in realtà viene vissuta imitando l’Io degli amici o dei miti contemporanei, allo stesso modo in cui a scuola copiavamo il compito di matematica o di latino senza capire nulla di ciò che copiavamo. Perciò la fuga dai modelli sociali ripropone un’eguale ripetizione rituale: la discoteca, il bar, la panineria e i giochi videogames su Internet protratti per ore nella più totale insignificanza. Nuovi luoghi dell’estasi e del gruppo, voglia di fede anche religiosa ma non istituzionale [3] trasfigurazione di sé attraverso la droga, bisogno di azione e di movimento continuo senza perseguire il modello di un Io ideale, per cui il tempo è senza un futuro, senza scadenze progettuali. [4]

 

Umanesimo forte

Cosa significa umanesimo forte? Significa connotare del massimo senso possibile il principio dell’uomo padrone esclusivo di sé, della propria vita e delle proprie decisioni, poiché ciascun essere vivente, pur essendo simile agli altri, è uguale solo a se stesso ed è portatore del diritto individuale a costituirsi e manifestarsi come coscienza personale entro la quale riconoscersi.

E cos’è allora il Valore? Un qualsiasi manuale di filosofia dirà che per gli Stoici, come è noto, il Valore era l’oggetto delle scelte morali riferite al Bene: ciò che è degno di scelta, diceva Cicerone, ma riferito alla Virtù mentre per altri è la proprietà di qualcosa, così come la sensazione di dolce è la proprietà dello zucchero.

In questi ultimi secoli il concetto di Valore più o meno oscilla tra una formulazione metafisica o assolutistica (che vede il Valore staccato dall’uomo per sottrarlo alla critica) supponendosi Valori universali; e un significato di Valore strettamente correlato all’uomo o al mondo umano. Nel primo caso i Valori tendono a definirsi come perfetti, universali, eterni, immutabili, regole assolute di vita. E’ noto che è con Nietzsche che questo principio si inverte. In “Ecce Homo” Nietzsche, infatti, muove guerra ai valori eterni, specie della morale cristiana e afferma i Valori della vita, i Valori vitali.

Purtroppo, nelle discussioni comuni, ma anche nella pratica, il Valore spesso diventa un concetto retorico o accademico, perde di significato perché è generico, astratto, evoca il merito, il bene, la bontà, il male, cioè categorie relative di comportamenti riferiti alla cultura e alle ideologie che lo definiscono. Ma è proprio così? Sono questi i Valori fondamentali del genere umano? Se siamo indifferenti ai 6 milioni di bambini che muoiono di fame, ai suicidi, ai depressi, allora è caduto uno dei Valori primari di una specie vivente, cioè finanche la solidarietà del branco. E’ bene dirlo a chiare lettere che la solidarietà vera non è quella televisiva dietro la quale c’è sempre una regia di interessi, ma quella percepita e vissuta come sentimento affettivo, quella che implica uno stato di autocoscienza critica partecipativa e personale a carattere continuo, non soltanto quando ci commuoviamo perché ci fanno vedere i profughi e i bambini che muoiono di fame e, con abile regia, mettono in moto i nostri complessi di colpa e i nostri altruismi virtuali e quindi momentanei.

E’ l’autocoscienza il Valore Primario: senza l’autocoscienza non si ha alcun altro Valore, ma solo un suo riflesso indotto da un condizionamento culturale diventa positivo, perdendo il suo carattere provvisorio, si trasforma in autocoscienza di senso perdendo, con siffatta operazione, il suo carattere di suburnazione alla ideologia che lo ha creato.

Io cioè posso riconoscere e accogliere un Valore, per esempio quello della solidarietà, ma devo trasformare l’accoglimento in un dato di senso, condividendone la forza etica e partecipando con tutto me stesso, in pieno convincimento critico, al senso del Valore che mi è stato trasmesso. In caso contrario i Valori, staccati dal comportamento della Persona e dalla sua partecipazione esistenziale, restano teorie che galleggiano in un limbo sopra di noi.

La prova più evidente di tutto ciò è la nostra partecipazione agli eventi tragici: “Stacchiamo un assegno e, sollevati al di là della nostra cattiva coscienza, ci sembra di aver tacitato ogni complesso di colpa disinteressandoci completamente dell’uso che la comunità realizza con la nostra elemosina.

Non ci servono questi Valori. Non ci servono più perché in questo modo non hanno mai funzionato. E’ inutile evocarli nella commozione del momento, o nell’emozione delle colpe dell’umanità, o perché vorremmo un Dio vivo e non un Dio morto o perché abbiamo bisogno di Maestri e confondiamo il bisogno di sacro con i riti e i tabù della  religiosità organizzata, che in tal modo ha facile presa sull’emotività e sulla suggestione, ma che è limitata al momento del rito e non evoca le zone profonde dell’Essere, per le quali occorrono metodi di vita alternativi e livelli profondi che si educano attraverso anni di trasformazione personale. Ecco perché il Manifesto dei neo-umanisti, scritto nel ‘98 da questa Rivista (pubblicato nel n°4) pone fra i valori primari il principio dell’ autocoscienza critica che ci separa dal mondo animale e ci fa uomini veri perché determina in noi la partecipazione e la condivisione di senso verso il mondo, cioè produce etica. Da questo Valore promuovono tutti gli altri, poiché l’autocoscienza è un Valore fondante, che costituisce il primo atto morale della Persona, acquisito dalla specie umana quando si differenziò dall’animale, è un Valore da cui nascono la cultura, le arti, la scienza e attraverso il quale si manifesta lo stesso sacro (altro valore) cioè lo stato morale, cioè il mistero del nostro interno che chiamiamo l’enigma dell’Anima. [5]

In questo paradigma filosofico, in questa struttura interna parallela alla mente computazionale, la coscienza interiore, è implicitamente coscienza intenzionale e rappresenta la guida, il Valore primario, la propulsione o addirittura il propellente da disvelare e riconoscere.

E’ un azzardare troppo affermare che nel mondo c’è troppa assenza di Anima, c’è troppa assenza di cuore nella vita quotidiana dei contemporanei?

Non c’è alcun dubbio che l’uomo, contrariamente a quanto sostiene gran parte della filosofia contemporanea, esprime un reale bisogno di metafisica nel senso che l’uomo aspira, anche inconsciamente, alla conoscenza del sé interiore. Questo bisogno è provato. Infatti lo sviluppo della New Age e dei movimenti spiritualisti in genere, come alternativa alle religioni storiche e organizzate, comprovano non una fuga nell’ateismo (come potrebbe apparire dalle inchieste sociologiche) ma una fuga dalle religioni organizzate per rifluire in visioni personali del mondo e dello spirito. Ciò significa, fuori di ogni dubbio, che c’è una forte richiesta di nuovi significati, cioè che l’uomo medio cerca una nuova ontologia.

Hanno ragione, hanno torto? Si ingannano perché hanno paura della morte o perché vivere la radice interiore è una esigenza strettamente connessa alla Persona?

Sottolineando l’importanza dell’autocoscienza come Valore, noi vi abbiamo affiancato il principio di coscienza intenzionale (parallelo a quello di coscienza computazionale) che si sviluppa e si accresce nel corso della vita e il cui principio oggi mette a repentaglio le teorie deterministiche dei filosofi della mente che interpretano la coscienza come epifenomeno dei neuroni. Non siamo di fronte al Super-Io di Freud ma alla capacità di interrogarci liberamente nella nostra stessa coscienza e da questa ricevere risposta. In tal modo si configura un fatto completamente nuovo. Un sé che giudica se stesso e trova in se stesso le risposte non rispetto alle azioni, ma rispetto al suo stesso essere il pensiero interrogante. Così facendo il Sé diventa la voce morale intrinseca alla sua natura di sé. Non chiede fuori le risposte, le cerca nel suo dentro, ma nel suo dentro è come se interrogasse qualcuno che quindi diventa l’Altro, l’Altro da sé, il Fuori da sé, nel mistero esistenziale dell’Essere.

 In questa luce dobbiamo quindi porre una sostanziale differenza significante fra morale e etica. La morale è il giudizio interno e personale del soggetto umano, l’etica ne è l’aspetto pubblico che include anche le norme giuridiche della collettività. Il giudizio dell’uomo diventa, quindi, la capacità di giudicare il mondo e la propria esistenza indipendentemente dal  comportamento e dal pensiero pubblico che devono conformarsi alle regole e alla cultura dominante. Questa classificazione che prevede il Valore Personale contrapposto a quello pubblico, tiene conto che è il soggetto libero a creare e determinare la società, non viceversa. Anche quando la società costringe l’uomo alle sue regole, è sempre il soggetto che decide le norme (anche vessatorie), per cui la collettività è il risultato dei pensieri individuali, senza i quali l’uomo non sarebbe altro che un robot ripetitivo senza dignità, senza individualità e senza personalità. E’ ovvio che gli uomini democraticamente delegano i propri rappresentanti a legiferare e dunque si piegano alle esigenze della collettività, ma tutto ciò non impedisce il possesso concreto della morale personale rispetto alle esigenze di un’etica pubblica.

Se è così, se le cose stanno così, se l’essenza della filosofia è quella di risalire ai principi, costi quel che costi , allora ci troviamo di fronte alla radice della essenza che costituisce l’Io, per cui il desiderio ontologico di conoscere se stesso attraverso l’Altro (che è costituito dal Sé che interroga il Sé) non è una forma di intellettualismo teologico o filosofico o esclusivamente psicologico, ma risponde all’esigenza di un Desiderio di infinito, cioè all’esigenza di un principio morale naturale.

Naturalmente tutto ciò è attraversato dal lavoro della coscienza che cerca, dal dolore, dal piacere, dalla solitudine, perché ciascuno non può fare questo lavoro per un altro.

Ecco perché parlando di umanesimo forte, noi vogliamo intendere il recupero di una metafisica laica che significa passare da una filosofia della mente che teorizza una contrapposizione mente-coscienza superiore, ai bisogni fondamentali di un’altra coscienza che pressa per diventare linguaggio: cioè lo stato dell’essere come anima individuale, l’Altro che chiede la parola attraverso la proiezione morale. E’ un azzardare troppo? E’ un azzardare troppo elencare, al fianco del Desiderio di Sé e di infinito, alcuni denotatori, alcuni precisi segnali come l’intuizione, la creatività, l’immaginario, la simbolizzazione, l’inconscio, la libertà, la capacità di raggiungere al silenzio interiore cioè l’astrattizzazione del linguaggio, fino alla progettualità morale? E’ un azzardare troppo affermare che il riduzionismo scientifico della mente non ha spiegazioni plausibili per quest’inventario del Desiderio e delle Radici interiori?

E’ questo l’umanesimo forte. Non un vago “umano”, secondo un’accezione sociale e popolare, ma la rifondazione del soggetto espropriato, a causa dei fondamentalismi culturali e religiosi, dalla sua natura critica e dalla sua essenza morale individuale.

Un umanesimo ancorato a Protagora, tanto per citare una paternità, per il quale è l’uomo “la misura di tutte le cose, “un uomo “pastore dell’Essere” (la felice espressione è di Heidegger) e, aggiungerei, non una sociologia che faccia dell’uomo l’anonimo abitatore di una massa.

 Appare allora evidente che parlando di autocoscienza noi vi sottintendiamo la libertà e alludendo al Sé interrogante noi ci trasferiamo nelle immagini di una libertà fattuale, non una libertà teorica come modello: cioè il pensiero come vita, non vita come pensiero. Cosa significa pensiero come vita e non vita come pensiero? Vuol dire che la vita dovrebbe essere niente altro - dato a Cesare quel che gli è dovuto - che la realizzazione del pensiero, mentre, invece, altro non è che un pensiero modellato da simboli, da prescrizioni, da tabù, per cui siamo tutti un po' come fotocopie di un modello unificato a priori che si può rompere solo attraverso la lotta, la disobbedienza. Naturalmente c’è il modello formale del mondo, con leggi e diritti, al quale, vivendo nella comunità, non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Ma ne deriva che, di conseguenza, la realizzazione sociale non è un Valore, il lavoro invece sì, poiché è l’interiorità creativa il bene per eccellenza, qualunque cosa ne pensino i moralisti, perché è l’interiorità creativa che ci autorizza ad esprimerci come Persona prevalendo sulla natura dei fenomeni. Di conseguenza l’auto-realizzazione consiste non nell’appropriarsi delle ricchezze e di beni sociali, ma nella crescita della maturità ontologica, nella installazione nel Sé di meccanismi liberi con i quali leggere il mondo e gli altri da orizzonti non oppositivi, superando le antitesi delle ideologie, dei fondamentalismi e delle simbologie che essi determinano.

A questo punto il discorso passa, inesorabilmente, ancora una volta, attraverso quello del Potere, perché i simboli sono l’espressione del Potere, in quanto piegano l’uomo al mito dell’obbedienza alla religione e alla cultura dominante. Non è un mistero per nessuno che il Potere si maschera e si nasconde  o addirittura rifluisce nei simboli e con essi diventa “Valore” giungendo a piegare (senza che alcuno possa ribellarsi e utilizzando il complesso di colpa come reattivo) ogni uomo che appena tenti di conquistare la propria libertà. Dobbiamo dunque prendere coscienza che i simboli che ottundono la libertà e costringono all’obbedienza sono simboli necrofili al contrario di quelli che espandono l’Essere. I simboli, infatti, uccidono più della spada: ecco perché dovremmo parlare di nuovi Valori per la creazione di nuovi simboli laici: ne ha assoluto bisogno la famiglia, la prima a cadere sotto la spinta della modernità. E’ appena da ricordare che il Potere, per secoli, è stato trasmesso solo ai padri come continuatori del Potere pubblico, attraverso l’introiezione dei simboli tradizionali. Un solo esempio fra tanti: non a  caso, se un padre moriva, pater familias diventava il figlio, anche se ancora bambino, non la donna.

Con ciò si perpetuava (e si perpetua) il modello della famiglia tradizionale che oggi è in crisi. E’ in crisi anche perché continua a riproporsi con l’immaturità della coppia genitoriale come accadeva prima. Fino a pochi decenni fa, infatti,  non la maturità del padre passava in primo piano, ma la sua autorità: la sua autorità avallata da un rigoroso coacervo di norme simboliche mai scritte, ma anche da una giurisprudenza che ha dato sempre ragione al maschio. Caduto il mito del padre autoritario e del falso padre, si è poi messo in evidenza che lo stesso rapporto uomo-donna, proprio nella coppia istituzionalizzata, è sempre stato mediato dal potere delle regole e non dal potere dell’intesa, al punto che sarà Kierkegard a dire che l’amore vive là dove non c’è matrimonio, laddove non ci siano le ferree regole culturali. Questo significa che, originandosi da un rapporto sociale di potere, all’interno della famiglia il dialogo uomo-donna - come scrisse anni fa Ida Magli - non è possibile. “Non perché sia andato perduto, dirà poi Levi-Strauss, ma perché non è mai esistito”. Sia l’uomo che la donna hanno finito col parlare soltanto di se stessi e con se stessi, in uno specchio, cioè narcisisticamente guardando solo la propria immagine riflessa, utilizzando l’altro come strumento per dar voce e consistenza al formale dato sociale dell’intesa e della comunicazione, ma è sempre mancato l’io-tu, il rapporto io-tu fondante che avrebbe dovuto costituire il senso comune della responsabilità come coppia e non come singolo. Le basi di quella cultura sono state ora in gran parte sradicate, ma nessuno sa come fondarne altre, per cui i sociologi oggi ci dicono - come abbiamo già accennato - che è la famiglia la grande ammalata e la grande assente sulla scena dei Valori del duemila.

Già il ‘68, aveva tentato, per esempio con Marcuse, di fare un passo avanti per liberare la famiglia dal suo essere patologia di gruppo. Marcuse parlava di liberazione felice, ma non si può costruire senza prima distruggere gli strumenti su cui cresce la patologia il cui fondamentale contrassegno è l’impossibilità concreta di passare dal simbolo delle regole astratte e mitiche alla concreta realtà dell’operare in simbiosi per crescere sia come individui della famiglia e poi come intero gruppo. Vale a dire che la società si è secolarizzata emancipandosi dal modelli religiosi ma non sono stati scardinati i simboli entro i quali transitano i cosiddetti modelli morali, per cui continuiamo a vivere fra equivoci e contraddizioni non disgiunti a gravi complessi di colpa, né si vuole prendere coscienza totale della grande domanda: come deve essere una famiglia e quali gli strumenti culturali perché esca dalla sua patologia?

Ovviamente stiamo facendo l’esempio della famiglia perché, nel contesto in cui stiamo parlando, essa è la spia evidente a tutti del malessere generale.

Ed è anche chiaramente desumibile che il potere non ha il coraggio di delegittimare il Valore di questo tipo di famiglia perché significherebbe delegittimare tutta la cultura degli ultimi secoli che ne ha promosso e perpetuato il modello.

La commutazione dei simboli è la grande avventura dell’etica futura ed è la sola a garantire il cambiamento reale e non fittizio, liberando l’uomo dal complesso di colpa indotto dai vecchi simboli e restituendogli la forza della fede.

Ma quale fede? Il laico, essendo un uomo libero, ha prima di tutto fede nell’uomo e, anche se non lo riconosce, accetta la sua radice metafisica, il suo essere nell’al di qua della ragione e nell’al di là della sua interiorità. Cioè, con la fede nell’uomo il laico (che, ripeterò fino alla noia, non è necessariamente ateo come capziosamente si vuol far credere) inconsapevolmente è nell’area astratta (ma visibile ai poeti, ai filosofi ed ai profeti) dove vengono meno le certezze della realtà in quanto si trova di fronte alla complessità del suo mistero di vivente.

Il problema, oggi, non è se Dio è morto come proclamava Niezsche, ma se è morto l’uomo, se già non è diventato un automa, se la trappola non si è chiusa completamente. Perciò Bertrand Russell poteva scrivere fin dal 1954: “da essere umano rivolgo un appello agli esseri umani: ricordatevi della vostra umanità e dimenticate il resto. Se così potrete fare, davanti a voi si spalancherà la strada verso un nuovo paradiso;altrimenti, nulla si aprirà davanti a voi se non la morte universale”.

Russell è un uomo libero, esattamente come sono liberi Adamo ed Eva nel mito giudaico e come è libero Prometeo in quello ellenico: ambedue i miti concepiscono la civiltà umana fondata sulla disobbedienza, quella che noi oggi definiamo lo scardinamento delle sovrastrutture per cercare le radici interiori.

Rubando il fuoco agli dèi, Prometeo costruisce le fondamenta dell’evoluzione e della civiltà umana. Non ci sarebbe storia, ricorda Erich Fromm, “senza il delitto di Prometeo. Il quale, al pari di Adamo ed Eva, è punito per la sua disobbedienza, ma Prometeo non si pente, non chiede perdono. Al contrario, afferma orgogliosamente di preferire l’essere incatenato a questa roccia che non il servo obbediente degli dèi”.

E così sia anche per noi, perché imparando a dire di no, noi costruiamo la nostra individualità e la nostra libertà e conosceremo il mondo in prima persona, non con gli occhi degli altri che neppure ci conoscono e decidono della nostra sorte morale dicendoci ciò che dobbiamo fare, ma in prima persona, come è giusto che sia.

 

 

Parte cospicua del materiale di questo saggio ha formato oggetto di conferenze, tenute dall’Autore presso l’Università di Padova, Facoltà di Sociologia, il 23/3/99, ripetuta il 24/3/99 a Milano (organizzata dall’Associazione ANEB) al Palazzo dei Congressi di Via Magenta, il 26/4/99 nella Biblioteca del Liceo Classico “De Sanctis” di Salerno, il 19/5/99 a Venezia presso la Fondazione Guggenheim,  il 26/10/2000 al Convegno del Dipartimento di Neuroscienze e Scienze della Comunicazione, dell’Università di Napoli Federico II.

 

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NOTE

 

1)      Ancora oggi il Cardinale Carlo Maria Martini, in un intervento alla Commissione Trilaterale di Milano dei primi di novembre di quest’anno, anacronisticamente ripropone la Bibbia come “il libro che sta alle radici della grande unità spirituale europea che nacque verso la fine del primo millennio. “ E inoltre che “la Bibbia è il grande libro per il futuro dell’Europa, non solo per le Chiese cristiane europee, ma anche perché è in grado di dare fondamento e nerbo ad un dialogo interreligioso profondo e sincero”. Immagino che ci si riferisca anche al Nuovo Testamento, per cui la proposta complessiva sarebbe quella di andare a parlare con altre fedi religioso partendo dal presupposto che il cristianesimo e il primato di Roma siano la pietra di paragone intorno a cui sedersi ai tavoli delle discussioni.

 

[2] In un articolo su “Repubblica” (21 novembre scorso), Carlo De Benedetti si mostra ottimista rispetto al potere comunicativo di Internet il quale sta producendo una trasformazione epocale. Ma bisognerà verificare fra qualche anno, se tale possibilità di riunire gli uomini, non resti un’esperienza solo virtuale priva di scambio esperenziale. La vigilanza del socio-filosofo dovrà essere, quindi totale, perché il virtuale totale significherebbe un azzeramento irreversibile dei processi di socializzazione reale e saremmo trasformati in fantasmi in una rete altrettanto virtuale.

 

[3] – Ciò è anche dimostrato dal moltiplicarsi delle adesioni al buddismo e ai movimenti della New Age sparsi in tutto il mondo.

 

[4]  - Su “Repubblica” c’è stata una discussione in tal senso originata da una lettera in cui una madre scriveva, fra l’altro, “mio figlio è un cretino” alludendo alle ore che questi trascorreva davanti a Internet, ecc..

 

[5]  – E’ questa l’impostazione umanistica, controcorrente, del movimento filosofico di “Uomini e Idee”.