LA SFIDA ANTI-GLOBAL  DELL'AGRICOLTURA

di Corrado Piancastelli

          

        Il vertice del WTO (World Trade Organizzation) tenutosi in questi giorni a Cancun sui problemi dei paesi poveri aveva centrato uno dei nodi fondamentali, rappresentato dall'agricoltura, ma come  vertice é fallito.

      Il tema, poco trattato a livello dei mass-media. non é stato molto seguito a livello televisivo e non siamo molto lontani dal ritenere che il cittadino medio ne sappia o abbia capito qualcosa.

       Proviamo ad esporlo nel modo più semplice possibile anticipando che il Corporate Europe Observatory (Ong) di Amsterdam proprio recentemente ha accusato l'Europa "di ingannare deliberatamente l'opinione pubblica adottando una retorica buonista verso il Terzo Mondo, che nasconde un mercantilismo egoista". In cosa consiste questo buonismo? Per esempio, nell'esportare, con la retorica dell'altruismo, dai paesi ricchi a quelli poveri, i prodotti in eccesso che nei propri paesi sono altamente sovvenzionati, come quelli agricoli, a un prezzo che é altamente competitivo rispetto a quelli praticati nei paesi dove si esporta. Risultato? Fallimento delle politiche agricole locali, aumento della disoccupazione, abbandono delle terre con spostamenti di popolazioni nelle città e collasso di queste ultime. Naturalmente l'Occidente definisce "aiuto" questo tipo di politica, ma in realtà l'operazione fa aumentare in modo smisurato il profitto delle aziende americane e europee.

      L'esempio più evidente ci viene dal Messico. Il mercato agricolo messicano, ad esempio, é attualmente inondato di avena USA la cui produzione, grazie all'amministrazione Bush (che coltiva i suoi voti nel suo Midwest agricolo) é in eccesso e viene esportata in Messico ad un terzo del costo di quella prodotta dall'agricoltura messicana.

 

    L'agricoltura e la liberalizzazione dei mercati

      La vita fisiologica degli uomini, al 70% dipende dall'agricoltura, tuttavia esistono paesi sottosviluppati (ma in via di sviluppo, come il Brasile e la Cina) che non riescono a tenere il passo con quelli industrializzati perché per noi occidentali é in atto una politica protezionistica - di cui sono responsabili gli Stati Uniti e l'Unione Europea - che prevede incentivi per l'agricoltura talmente eccessivi da determinare una produzione in eccedenza che può essere venduta a basso prezzo nei paesi sottosviluppati.

     I paesi in via di sviluppo chiedono che cessino gli incentivi agli agricoltori e si favoriscano invece le loro agricolture nazionali sia per consentirle di produrre, ma anche perché in tal modo si favorisce l'occupazione e la crescita nazionale dei singoli paesi che, invece, viene letteralmente falcidiata da questo tipo di concorrenza immorale e sleale.

     Come ha risposto l'Occidente? Gli Stati Uniti e l'Unione Europea ha avanzato la pretesa - senza accordi sui sussidi - che siano liberalizzati i mercati in modo da agevolare l'ingresso delle multinazionali nei paesi in via di sviluppo mediante una serie di facilitazioni economiche e amministrative. In pratica l'Occidente ha chiesto di entrare nei mercati dei paesi in via di sviluppo anche esportando tecnologia.

     Ma l'occidente ha anche chiesto - con grande faccia tosta - investimenti diretti sotto controllo occidentale, regole antitrust e appalti pubblici, cioé l'ingresso in questi paesi della logica dei mercati multinazionali occidentali, estendendo in tal modo, un protezionismo di tipo coloniale su paesi che fanno la fame. L'esenzione del protezionismo agricolo non é però semplice perché esistono lobbies in Europa (specie in Francia, ma anche nella Padania italiana) a cui il protezionismo fa comodo e d'altra parte l'Unione Europea non é disponibile ad una riforma della politica agricola abolendo i contributi agli agricoltori. 

     Di fronte all'opposizione dei paesi poveri, che chiedevano l'abolizione del protezionismo sull'agricoltura, come tutti ormai sanno, la Conferenza di Cancun é fallita perché, in queste condizioni, la parte più povera del mondo avrebbe aggravato le condizioni della propria economia.

     Come potrebbero, infatti, questi paesi far crescere il proprio mercato interno quando é risaputo che é praticamente impossibile competere con le multinazionali americane ed europee? Una proposta ignobile, come chiunque può capire da solo e come molti operatori hanno riconosciuto. In Europa una mucca europea viene incentivata con circa 2,5 dollari al giorno, mentre due miliardi di poveri nel mondo vivono con meno di due dollari al giorno. A causa di tali susssidi agricolci é stato calcolato che i paesi poveri perdono (e si indebitano con l'Occidente) 24 miliardi di dollari all'anno mentre se venissero abolite le restrizioni nelle importazioni  - attualmente in atto da parte degli USA e dell'Europa - i paesi in via di sviluppo, esportando, avrebbero un incremento di 40 miliardi di dollari di introiti all'anno. Perché il punto nero della questione é anche questo: noi vogliamo esportare a basso prezzo, ma ci rifiutiamo (essendo in eccedenza la nostra produzione) di importare. Infatti noi attualmente esportiamo per quasi 600 miliardi di dollari all'anno e importiamo solo per 11 miliardi: una sproporzione inaudita che significa ulteriore crisi per i mercati dei paesi in via si sviluppo e maggiore ricchezza per i paesi industrializzati, compreso l'Italia. A Cancun, nei giorni scorsi, 23 paesi in via di sviluppo si sono coalizzati per dire no alla liberalizzazione dei mercati. Questi paesi rappresentano il 65% della popolazione rurale nel mondo e l'alleanza comprende l'Argentina, la Bolivia, il Brasile, il Cile, la Cina, la Columbia, la Cosa Rica, Cuba, L'Equador, El Salvador, le Filippine , il Guatemala, l'India, il Messico, il Pakistan, il Paraguay, il Perù, il Sud-Africa, la Thailandia e il Venezuela. Paesi, come chiunque può vedere, di grosso spessore e non certo piccole province sconosciute.

       Il Presidente della Repubblica Messicana, Vincent Fox, ha detto lapidariamente: "Non possiamo permettere un mondo caratterizzato da privilegi e ingiustizie, dobbiamo assicurare a tutti un'esistenza conforme alla dignità umana. E' indispensabile abolire i sussidi interni ed esterni all'agricoltura". Poco prima aveva denunciato che esiste, di fatto, un mondo di benessere ristretto e ingiusto", dove la sorte dei popoli in via di sviluppo é appesa all'abolizione dei sussidi all'agricoltura nei paesi ricchi".

       Quale etica, allora?

      Le leggi dell'economia, si sa, non posseggono un'etica. I possessori di ricchezze hanno sempre imposto l'etica del (loro) profitto, ma in occidente, almeno in teoria, la democrazia é stata raggiunta proprio per capovolgere questo tipo di morale sostenendola con l'etica dei diritti, i cui soggetti sono i cittadini.

      Ma l'anomalia della democrazia é in questo: che i governi, pur eletti dal popolo, non rappresentano più il popolo, ma gli interessi globalizzati dell'alta finanza che continua nella sua logica di  super profitti ad ogni costo, nonostante la democrazia e i diritti del popolo. Questa logica sfugge al cittadino il quale non sa (non capisce e non può sapere) quali sono le reali connessioni tra i poteri e gli interessi dei leaders e dei grandi mercati che funzionano senza guardare in faccia a nessuno, compreso i propri alleati. C'é un gap reale tra la democrazia popolare e poteri finanziari, né i mass-media li denunciano, dal momento che questi poteri sono anche i proprietari dei mezzi di informazione e stabiliscono come e quando informare l'opinione pubblica. Queste connessioni sono silenti, striscianti, avulsi dal vivere quotidiano della gente comune, favoriti dall'incompetenza e apatia  dei contribuenti nel capire e giudicare, anche perché si tratta di problemi lontani dagli interessi delle famiglie e degli stessi lavoratori. Si stenta a comprenderle queste connessioni, tanto é vero che gli elettori continuano a dare voti di fiducia ad uomini ormai compromessi dal sistema, perché ignorano che costoro non lavorano per il popolo, ma contro la giustizia del popolo e contro una situazione mondiale di fame che ci sta portando al disastro sia sul piano umano che ecologico. Il dramma, se lo si vuole qualificare, non é dunque solo nella perversione del sistema, ma nella nostra apatia a sforzarci di capire e nella nostra incapacità a darci, con la volontà, una coscienza etica per opporci civilmente alle lobbyes che governano il mondo.

    Nessuno, al momento, ha la ricetta facile. Caduto il paradigma dello stato sociale promesso dal comunismo, il capitalismo ha ripreso forma con un'esasperazione che non si  era mai vista nella storia occidentale.

    Resta viva l'acquisizione giuridica dei diritti, ma serve davvero una conquista costituzionale se il suo contenuto é più virtuale che di fatto? Se il potere resta nelle mani di pochi banchieri dell'alta finanza che controllano tutti i mercati? Se il popolo, inteso come etnia di multigenerazioni che si susseguono, sono ostaggio della politica dell'avere concentrata in poche mani? Se siamo appiattiti e resi insignificanti, come Persone, nel determinare le scelte sociali che contano, perché é in corso un'omologazione dei cittadini che ormai investe le nostre strutture psicologiche impedendoci ogni ribellione?

    A questo punto ben vengano i no-global, ma solo se centrano i problemi veri, ma ben venga anche la protesta vibrante dei paesi poveri che lentamente si stanno affrancando dal potere politico-religioso che li tiene in catene da secoli. Ma dobbiamo anche sperare nell'intelligenza dei nuovi padroni della terra, confidando che sappiano che ogni vaso troppo colmo alla fine trabocca e inonda. E non sempre il troppo-pieno é l'acqua, più spesso é sangue di martiri e di patrioti che la nostra mediocrità definisce ribelli e assassini perché così ci fa comodo pensare mettendo a tacere, con questo alibi, la nostra coscienza inquieta.

 

prodena@libero.it

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