CENERI AL VENTO, ORA SI PUO’

di Corrado Piancastelli

 

E’ questo il titolo (forse solo giornalistico) con cui Umberto Galimberti, in “La Repubblica” del 20 maggio scorso, commenta la proposta della Regione Lombardia, di autorizzare la conservazione delle ceneri dei defunti nella propria casa o giardino o di disperdere al vento invece di seppellire la salma per ricordarla alla memoria dei posteri nei cimiteri cittadini. Galimberti è contrario a questa nuova usanza (peraltro secolare presso altre religioni) adducendo il motivo che, restituire agli affetti privati la loro intimità, neutralizza la testimonianza pubblica che consente, attraverso il dato visivo della tomba, di meditare e di riflettere sulla tenuità della vita e sul mistero della morte. Il luogo sacro del cimitero, in poche parole, darebbe un senso alla continuità storica dell’esistenza, indicherebbe una riflessione sull’aldilà mettendo in atto una privatizzazione del cadavere che lo trasforma in un oggetto, mentre nel cimitero diverrebbe un simbolo.

“Perché depotenziare la morte, scrive il filosofo, privarla del suo senso che va ben al di là del mio amore per te e per me?”

La morte porta con sé, egli dice, “il sigillo della condizione umana e la memoria del suo limite che nessun individuo, senza la condivisione comunitaria, sa reggere da solo, nonostante tutto il suo amore.” Il cimitero rappresenterebbe quella comunità che sopravvive alla morte del singolo, come testimoniano le necropoli che ci ricordano la fatuità della “condizione umana” riproponendocene la memoria.

Ciò premesso dichiaro subito di non condividere nulla di ciò che Galimberti scrive.

Intanto il “cadavere” è proprio un esito privato e non pubblico all’interno di una rete di affetti che solo coloro che l’hanno amato possono gestire. Rendere “memoria pubblica” un bene (nel senso affettivo) privato, mi sembra proprio il contrario di ciò che significa “proprietà della rete affettiva” in cui si trova il defunto, né si riesce a capire perché il defunto debba diventare memoria storica per altri esseri con i quali egli non ha mai condiviso nulla ed ai quali è totalmente sconosciuto e indifferente. Se è vero che un cimitero ci “rammemora” sulla tenuità della vicenda umana rispetto al mistero dell’aldilà, c’è proprio bisogno di vedere le tombe per aversi l’effetto storico della condizione umana? Non lo sappiamo, tutti, che dobbiamo morire? C’è proprio bisogno che ce lo ricordi un cimitero?

Ma c’è un motivo di riflessione a mio parere ancora più importante e questa volta coinvolge la filosofia e la teologia . Non dovremo sempre confrontarci, da vivi però, sul problema dell’esistenza e sul mistero dell’essere, aldilà della presenza del cadavere o del suo diventare polvere (nel cimitero o in una teca da conservare o disperdere?

Ci sembra che sopravviva, nella visione di Galimberti, una indifferenza sul vero senso della vita individuale. Se siamo un’anima che vive nel corpo, è evidente a tutti che il corpo è mortale ed è solo un tramite di qualcos’altro e quindi è una “cosa” senza valore. Se l’anima non esiste, il corpo, da morto, come tale continua ad essere un oggetto senza valore e quindi, far ricordare la tenuità dell’esistenza, diventa un pensiero irrilevante anch’esso senza valore. Ciò che dà valore al vivente non è la sua apparenza ed esistenza fisica o la sua realtà anagrafica, ma il possesso di quel valore (che lo differenzia dall’animale e dalla natura) che lo trasforma in Persona grazie alla sua qualità di possedere e riconoscere il senso profondo degli scambi affettivi, comunicativi e sociali che seguono la capacità di esprimersi come soggettività cognitiva, creativa, critica e intuitiva. Non è forse questo il concetto di Persona che, privo di tali qualità è solo “cosa deperibile” e sostanzialmente deprivata proprio di quelle qualità per le quali egli è, appunto, Persona privata e contemporaneamente soggetto pubblico?

La memoria di questo percorso non appartiene al cimitero, ma alla riflessione, intima e filosofica, che qualsiasi persona, cognitivamente e spiritualmente , ma col senso laico di questa spiritualità tutta interiore, dovrebbe coltivare lungo tutta la sua vita.

 

prodena@libero.it

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