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Il manifesto 11 Novembre 2001
KEN SARO WIWA
Testimone di una terra ferita dall'oro nero.
Sei anni fa l'impiccagione del poeta e scrittore nigeriano,
colpevole di aver combattuto, a fianco del popolo Ogoni,
contro la Shell. La multinazionale olandese del petrolio
considerata responsabile, assieme all'Agip italiana,
dell'inquinamento del delta del Niger. Da allora le sue opere
attendoNO ancora di essere tradotte
DONATELLO SANTARONE
Il 10 novembre 1995 veniva impiccato dal regime militare nigeriano lo scrittore e militante politico Ken
Saro Wiwa. La sua colpa è stata quella di essersi schierato contro la multinazionale del petrolio anglo-olandese Shell, la quale dal 1958 estrae petrolio in Nigeria ed è presente, fra l'altro,
nell'Ogoniland, un piccolo territorio nel delta del fiume Niger, abitato da mezzo milione di persone, gli Ogoni.
In nome del profitto la Shell ha sempre sostenuto i diversi governi, militari e civili, che si sono alternati in Nigeria dall'indipendenza (1960) in poi; e sempre in nome del profitto essa ha inquinato vasti territori, costringendo gli abitanti all'emigrazione o alla miseria. In Ogoniland questo intervento distruttivo, complice la classe dirigente politica e militare del paese, ha rappresentato e rappresenta una vicenda emblematica del funzionamento del capitalismo
globalizzato, per il quale i diritti dei popoli e la salvaguardia dell'ambiente divengono questioni secondarie di fronte al business, specie se popoli e ambiente appartengono al Terzo e Quarto mondo.
Ken Saro Wiwa ha dato voce a tutto questo. In poesia, in politica, in teatro, in televisione. Quando la sua parola e la sua azione portano in piazza 300.000 Ogoni contro la
Shell, quando le sue denunce circostanziate sull'intreccio tra interessi economici del governo nigeriano e interessi economici dell'Occidente si fanno forti la parola incontra la forca e lo scrittore ogoni viene impiccato.
E' come se da noi uno scrittore iniziasse una campagna contro
l'Agip, presente anch'essa in Nigeria, per denunciarne le complicità con i regimi nigeriani nell'opera di repressione delle popolazioni che hanno sofferto per 50 anni la presenza distruttiva delle multinazionali del petrolio. E' come se questo ipotetico scrittore italiano, invece di scrivere lunghi e ben pagati sermoni su Repubblica o sul Sole 24 Ore, si mettesse a indagare sulle responsabilità precise
dell'Agip italiana e venisse a scoprire, per ipotesi, che l'Italia, tramite
l'Agip e l'Enel, è direttamente coinvolta nelle attività petrolifere nel Delta del Niger.
"L'Agip, nell'adempimento della propria missione, contribuisce allo sviluppo economico e sociale dei paesi in cui opera.
Rispettandone l'ambiente naturale, la cultura e il diritto", si legge nella Carta Agip dei principi fondamentali d'impresa.
Una bellissima dichiarazione. Peccato che sia contraddetta dal degrado ambientale e umano dei territori e dei popoli che vivono nel Delta del Niger.
L'Agip, società del gruppo Eni, è massicciamente presente in Nigeria. E' la quarta compagnia attiva nel paese, con una capacità estrattiva di 130.000 barili al giorno. Inoltre
l'Agip è presente con propri capitali in una joint-venture petrolifera a maggioranza statale, ma nei fatti guidata dalla
Shell, che possiede il 30% dei capitali e gestisce tutte le operazioni di estrazione. Quando può l'Agip cerca di scaricare tutte le responsabilità sul governo nigeriano e sulla Shell.
Durante il periodo della dittatura militare, conclusosi con la misteriosa morte del generale Sani Abacha l'8 giugno del 1998, di fronte alla richiesta di interrompere o almeno congelare i contratti con la dittatura nigeriana, l'Agip non si è comportata diversamente dalla Shell. I progetti petroliferi, sostengono
all'Agip, non hanno alcun legame con la situazione politica del paese. In realtà sanno bene che la loro presenza ha garantito alla dittatura nigeriana l'unica base di sopravvivenza. Pochi giorni dopo l'esecuzione di Ken Saro-Wiwa e degli altri otto attivisti del Mosop (il "Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni", fondato nel 1990), l'Agip ha firmato insieme alla Shell il contratto di un nuovo progetto per la liquidificazione del metano e la costruzione di metanodotti. Questo contratto, firmato subito dopo il richiamo degli ambasciatori degli Stati Uniti e dell'Unione europea dalla Nigeria e la sospensione della stessa dal
Commonwealth, e dopo che la Banca Mondiale si era ritirata dal progetto, ha rappresentato un'àncora di salvezza per il regime nigeriano, un incoraggiamento a proseguire per la sua strada.
Come si può leggere nel volume di Greenpeace Italia I crimini ambientali in Nigeria, curato da Sergio Baffoni, "l'Agip in Nigeria punta le sue carte prevalentemente sul gas liquido.
Già qualche anno fa il Mosop aveva denunciato il coinvolgimento della compagnia italiana Saipem nel progetto per la costruzione di un metanodotto in Ogoniland. L'Agip si è unita in una cordata con il governo nigeriano, la Shell e la
Elf, nella costituzione di un consorzio per la gestione del gas liquido nigeriano, al quale Agip International dovrebbe partecipare con il 10,4% delle quote".
Per tornare all'opera letteraria e di denuncia politica di Ken
Saro Wiwa, impiccato a 54 anni, dobbiamo purtroppo constatare che in Italia la sua opera è pressoché sconosciuta. Nessun editore traduce i suoi testi e solo poche poesie, qualche racconto e poco altro sono apparsi su giornali e riviste più o meno specializzati. Sarebbe utile interrogarsi sui motivi di una tale sordità, che conferma la storica insensibilità della cultura, dell'editoria - fatte poche eccezioni - e della politica italiane nei confronti dell'Africa in generale e della Nigeria in modo particolare.
I problemi attuali della Nigeria - dipendenza assoluta dal petrolio, dalle multinazionali e dall'Occidente, corruzione delle oligarchie al potere, questione sociale irrisolta - non sono frutto di un fato malvagio ma il risultato, per
Saro-Wiwa, di una lunga e drammatica vicenda storica. "La Nigeria, in quanto nazione, non è nata né per esigenze geografiche, né come espressione di un'unità etnica. E' stata, invece, il risultato della catastrofica rivalità tra le Grandi Potenze, che alla fine del XIX secolo erano in corsa per l'espansione coloniale. Da sempre è stata un'insignificante espressione geografica". Così scriveva Ken Saro-Wiwa in A Month and a Day. A Detention Diary - Penguin Books, London 1995. Il diario, oltre ad essere un racconto del periodo trascorso in carcere dallo scrittore nel 1993, è una sorta di testamento politico nel quale Saro-Wiwa spiega le ragioni del suo impegno per la causa degli Ogoni che avrà il suo culmine il 4 gennaio del 1993, proclamato dalle Nazioni Unite anno dei popoli indigeni di tutto il mondo, quando più di 300mila
Ogoni, su mezzo milione, parteciperanno a un'imponente marcia contro la multinazionale del petrolio Shell e contro il regime militare nigeriano, complice della repressione che porterà alla forca Saro-Wiwa ed altri otto leader del Mosop. Nel libro lo scrittore nigeriano accusa inoltre le multinazionali petrolifere di aver estratto petrolio, dal 1958, per un valore di oltre 40mila miliardi, finiti nelle tasche della Shell e della corrotta élite politico-militare nigeriana, e di aver causato l'impoverimento della popolazione e il degrado ecologico della regione dell'Ogoniland.
Nel vasto e popoloso territorio nigeriano - con i suoi 120 milioni di abitanti la Nigeria è il paese più popolato dell'Africa - vivono insieme più di 200 etnie in aree spesso assai diverse dal punto di vista geografico, culturale, politico e religioso. Bisogna precisare, tuttavia, che nonostante il gran numero di popolazioni presenti in Nigeria, quelle che storicamente hanno avuto un ruolo egemonico sono stati gli Hausa-Fulani nel nord e gli Yoruba e gli Ibo nel sud del paese.
In Nigeria - come nella ex-Jugoslavia o nella regione dei Grandi Laghi o, oggi, nel mondo arabo-islamico - la questione dei cosiddetti conflitti etnico-religiosi, fomentati e spesso letteralmente inventati dalle classi dirigenti per alimentare le ben note "guerre tra poveri", assume una pericolosa valenza di fronte all'assenza di una politica di trasformazione sociale a livello federale credibile e unificante. Quasi nessun partito politico oggi in Nigeria riesce a prescindere dall'appartenenza "etnica" e ancora non esistono movimenti "nazionali", sindacali o di altro tipo, che possano avviare la trasformazione delle condizioni in cui si produce e si redistribuisce la ricchezza.
Ken Saro-Wiwa ha sempre combattuto ogni prospettiva di divisione etnico-regionale del paese, nella convinzione che il rimedio alla "confusione" (è una parola-chiave di un suo poema) del suo paese non è nella creazione di tante piccole patrie. La complessa questione del rapporto tra etnia e stato nazionale in Nigeria è stata più volte affrontata dallo scrittore
Ogoni, il quale ha sempre rivendicato la salvaguardia delle minoranze ma in un quadro di partecipazione alla vita pubblica del suo paese. Non è un caso che durante la guerra del Biafra, territorio a cui pure apparteneva la comunità degli Ogoni, egli si oppose alle mire secessioniste del nuovo stato. Nel suo diario dal carcere, lo scrittore annotava infatti che "per etnicità si intende l'appartenenza ad un gruppo, senza che ci sia alcuna minaccia per la nazione.
L'etnocentrismo, al contrario, è un pericolo, dal momento che rappresenta la distorsione del significato di gruppo etnico, di sentimenti etnici a sfavore di un altro gruppo, in una lotta sterile. Così, mentre l'etnocentrismo può essere combattuto,
l'etnicità rimane un fatto permanente".
La vicenda degli Ogoni, in altre parole, non ha mai avuto il carattere di una lotta per l'affermazione di un nuovo Stato etnico, ma quello di un impegno per una maggiore giustizia sociale nel rispetto delle persone e dell'ambiente. Per questo - come si è già accennato - si tratta di un evento emblematico della "modernizzazione" capitalistica in Africa, nel conflitto che oppone un popolo, privato dei sui diritti e del suo ambiente, ai giganti del capitale internazionale, i quali, nelle aree più indifese del pianeta (dal punto di vista sindacale, politico, nazionale, ecc.), possono mettere in atto politiche economiche aggressive e antidemocratiche. La stessa sorte di Saro-Wiwa, d'altronde, toccò pure a Chico Mendes, il raccoglitore di gomma brasiliano assassinato per il suo impegno a difesa dei seringueros (i raccoglitori di caucciù) e della foresta amazzonica brasiliana.
I pesanti condizionamenti delle multinazionali e dei paesi ricchi nei confronti di popoli e nazioni dipendenti dall'Occidente sono innumerevoli: dall'imposizione del latte in polvere in Africa da parte del colosso agro-alimentare Nestlè al lavoro minorile in Asia consentito dalla Nike per la produzione di scarpe e palloni, dagli erbicidi della DowChemical che hanno reso sterili centinaia di braccianti in Centro America all'esportazione dei rifiuti tossici prodotti nei paesi occidentali verso le "pattumiere" del Sud del mondo.
Per restare in Nigeria, ricordiamo che nel porto di Koko tra il 1987 e il 1988 sono state scaricate illegalmente 3.800 tonnellate di rifiuti tossici italiani. Ricordiamo, infine, quanto è accaduto nel 1986 a Bhopal, in India, dove la statunitense Union Carbide, una multinazionale che produce pesticidi, ha provocato uno dei più spaventosi disastri ecologici del mondo. Il gas uscito dalla fabbrica in seguito a un incidente ha causato la morte di 4000 persone, ne ha rese invalide 200.000, provocando inoltre la contaminazione dell'acqua, dei terreni e della vegetazione.
Un conflitto simile a quello che oppone gli Ogoni alle multinazionali del petrolio si sta verificando in Colombia, nelle foreste latinoamericane, dove circa seimila indigeni
U'wa, come ha testimoniato su questo giornale Giuseppina Ciuffreda (il manifesto del 6, del 10 e del 18 febbraio, nonché del 1 aprile 2001) lottano contro la multinazionale statunitense
Oxy, che ha deciso di estrarre petrolio nelle loro terre ancestrali, che essi ritengono il cuore del mondo.
Non è il tetto che perde/
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano/
Nella umida, misera cella./
Non è il rumore metallico della chiave/
Mentre il secondino ti chiude dentro./
Non sono le meschine razioni/
Insufficienti per uomo o bestia/
Neanche il nulla del giorno/
Che sprofonda nel vuoto della notte/
Non è/
Non è/
Non è./
Sono le bugie che ti hanno martellato/
Le orecchie per un'intera generazione/
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida/
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari/
In cambio di un misero pasto al giorno./
Il magistrato che scrive sul suo libro/
La punizione, lei lo sa, è ingiusta/
La decrepitezza morale/
L'inettitudine mentale/
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione/
La vigliaccheria travestita da obbedienza/
In agguato nelle nostre anime denigrate/
E' la paura di calzoni inumiditi/
Non osiamo eliminare la nostra urina/
E' questo/
E' questo/
E' questo/
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero/
In una cupa prigione.
(da "Africa e Mediterraneo", n. 3, '96, trad. di Cristina
Boccafogli).
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