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PERCHE' SE I POLITICI COMPIONO REATI NON DOVREBBERO ESSERE DENUNCIATI? di Corrado Piancastelli
Nei vari programmi televisivi in cui si dibattono problemi di attualità sociale e politica, in questi giorni si sta molto discutendo dell’opportunità o meno di assicurare l’immunità dei vertici dello Stato, se chiamati a giudizio dalla magistratura. Voglio sorvolare sul fatto che i politici attaccano sempre la magistratura ogni volta che vengono chiamati in giudizio. E’ un loro prerogativa quella di dichiararsi, anche contro l’evidenza, cittadini al di sopra di ogni sospetto, come nel film interpretato da Gian Maria Volonté. E tutti hanno sempre – di conseguenza – tentato di rimuovere i giudici scomodi o di delegittimarli attraverso la stampa o con l’intimidazione occulta se non diretta o facendo trasferire processi e magistrati in luoghi più amicali. Ma ora è in atto una tecnica più sofisticata: quella di argomentare che la denuncia di un reato effettuato da un politico diventa sic et simpiciter, un uso politico della magistratura. Questa impostazione, sul piano etico e giuridico è inaccettabile perché autorizzerebbe qualsiasi politico a compiere reati negando alla forza pubblica e al magistrato ogni intervento perché questo diventerebbe “sempre” un atto politico. Paradossale ma vero, è questa la tesi anche di molti cosiddetti intellettuali che occupano le sedie nei vari programmi televisivi o addirittura li conducono. Essi discutono il problema con una distorsione logico-semantica del linguaggio, perché è vero che il perseguimento penale di un politico può produrre danni nell’area del partito di appartenenza delegittimandone la politica, ma la risposta a questo apparente problema è semplice:
1) – Quando non è in atto un’associazione per delinquere (che coinvolgerebbe un intera area politica) il reato è individuale e non collettivo. 2) - Se la polizia e la magistratura compiono un’azione con una inevitabile ricaduta politica perché il soggetto è un politico, è il soggetto politico che è responsabile delle sue conseguenze inevitabili, non la magistratura. Di conseguenza, per un politico la pena andrebbe raddoppiata perché non solo delegittima attraverso i reati l’intera concezione della politica, ma sta penalmente truffando i suoi elettori ricavandone benefici personali. 3) – E’ puerile parlare di persecuzione politica (che, naturalmente, si può anche verificare e paga un innocente) dal momento che un politico dovrebbe essere uno specchio trasparente e immacolato che, per sua natura non dovrebbe creare, nel suo operato, sospetti penali.
La domanda finale potrebbe essere questa: perché nessuno accusa, nei vari programmi, i soggetti dei possibili reati ad avere loro, e solo loro creato l’oggetto della discussione con atteggiamenti equivoci in cui la politica si è probabilmente collusa con interessi privati o partitici by-passando la volontà del popolo e i codici stessi? La malafede degli intervenuti ai vari dibattiti è talmente evidente finanche ai profani di legge, che si stenta a credere come persone, professionalmente e culturalmente dotate, possano anch’essi truffare gli ascoltatori con linguaggi abilmente deformati e tali da far credere che siano delinquenti i giudici e innocenti i sospettati. Il buon senso fa pensare che se un giudice istruisce un processo contro un potente, deve pur avere elementi in mano e che non sia tanto masochista o stupido da prestarsi ad un gioco politico fazioso (che però si dovrebbe dimostrare) rischiando onorabilità, carriera e professionalità. Certo, la magistratura perde anche le cause, può anche aver torto, ma non si può avanzare continuamente il sospetto di innocenza a priori, perché in un contesto giudiziario, se una denuncia esiste, esiste anche la presunzione di colpevolezza nella quale, tuttavia, un politico veramente onesto non dovrebbe mai trovarsi. Ed è veramente ingenuo voler sostenere che tanti presunti colpevoli sono poi stati assolti. Coloro che fanno vita pubblica veramente non sanno delle malefatte dei propri compagni politici e gli intrallazzi che, se non sono dimostrabili con prove giudiziarie, sono sotto gli occhi di tutti? Di quanti silenziosi complici di reato è disseminato il mondo? Molte assoluzioni o condanne sono strumentali alle tecniche procedurali perché, al contrario, molti veri colpevoli (o innocenti) sono stati mandati assolti o in carcere non perché erano innocenti o colpevoli ma perché abilissimi e pagatissimi avvocati hanno saputo sfruttare le più piccole ombre procedurali costringendo i magistrati ad emettere sentenze anche contro l’evidenza. In un processo non vince (ahimé!) sempre la verità, perché un processo è uno scontro tra cavilli procedurali e tecnicamente non interessa la colpevolezza o l’innocenza del soggetto, ma solo se la procedura è stata correttamente applicata, se cioè giustizia giuridica - la quale molto spesso non coincide con la verità – è stata fatta.
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