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Oriolo
Romano, 9 giugno 1996
SCIENZA
E CULTURA
La
nostra lotta è contro una impostazione la quale priva l’uomo
della sua vita interiore. Tuttavia è una lotta che si può
pareggiare, non vincere; non si vince la scienza, perché non si
vince né si può battere l’oggettività. Questa si salva per
sua stessa definizione: ciò che è oggettivo per l’uomo è
anche vero. L’interpretazione può variare, quindi intorno
all’oggettività si possono determinare un gran numero di
varianti, ma l’oggettività resta vera perché appunto non ha
in sé la contraddizione. Ciò che è oggettivo risulta
matematicamente vero, cioè esistente. In questo modo non possiamo
battere la scienza, è un’illusione. Si possono però
pareggiare i conti. La nostra abilità, la nostra cultura, la nostra
tensione portate al massimo livello devono significare proposte
alternative. Non si batte nulla se non si hanno alternative. Non
si vince un avversario se non si ha la forza per batterlo; non
si pareggia una lotta se non si hanno forze simili
all’avversario.
Quando
si saranno capite queste cose nell’umiltà del lavoro, si
capirà anche che non si esce dalla scienza ma si pareggia con
la scienza. Molti - sento dire -vorrebbero completamente abolire
il metodo della scienza poiché, si dice, non porta da nessuna
parte per quanto concerne l'anima. Non sono molto d’accordo.
Sono d’accordo sul fatto che bisogna aprire, invece,
attraverso lo stesso metodo, altri canali di comunicazione. Si
può applicare anche alla ricerca interiore, fino ad un certo
limite, la scienza stessa. Oltre è la scienza che non può
andare avanti.
Io
credo che molte volte si abbia una paura eccessiva della
scienza; si abbia una paura eccessiva, poi, di tutto, compresa
ogni operazione culturale. Parlare di cultura sembra parlare di
un altro mondo, di una cosa stratosferica che sta da un’altra
parte. No. Noi siamo già soggetti culturali. Nel momento in cui
ci muoviamo, decidiamo, operiamo, già produciamo cultura ma non
ce ne accorgiamo, non lo sappiamo. Quando io vi sento oggi
parlare delle differenze tra la vita del cervello e la vita
reale e in quale differenza si sta identificando un’idea
dell’anima, siamo già nella scienza e non ce ne accorgiamo,
probabilmente, perché non sappiamo trasformare queste
informazioni in
dati scientifici, come reclama il metodo della scienza. Essendo
ignoranti di scienza, noi pensiamo che essa stia sulla luna ed
invece vive in mezzo a noi.
Ecco
perché debbo spezzare una serie di lance in favore della
scienza e della cultura. C’è una precisione ed una esattezza
nell’universo, c’è una geometria, una matematizzazione -
per così dire - dell’universo; esiste nell’universo una
serie incredibilmente alta e per molti versi infinita di
principi, di leggi, di rapporti, di equilibri.
Se
qualcuno di noi potesse, oggi, guardare in trasparenza la realtà
dell’universo, ne vedrebbe la trama finissima che, tradotta,
diventerebbe una trama geometrica entro la quale si muovono
soltanto formule, rapporti, distanze, attrazioni, repulsioni,
equilibri, leggi, principi; il tutto posto in questa enorme,
grande trama che si può soltanto definire tecnica e quindi
scientifica. L’universo soggiace a leggi precise; le leggi
precise sono l’oggettività della scienza.
Ecco
perché, quando si fanno i discorsi di contrapposizione tra le
scienze fisiche e quelle umane, bisogna sempre tener presente
che si tratta di due facce della stessa medaglia. Lasciarsi
prevaricare dall’una o dall’altra è comunque un errore.
Come uomini siamo contemporaneamente esseri determinati,
esistenti, in cui c’è il principio di realtà, che è
l’elemento cardine, fondamentale della nostra vita, e c’è
nello stesso tempo la funzione di libertà creativa che si
determina attraverso lo stato di coscienza di questa forza.
Dunque
io sono costituito da una parte di me interiore, che è il
nucleo della mia esistenza, e da una parte che è strutturata
con questo, che è il nucleo della mia coscienza. Ambedue le
cose mi consentono, l’una di esistere e l’altra di essere e
quindi in questo duplice modo io mi realizzo, esisto e mi mostro
sia a me stesso e sia a ciò che è fuori di me. Perciò, il mio
intervento vuole prospettarvi l’esigenza di non considerare ciò
che viene definito la scienza fuori del nostro contesto di
ricerca e, nel contempo di non avere paura per ciò che
significa cultura.
Già
l’altra volta mi sono espresso su questo punto ma ancora vi
tornerò finché non sia radicata la necessità, che diventa il
senso di responsabilità, di capire che vi sono cose nel mondo,
nella vita, nella conoscenza, che devono essere affrontate con
determinati metodi. Il mondo delle scienze umane segue
anch’esso dei metodi; non si è mai sentito dire che si possa
procedere in una costruzione filosofica senza seguire un metodo
logico, che vuol dire una ‘consecutio’ talmente matematica
da far pensare che si tratta di una geometria in costruzione,
laddove a volte gli stessi margini di creatività vengono a
soffrire ma laddove la creatività serve a creare nuove aperture
in questa ‘consecutio’ della logica e, cioè, il poter
aprire a ventaglio seguendo la via della matematica, vale a dire
seguendo una procedura che tutto sommato è scientifica anche
all’interno della filosofia.
Ecco
perché, così come non si può suonare un pianoforte senza uno
spartito e senza aver appreso musica, così non si può indagare
nelle vie dell'anima senza capire quali sono le porte chiuse,
quali debbono essere aperte e come vanno aperte. Poiché il nostro
è un cammino che ha gli aspetti della rivoluzione, o della
contro rivoluzione, in quanto che la rivoluzione scientifica ci
ha un po’ messi al tappeto, praticamente; cioè tutta l’area
dell’umanesimo è stata travolta in questi ultimi secoli dalla
tecnologia e quindi dalla scienza: ecco che dunque la nostra è
la controrivoluzione, ma essere tale vuol dire bilanciamento,
ritrovare il segno dello spirito e dell’uomo. Queste due cose
devono essere affrontate e fatte con raziocinio, con ordine, con
metodo e poi con coraggio, fantasia, creatività, libertà,
intelligenza, intuizione e non so che altro devo dirvi per farvi
capire l’importanza di impegnare al massimo la fantasia e
soprattutto il coraggio.
Lo
scienziato o comunque l’uomo di “cultura”- poi può
trattarsi del filosofo, dell’umanista in generale, deve essere
responsabilizzato su un punto preciso. Gli scienziati la
devono smettere di affidare l’interiorità, la soggettività,
la vita psicologica interiore dell’uomo alla classe
sacerdotale. Devono capire che le persone devono essere
sensibilizzate nella loro interiorità dallo stesso mondo
culturale che si rapprende intorno ai loro metodi. Devono capire
che se si sono assunti la responsabilità di interpretare il
mondo e la vita, di guidare l’esistenza biologica, hanno il
dovere etico di estendere questo loro impegno anche alla salute
interiore dell’uomo.
Questo
è il punto: bisogna che si convincano che l’essere umano non
finisce nella cellula, che non è espressione soltanto delle
cellule; dunque, siccome l’uomo non sa da che parte andare, le
religioni sono totalmente insufficienti, la stessa cultura, che
è diventata ormai una cultura scientifica - anche se non è
scienza nel senso tradizionale del termine - non può
abbandonare l’uomo al proprio destino e dire: “Questo
appartiene a Dio e questo appartiene a me”.
Noi
esseri umani che viviamo sulla terra siamo tutti abitatori della
terra, quindi non può esistere più questa suddivisione.
L’uomo di scienza dev’essere posto di fronte a queste
responsabilità e non può dire: “Qui finisce il corpo e non
mi interessa più”, perché questo costituisce un vero
obbrobrio culturale: lasciare gli uomini liberi di non sapere
dove andare e dove ottenere risposte. La scienza può dare
risposte soltanto per ciò che è all’interno del suo metodo,
naturalmente, ma deve spingere gli uomini ad imparare come ci si
interroga e che poi ciascun uomo si dia le proprie risposte.
Gli
uomini sono esseri ragionevoli, dunque bisogna spingerli a
ragionare, altrimenti che esseri ragionevoli sarebbero, se
devono soltanto obbedire e non possono elaborare. Ecco perché
bisogna che gli uomini di scienza o i cosiddetti uomini
irrigiditi nei propri metodi siano spinti verso la responsabilità
etica e quindi ad occuparsi anche dei problemi che vanno aldilà
del mondo cellulare, perché appunto l’essere umano, nella
maggior parte dei casi, vive più la vita interiore che la vita
cellulare. In questa siamo coinvolti in pratica quando ci ammaliamo,
altrimenti non l’avvertiamo. L’importante è recuperare il
discorso dell'interiorità: questa importanza dev’essere
ridelegata agli stessi che l’hanno eliminata dal proprio
discorso, o l’hanno espunta o emarginata, appunto con
l’avvento del metodo scientifico.
Ecco
perché questa lotta, questo discorso dev’essere portato
avanti con tutte le armi e per far questo dobbiamo coinvolgere
quante più persone è possibile e soprattutto quelli che poi
hanno diritto di parola nell’ambito della cultura.
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