“Uomini e Idee” aderisce in piena convinzione all’editoriale di Paolo Flores d’Arcais sotto forma di lettera aperta che “Micromega”  (n. 5 – 2003) pubblica in apertura della sua rivista e rivolta, affinché diano risposta scritta, ad amici credenti molti dei quali – è scritto in calce – con responsabilità pastorali.

Per amplificarne la diffusione, ecco il testo integrale dell’editoriale.

 

IL CROCIFISSO E LA DEMOCRAZIA

Lettera aperta agli amici credenti

 

di Paolo Flores D’Arcais

La stomachevole strumentalità con cui il mondo governativo berlusconiano e leghista ha brandito la querelle sul crocifisso, e il subalterno opportunismo con cui ha cercato di scansarla gran parte dell’opposizione, non può esimere dal dovere politico e morale di affrontare il problema, ma anzi impone che ciò venga fatto con la radicalità di una critica disposta all’essenziale. Che in questo caso, una volta di più, è il rapporto tra la laicità della convivenza civile (i.e. Stato) e i valori di fede dei credenti nelle diverse religioni, maggioritarie o minoritarie che siano.

Per questo credo sia particolarmente rilevante un confronto con voi che, nel vostro magistero pastorale e/o nel vostro impegno culturale, avete tanto spesso sottolineato la necessità e volontà di non avvilire mai la fede nel clericalismo e di non bestemmiare la croce con tentazioni di neo-costantinismo.

La Francia, che è una Repubblica laica, vieta alle ragazze che hanno fede in Allah di “ostentare” il loro credo religioso indossando il velo islamico in classe. La scuola pubblica è infatti intesa coerentemente come uno spazio comune dove si viene educati allo spirito critico, dove ciascuno porta le sue convinzioni con la parola senza mai occuparlo però con i simboli di una appartenenza parziale, di una identità che per sua natura esclude: uno spazio è pubblico, infatti, proprio perché in esso l’unica identità e appartenenza che può avere il primato è quella a tutti comune dell’essere cittadini. Il resto, per quanto diffuso, è privato.

La Francia, di conseguenza, così come vieta alle sue cittadine (future, se non già maggiorenni) lo chador in classe, già dall’inizio del secolo scorso ha tolto dalle aule il crocifisso, benché allora non esistesse alcuna questione di minoranze islamiche. Il problema, dunque, non ha nulla a che fare con l’attuale immigrazione, con lo stabilirsi nei paesi europei di comunità che professano religioni non cristiane. Riguarda, innanzitutto, credenti e non credenti. E non sarebbe affatto risolto se nelle scuole venissero esposti i simboli di tutte le fedi.

La presenza del crocifisso negli spazi pubblici è stata difesa con l’argomento che si tratterebbe di un simbolo culturale, una sorte di epitome della nostra civiltà occidentale e democratica. Trascuriamo pure il carattere malinconico e un tantino blasfemo che tale declassamento potrebbe avere agli occhi di chi crede, e nella croce vede un simbolo di redenzione che si rivolge all’intera umanità, senza confinamenti storici e geopolitici. La nostra tradizione culturale occidentale, comunque, è fondata anche sul cristianesimo, come è radicata nel pensiero greco che lo precede e in quello illuminista che gli è successivo. Ciò che noi oggi siamo non è concepibile senza una sola di queste tradizioni (e anzi la tolleranza illuminista, germe della democrazia liberale, storicamente sarà costretta a svilupparsi contro il cristianesimo della Chiesa). Se di un simbolo culturale si trattasse, sarebbe d’uopo esporre nelle scuole l’immagine di Socrate e di Voltaire, accanto a quella di Gesù di Nazareth. Proposta ridicola, come ridicolo è spacciare il crocifisso per simbolo dell’intera tradizione occidentale ad esito liberaldemocratico.

Una seconda e opposta linea di argomentazione è stata presentata con il solito gusto provocatorio-paradossale da Massimo Cacciari: il crocifisso dovrebbero volerlo tutti, perché è il simbolo della sofferenza e degli ultimi, è il bambino del Magreb che annega a Lampedusa nell’indifferenza di troppi.  La croce, però, non è - purtroppo - solo questo. Anzi, storicamente è stata quasi sempre il suo rovescio e il suo tradimento. Da crocifisso è diventata troppo spesso crociata, non più segno di sofferenza di fronte alla prepotenza estrema ma a sua volta potenza che si fa carnefice. Crociata, appunto, e auto-da fé.L’atto di fede (nel Dio crocifisso) che diventa rogo per gli altri.

Inutile fingere, pertanto, che oggi il crocifisso sia inequivocabilmente simbolo dell’adesione alla sofferenza degli ultimi. Non è così nella società e non è così neppure nella Chiesa. Nella società viene spesso brandito - e più che mai nelle polemiche intorno alla sua esposizione nelle scuole - come “diga” contro il bambino del Magreb che cerca asilo, come rifiuto di ospitalità: a quei gommoni di disperati, bambini o non bambini, bisognerebbe rispondere a cannonate, queste le “cristiane” parole dei più scalmanati (non solo leghisti) nel difendere poi l’obbligo del crocifisso nelle scuole.

Bando alle ipocrisie, dunque: il crocifisso nelle scuole è storicamente e di fatto solo il simbolo della religione cattolica (neppure della fede cristiana a prescindere dalle Chiese). E il simbolo di quella appartenenza, è il retaggio coerente di una “Religione di Stato” dalla quale ci si vuole svincolare solo incoerentemente, parzialmente.

Il fanatismo religioso del signor Abel Smith non è dunque in questione. La querelle sul crocifisso nelle scuole non ha nulla a che fare con il conflitto o il dialogo tra cristiani e musulmani, o con il pericolo (per la democrazia: reale, realissimo) di uno sviluppo del fondamentalismo islamico nelle metropoli occidentali. Non siamo, neppure in forma parodistica e soft, all’assedio di Vienna e alla battaglia di Lepanto.

Molto più significativo, invece, e davvero preoccupante, che a difendere il crocifisso nelle scuole siano stati i capi religiosi delle comunità islamiche in Italia, e che lo abbiano fatto in nome del dovere di non offendere mai i sentimenti dei credenti, quale che sia la loro fede. E questo l’argomento, da troppi dimenticato e da moltissimi vilmente eluso a suo tempo, con cui tutte le religioni monoteistiche solidarizzarono allora con la fatwa che ostracizzava Salman Rushdie. Non con la condanna a morte, naturalmente, che della fatwa è il cuore. Ma con le “ragioni” della condanna, anche se nella critica della pena. L‘Osservatore Romano scriveva (5/3/1989): “Il diritto ad esprimere la propria opinione non può andare a s capito della dignità e della coscienza degli degli [...] Il suo romanzo è risultato offensivo per milioni di credenti. La loro coscienza religiosa e la loro sensibilità offesa esigono il loro rispetto. Lo stesso attaccamento alla nostra  fede ci chiede di deplorare quanto di irriverente e blasfemo è contenuto nel libro”. Il rabbino capo ashkenazita di Israele, Avraham Shapiro, chiede che il libro di Rushdie non venga distribuito nelle librerie, perché “ogni persona religiosa di questo mondo si sente offesa da pubblicazioni del genere. [...] Se avessero dileggiato il nostro Mosè o i profeti non saremmo rimasti anche noi sconvolti?”

E invece il diritto alla critica è tale solo se può spingersi nei territori che possono sembrare irriverenti, offensivi e blasfemi a gruppi anche consistenti di credenti. Su “MicroMega” abbiamo  pubblicato alcuni saggi radicalmente critici contro i santi e beati (segnatamente Padre Pio, Monsignor Escrivà e Madre Teresa) e abbiamo ricevuto, per questo, alcune missive e telefonate

telefonate risentite fino all’insulto e alla minaccia: fedeli indignati evidentemente, che ritenevano tali saggi censurabili, ma alla lettera: da proibire. Dove andrebbe a finire la civiltà occidentale democratica, se dovessimo ritornare al placet e se a decidere se concederlo o negarlo potesse essere qualsiasi gruppo che da una altrui opinione si sente offeso? Dove finirebbe, insomma, se la querela per diffamazione potesse investire opinioni, ideali, giudizi storici e morali, valori, e ogni gruppo di credenti diventasse l’unico titolato “giudice in casa propria?”

Con questa apparente divagazione non mi sono affatto allontanato dai nodi evidenziati dalla querelle sul crocifisso. Anzi. Abbiamo la riprova che anche un accordo tra religioni non risolverebbe il problema e potrebbe drammaticamente acuirlo, aprendo la strada ad uno Stato confessionale nuovo, postmoderno anziché premoderno, ma egualmente incompatibile con la democrazia: lo Stato pluriteocratico, anziché Io Stato laico (con una pluricensura, anziché la libertà di espressione, tanto per cominciare e per gradire).

La croce, oltretutto, nonché rappresentare tutte le fasi e le contraddizioni dei cristianesimi (il Concilio di Trento e il Vaticano Il, san Francesco e Torquemada, tanto per restare ad epoche recenti), oggi è diventato soprattutto paganissimo elemento dello show business più frivolo. Benché non sia una novità: già il cardinale Lambertini era costretto ad ironizzare sulle troppo morbide colline che facevano da sostegno al Cristo crocifisso (in oro, si presume) di una certa nobildonna…Oggi la croce evidenzia le nudità consumistiche di Madonna e le mimetiche sensualità delle adolescenti seriali con l’ombelico al vento, e figura nei cataloghi di ogni operatore che si rispetti, ramo piercing e tatuaggio.

Oggi il crocefisso non è più simbolo del Vangelo e dei valori che quelle pagine comandano (stare dalla parte degli ultimi). Purtroppo. Ma è un “purtroppo” sentito soprattutto da non credenti che in quasi tutti i valori umani del Vangelo tuttavia si riconoscono: il crocefisso sembra invece sempre più vuoto per i “fedeli” di una religione ridotta a ritualità e conformismo sociale (sono i vescovi a lamentare il fenomeno) e viene anzi calpestato da coloro che lo trasformano in un manganello contro gli ultimi, contro ogni bambino immigrato che muore in ogni Lampedusa. Se il crocefisso è davvero “solo” il simbolo della nostra sbandierata “identità occidentale”, bisognerà riconoscere che questa nostra “civiltà” è tutta presa - ad esempio, nel suo cuore di Manharttan - dalla nuova moda che vuole per i cani dabbene (cani, proprio così) un insegnante di yoga, mentre resta indifferente o infastidita per l’ostinazione di qualche homeless (tra i tanti e sempre di più) a non rendersi invisibile: a giudicare almeno da stampa e tv.

I cultori più feroci di una identità sotto lo scudo della croce, nulla hanno oggi a che fare con la croce del Vangelo: mentre è toccato ad un cristiano che il Vangelo prende ancora sul serio, ricordare che lo “Stato […] non può imporre la presenza di un simbolo religioso, senza contraddire la sua laicità. Può accettarne la presenza quando essa esprima un sentimento condiviso […] Vige in questo caso la regola dell’unanimità: se qualcuno si oppone, lo si toglie […] La Croce non va comunque imposta sul muro delle classi e degli edifici pubblici”. (Giovanni Colombo, presidente dell’associazione Rosa Bianca).

 

E’ su questi temi essenziali che considero essenziale con voi l’unico dialogo autentico, quello del confronto senza perifrasi, e perciò in amicizia.

Questa lettera aperta è stata inviata ad alcuni amici credenti, molti dei quali con responsabilità pastorali.

 

prodena@libero.it

Home