Il manifesto 2 Giugno 2001 

 

Dove sta la conoscenza questo è il problema.

 E' morto lunedì a Parigi il neurobiologo e filosofo Francisco Varela. Approdato negli ultimi anni al sapienzialismo orientale, era dotato di un talento speculativo che gli consentiva di inquadrare i risultati della ricerca sperimentale in contesti teorici di grande respiro 

 

ALFONSO M. IACONO Francisco Varela è morto. Aveva 55 anni. Lo conoscevo dal 1986, ma avevo sentito parlare di lui dagli anni in cui militanza politica, vita personale, lavoro, ricerca si intrecciavano ancora, anche se con sempre maggiore disagio e senso di insoddisfazione. A volte nei congressi, nei convegni, nelle assemblee politiche capitava di discutere non solo di politica, ma di scambiarsi informazioni su libri letti, su teorie interessanti, su ipotesi fantasiose e prese di posizione sorprendenti. Sto parlando di qualcosa che è finito all'incirca una quindicina d'anni fa. E già una quindicina d'anni fa era una pratica che andava scomparendo, come andava scomparendo tutto un mondo della sinistra. Intendiamoci, molte delle cose scomparse stanno bene lì dove stanno. Non valgono un rimpianto. Alcune di esse sì. E fra queste, gli scambi di informazioni e di opinioni fra persone di cultura e di formazione diverse. Michelangelo Notarianni, per esempio, era uno così.
Humberto Maturana e Francisco Varela, nel 1980, avevano pubblicato negli Stati Uniti - dove erano andati esuli dal Cile -, presso un collana di filosofia della scienza molto prestigiosa, un libro intitolato Autopoiesi e cognizione. Si trattava di una teoria, questa dell'autopiesi, che, per la verità, era già stata elaborata e pubblicata tra il 1969 e il 1973, ma che dopo il 1980 aveva potuto girare oltre i circoli specialistici. Giorgio De Michelis propose una traduzione di questo libro, che poi sarebbe uscito da Marsilio nel 1985. Più o meno nello stesso periodo, Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti stavano organizzando presso la Casa della Cultura di Milano una serie di conferenze, la cui pubblicazione nel 1985 presso Feltrinelli, permise di allargare a un pubblico assai più vasto la nozione di complessità. Fra i relatori invitati c'era anche Francisco Varela, il quale poi tornò l'anno dopo, sempre alla Casa della Cultura di Milano, e fu lì che ebbi la prima occasione di conoscerlo, perché la rivista "Scienza/Esperienza", sulle cui pagine, se non ricordo male, Michelangelo Notarianni e Marcello Cini parlavano di Gregory Bateson, mi aveva chiesto di intervistarlo. In seguito ci siamo incontrati più volte, a Parigi, dove viveva e lavorava, e in Italia. Francisco era un uomo attraversato da almeno due interessi: quello scientifico - era neurobiologo - e quello filosofico. Quest'ultimo interesse andava crescendo sempre di più, o almeno, veniva estrinsecandosi sempre di più.
Con Humberto Maturana, biologo già noto e suo maestro, Francisco Varela propose dunque la teoria del vivente detta dell'autopoiesi (autoproduzione), dove i sistemi viventi sono descritti come chiusi. Essi non hanno altro riferimento che se stessi e sentono il mondo esterno come un insieme di perturbazioni, a cui reagiscono sempre nella chiave dell'autoproduzione. Come hanno osservato Robert S. Cohen e Marx W. Wartofsky nella prefazione a Autopoiesi e cognizione: "Il cambiamento radicale nel punto di vista richiede qui un salto immaginativo e l'abbandono fin dall'inizio delle caratterizzazioni standard dei sistemi viventi in termini di funzione o scopo, oppure di interazioni causali con il mondo esterno, oppure di relazioni organismo-ambiente, o persino in termini di informazione, codifica e trasmissione. In realtà Maturana e Varela propongono una biologia teorica che è topologica, e una topologia nella quale gli elementi e le loro relazioni costituiscono un sistema chiuso, o ancor più radicalmente, un sistema che, dal 'punto di vista' del sistema stesso, è interamente auto-referenziale e non ha 'esterno', un punto di vista che potremmo definire leibniziano". L'idea di autonomia di un sistema vivente è centrale nel concetto di autopoiesi, e ad essa non sono estranee alcune considerazioni polemiche contro la teoria dell'adattamento di Friedrich Nietzsche, le idee sulla vita del fisico Schroedinger, così come la teoria vitalista del biologo Jakob von Uexküll, un punto di riferimento e di confronto per filosofi quali Cassirer, Heidegger, Merleau-Ponty, Gehlen. 
L'idea di autonomia, per dirla schematicamente, pone l'accento sulla distinzione fra sistema vivente e ambiente circostante, più che su corrispondenza e adattamento. Varela, a differenza di Maturana, non credeva che i sistemi sociali potessero essere considerati dei sistemi viventi, e del resto, lo stesso Niklas Luhmann, il quale pure utilizzava per i sistemi sociali la nozione di autopoiesi, rifiutò di considerare i sistemi sociali come sistemi viventi. Da un punto di vista cognitivo e filosofico, un aspetto affascinante e intrigante di tale teoria è sicuramente il posto che l'osservatore occupa in un mondo di sistemi viventi, che sono concepiti chiusi e auto-referenziali, un mondo di cui fa parte lo stesso osservatore. Includere l'osservatore nell'osservazione. Conoscere la conoscenza.
Forse il modo migliore per sintetizzare tali questioni è quello di riprendere il quadro di Escher, La galleria delle stampe, che Maturana e Varela offrono come esempio in L'albero della conoscenza (Garzanti, 1987) In tale quadro un ragazzo guarda una stampa che riproduce una veduta della città, e tale stampa si trasforma nella parte della città che essa rappresenta. "Non sappiamo situare il punto di partenza - commentano Maturana e Varela -. Fuori o dentro? La città o la mente del ragazzo? Il riconoscimento di questa circolarità conoscitiva non costituisce tuttavia un problema per la comprensione del fenomeno della conoscenza, ma in realtà fissa il punto di partenza che permette la sua spiegazione scientifica" (L'albero della conoscenza). Il nesso tra osservatore e circolarità conoscitiva ha portato Varela a tentare di collegare la tradizione epistemologica con la tradizione fenomenologica (in particolare Merleau-Ponty) e quella ermeneutica. Varela recupera così quella che in altri termini si potrebbe chiamare la storicità della conoscenza che per lui diventa problema cognitivo.
Scrive Varela in Un know-how per l'etica (Laterza 1992): "il modo nel quale ci manifestiamo è indissociabile dal modo nel quale le cose e gli altri appaiono a noi. A questo punto ci potremmo impegnare in un po' di fenomenologia e identificare alcuni tipici micro-mondi entro i quali ci muoviamo durante la vita di tutti i giorni. L'importante tuttavia non è catalogarli bensì notare la loro ricorrenza: essere capaci di azioni appropriate è, per certi aspetti non trascurabili, il modo nel quale incorpiamo un flusso di transizioni ricorrenti di micro-mondi. Non sto dicendo che non ci sono situazioni dove la ricorrenza non si verifichi: per esempio quando arriviamo per la prima volta in un paese straniero c'è un'enorme mancanza di prontezza-all'azione e di micro-mondi ricorrenti. Molte semplici azioni come conversare o mangiare devono essere fatte deliberatamente o apprese del tutto. In altre parole, i micro-mondi e le micro-identità sono storicamente costituiti. Tuttavia il modo di vivere più comune consiste di micro-mondi già formati che compongono le nostre identità". Negli ultimi anni soprattutto, la riflessione sulle scienze cognitive ha spinto Varela a rivalutare l'idea di saggezza, con riferimenti alla tradizione orientale e al buddhismo. Fra le ragioni di questo interesse c'è sicuramente il rifiuto di considerare la conoscenza in termini di rappresentazione e di dualismo soggetto-oggetto, e forse la constatazione della pesantezza epistemologica del monoteismo, cioè della visione del Dio unico dell'ebraismo, del cristianesimo, dell'islamismo, da cui discende una visione forte, troppo forte, dell'io. Penso che a Francisco questa riflessione di Italo Calvino sarebbe piaciuta: "Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro". 

 

Prodena@libero.it

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