editoriale

 

PONTEFICI  DI  RETROGUARDIA

 di Corrado Piancastelli

 

In quanto persone libere e democratiche, ai laici impegnati,  il nuovo papa non può piacere, così come non piaceva Wojtyla. I motivi sono semplici e facilmente riassumibili, come del resto, sia pure ambiguamente  per mancanza di un coraggio totale, hanno cercato di dire, da anni, gli studiosi che  non si lasciano facilmente imbonire dalla vuota retorica e dalle emozioni superficiali.

Proviamo a riassumere.

Papa Wojtyla è stato, finché la salute glielo ha consentito, un accanito oppositore del divorzio, dell’aborto, dell’unione tra gay, del matrimonio dei preti, della concessione alle suore della Messa, della famiglia di fatto, del congelamento degli embrioni, sull’uso delle cellule staminali, della sessualità tra non sposati, dell’ammissione dei divorziati alla comunione, del pluralismo e del relativismo religioso e etico e, ovviamente, del marxismo. Caratterialmente autoritario, nemico della collegialità interna e quindi despota e capo assoluto, Wojtyla ha dominato la Santa Sede con la sua personalità forte e decisa, scambiando la cultura europea, erede dell’umanesimo greco, per il terreno di scontro su cui ha edificato la lotta al comunismo. Il risultato è una lotta aspra (ispirato alla fede e alla verità di Cristo considerato superiore a tutte le altre fedi e verità, compreso l’Islam e l’ebraismo) tra fondamentalismo cattolico e diritti dei laici. Una modalità di scontro che la Chiesa ha capziosamente capovolto sostenendo il diritto dei cattolici contro il fondamentalismo dei laici. Qui Papa Wojtyla ha sostenuto un equivoco che va chiarito, vale a dire la distinzione tra laici e laicisti e diritto alla libertà delle convinzioni religiose. Per la Chiesa i laici non dovrebbero occuparsi di teologia, mentre invece i cattolici, esprimendo il loro diritto alla libertà, dovrebbero essere presenti nella vita pubblica affinché questa si adegui alla volontà di Dio (cioè ai precetti della Chiesa). Infatti i laici, quando contrappongono il loro diritto a rifiutare i precetti della Chiesa, sono definiti laicisti e insolentemente qualificati come portatori della malsana ideologia pluralistica che ammette il diritto personale di credere in quel che gli pare. La posizione è questa, diluita in argomentazioni che, per la verità, non tengono conto che se è dovere e diritto delle religioni di predicare nelle proprie chiese, templi e sinagoghe, eguale diritto e dovere hanno i laici di controbattere (nel territorio laico che è pubblico) le loro argomentazioni, senza per questo dover ricevere anatemi, per il puro esercizio di un loro diritto. Non si riesce, cioè, assolutamente a capire per quale motivo, ad esempio, le religioni debbano influenzare i cittadini attraverso i mass-media e i parlamentari cattolici, mentre i cittadini di un paese democratico e laico non debbano fare la stessa cosa nei confronti delle fedi religiose.

La predicazione della Chiesa cattolica è sotto gli occhi di tutti ed è un falso sostenere che oggi la Chiesa è accerchiata dal modernismo e dal laicismo dal momento che la Curia ha sfruttato fino al massimo grado finanche la sofferenza del suo Papa malato e morente per suscitare consensi e commozioni a proprio uso e consumo. E’ più corretto dire che è la democrazia ad essere accerchiata da una politica teocratica e dittatoriale contrabbandata per Vangelo. Certo, se si guarda la Chiesa con l’occhio del cattolico ortodosso e privo della ragione, Carol Wojtyla, è stato un grande papa perché era un conservatore della tradizione. Ha difeso e imposto la sua fede e la sua personalità fino a trasformarsi in soggetto idolatra (e pagano), coagulando sulla sua persona fisica l’interesse di un mondo bisognoso di autorità e di autoritarismo. Ha usato finanche il suo corpo martirizzandone l’amplificazione sapientemente sfruttata dai mass-media, ma nel fare questo non ha posto in essere quel culto della personalità chela Storia ha condannato in tutte le epoche?

Difficile ammettere, quindi, però, se si sia trattato di un buon lavoro, pur tenendo conto di dover rilanciare una Chiesa sempre più laicizzata e ricatturare un popolo di fedeli ormai secolarizzato in tutto il mondo. Le risposte entusiasmanti delle piazze sono sempre effimere, come la storia insegna e sono i fatti quelli che contano. Dal 1971 al 2000 tra i battezzati sposati, ad esempio, ci sono stati circa 700.000 divorzi e il trend è in progressivo e costante aumento. Tra i cattolici è consolidata l’accettazione del divorzio, delle coppie di fatto, del diritto dei gay, per non parlare della libertà sessuale nel cui ambito l’insegnamento sessuofobico della Chiesa ormai cade letteralmente nel vuoto e lascia spaesata e incerta quasi tutta la classe sacerdotale. Del resto l’Europa è quasi tutta secolarizzata, per cui se proprio si deve essere obiettivi il lascito di Wojtyla appare del tutto modesto.

Un altro esempio: il rifiuto della Chiesa finanche all’uso del preservativo ha prodotto in Africa un vertiginoso aumento dell’AIDS, un macello che poteva essere evitato se Wojtyla fosse stato più cristiano e umano.

Come fa la Chiesa a esaltare le piazze-boys piene di ragazzi che tranquillamente fumano erba e hanno regolari rapporti sessuali tra loro disattendendo completamente la richiesta di castità continuamente invocata senza alcun senso realistico dello steso magistero che applaudono?

Si è accennato e si accenna fin troppo al rifiuto delle guerre, ma su tale questione, contro la guerra non è stato solo Wojtyla, ma tutta la sinistra mondiale, compreso i laici, i movimenti per la pace, i no-global, per cui è azzardato voler sostenere che la Chiesa è contro le guerre specialmente se si considera il Nuovo Cattolicesimo (la cui stesura è stata diretta da Ratzinger) le ammette per motivi morali, tanto è vero che il cristiano Bush ha sempre invocato le ragioni di Dio per la guerra in Iraq, addirittura definendo “santa” distruzione degli islamici.

 Il nuovo papa

 Ora da tutti i punti elencati, Joseph Ratzinger non si discosta minimamente. Definendolo, come hanno fatto tutti, un papa di ferro, quasi nessuno ha ricordato che il Cardinale tedesco è stato, fino all’elezione a Pontefice, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cioè il famigerato e tristemente noto ex Sant’Uffizio che discende direttamente dai tribunali della Santa Inquisizione. Un uomo che ha sulle spalle una così triste e abominevole eredità (la quale ha certo influito sulla sua formazione e che fu scelto per tale incombenza a ragion veduta, vale a dire per la sua forza caratteriale e l’intransigenza all’ortodossia) come potrebbe mai aprire la Chiesa ad una dialettica moderna in un mondo ormai pluralistico che faticosamente cerca idee nuove per sopravvivere a se stessa?

E infatti, puntuale a se stesso il nuovo papa ha già dichiarato, poche ore prima di ritirarsi in conclave, la sua linea politica: è contro il pluralismo e il relativismo culturale e religioso, contro la laicità, contro l’omosessualità e il matrimonio tra gay, contro le coppie di fatto, contro l’aborto e il divorzio, contro la sessualità fuori dal matrimonio, contro tutto ciò che è modernità.

Non a caso, quando Ratzinger fu nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, la stampa americana lo definì “sceriffo del Vaticano” e, ora che è stato eletto Papa, sui giornali inglesi è stato ribattezzato “rotweiller di Dio” e su quelli latino-americani “grande Inquisitore”. Rispetto alle donne, ad esempio, Ratzinger è totalmente chiuso e oscurantista per cui, al di là delle belle e facili parole da proscenio, è ben  probabile un’accentuazione strisciante dello scisma interno alla chiesa sui temi più scottanti. A proposito dei laici Ratzinger cade anche lui nel solito equivoco di considerare atei i non credenti, al punto da affermare (vedi il libro scritto con Marcello Pera: “Senza radici”, Mondatori, 2004, pag. 105) che “siccome laicità significa libero pensiero e libertà da ogni costrizione religiosa, ciò comporta anche l’esclusione dei contenuti e dei valori cristiani dalla vita pubblica”. E’ un’affermazione falsa (Marcello Pera, vi ha poi aggiunto id, pag. 88, di accettare il termine “laico” come “non credente”): i laici possono benissimo credere in Dio, quel che non credono è la relazione obbligata Dio-Chiesa o quella cristianesimo-cattolicesimo. Essere laici non vuol dire non credere nel sacro (come afferma Pera), perché il non credere non riguarda Dio, ma ciò che gli uomini vogliono attribuire a Dio forti di una fede fanatica sui contenuti di cui, tra l’altro, ignoriamo il consenso o il dissenso del Dio invocato a pié sospinto come se una religione avesse il filo diretto con Lui.

Come si fa a non capire un così elementare e inoppugnabile punto di vista? La fede non è sinonimo di verità. E’ un atteggiamento mentale che, escludendo il dialogo, esclude ogni momento critico e revisionale. Accade, però, che se i laici rispondono così, sono considerati atei e non “critici” di una visione che è, a tutti gli effetti, fondamentalista e che nuocerà enormemente quando andremo a discutere con le altre civiltà in particolar modo con gli islamici, i quali, a loro volta sono altrettanto fondamentalisti fanatici quanto i cattolici poiché sostengono che l’ultimo grande profeta è stato Maometto e non Gesù, guardandosi bene, però, di affermare che Maometto è il diretto figlio di Dio.

 La rivoluzione interna.

I problemi posti fin qui sul tappeto non sono problemi che riguardano solo i laici. All’interno della Chiesa c’è uno strisciante dissenso su punti che al momentoappaiono di difficile soluzione.

1) – La gerarchia prossima al Pontefice richiede da tempo una collegialità perché il papa non può pretendere di decidere tutto lui. Lo stesso conclave è poi costituito da cardinali troppo vecchi, una sorta di gerontocomio che non è più in grado di analizzare i reali problemi di centinaia di milioni di giovani e di altrettanto famiglie.

2) – Un’alta percentuale di preti (e si suppone, anche di suore) chiedono di sposarsi e avere una famiglia. La castità è un’utopia insopportabile e malata che chiede di essere liberata. Da qui lo sviluppo dell’omosessualità interna alla Chiesa a partire dai seminari e la tacita tolleranza per quieto vivere. La pedofilia non è che l’esito di questa inquietante situazione.

3) – Le suore, in quanto anche donne, hanno il diritto di essere equiparate ai preti ed è del tutto inutile predicare sul nobile ruolo delle donne e poi ghettizzarle in ruoli subalterni.

4) – La democrazia deve raggiungere anche il Vaticano. Per la Chiesa la “base” dei cattolici non conta nulla, non ha diritto di parola, bisogna solo obbedire, pena la scomunica e l’emarginazione. Non conta nulla nemmeno il corpo sacerdotale, dal momento che le nomine, dal parroco al papa, vengono solo dall’alto e i preti non hanno voce. Una piramide egemonica, quindi, in cui non vige alcun principio democratico e che contrasta vistosamente con i principi di libertà proclamati dalla Dottrina che, al contrario di quanto è enunciato in teoria, pretende il principio di obbedienza sia dei laici che dei consacrati.

5) – I sacerdoti di base, quelli che stanno in trincea e non tra le comodità dei palazzi curiali e vaticani, hanno difficoltà enormi nelle relazioni con i credenti e sono costretti, nel corso dell’attività pastorale all’ipocrisia e ad arrampicarsi sugli specchi su tutto ciò che è materia di sessualità, omosessualità, contraccezione, divorzio e aborto terapeutico, convivenze di fatto, diritto alla critica, ecc.

6) – La ridiscussione sul primato di Cristo rispetto alle altre religioni è diventato un problema urgente. Come si può discutere con gli islamici (ma anche con gli ebrei) che non ammettono Cristo come unica verità? All’interno della Chiesa c’è una corrente di teologi che sta avanzando la proposta di ridurre l’esclusiva di verità detenuta dai cattolici (Vedi “La Civiltà Cattolica, 3698, 2004). Se non si affronta questo fondamentale tema, di cosa si dovrebbe parlare con gli islamici e con gli ebrei? Ogni altra diaspora diventa minima e futile se si chiude il vero problema costitutivo delle religioni. Per il cattolico solo Cristo è verità, per l’islam solo Maometto e per gli ebrei solo Mosé. Ma ci sono anche gli induisti, i buddisti, che non scalpitano ancora ma con i quali si dovrà pur fare i conti, visto che il colosso cinese è alle porte. Il nuovo papa è però irriducibile nella difesa del primato di verità del cristianesimo, anzi secondo Ratzinger finanche le altre religioni devono essere evangelizzate. Il documento “Dominus Jesus”, emesso dalla Congregazione della Fede, da lui presieduta, ha anche condannato la tesi secondo la quale l’uomo può salvarsi anche attraverso altre religioni e che la Chiesa è una delle vie di salvezza e non l’unica. Questo rifiuto apre a un reale scontro di civiltà e c’è solo da augurarsi che, diventato Papa, Ratzinger cambi linea.

Ma non sembra così. Quando Wojtyla chiese perdono per i misfatti delle Crociate inventandosi il comodo concetto di “purificazione della memoria”, un’aperta corrente cardinalizia assai vicina al Pontefice dissentì da tale “umiliazione” che faceva perdere identità etica alla Chiesa. Questa corrente di dissenso è la stessa che ha sostenuto l’elezione del nuovo papa ed è presumibile l’identificazione con il Razinger alfiere dell’ortodossia ferrea che tutto copre, finanche le pagine buie del cattolicesimo che ha più volte infangato le strade del mondo per esclusiva colpa anzitutto dei suoi stessi pontefici più nefasti.

 Conclusione

Questa rapidissima carrellata non copre che in piccola parte i problemi che dovrà affrontare il nuovo Pontefice. Non abbiamo, ad esempio, neppure fatto cenno a quelli inerenti tra etica e scienza, un grande tema che è sul tappeto a proposito degli embrioni, sull’accanimento terapeutico, sull’eutanasia, sulla preanalisi nell’occasione degli impianto nell’utero delle donne sterili, ecc. e sui quali i vari Comitati bioetici sono sostanzialmente divisi.

Considerato il conservatorismo di Ratzinger, siamo francamente pessimisti e allarmati, ma naturalmente siccome i cattolici credono nello Spirito Santo, c’è da augurarsi che lo illumini un po’, nello stesso interesse della Chiesa e ammesso che nella Chiesa ci creda anche lo Spirito Santo.

L’insensibilità dell’apparato gerarchico cattolico alle nuove situazioni della modernità, a nostro avviso significa insensibilità ai problemi reali dell’uomo. Ciò intensificherà la totale fuga dalle chiese, un fenomeno diventato la maggiore preoccupazione dei cattolici impegnati di cui più volte abbiamo letto lo slogan di speranza “meno gente nelle piazze (e, aggiungo, sulle reti televisive) e più gente nelle chiese”. Benché non sono fatti nostri, nessuno auspica una caduta dei valori sacri, purché siano tali e non cianfrusaglie da spendere in icone, figurine di santi, gite di massa e culti della personalità.

 

Prodena@libero.it

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