Roma 28 gennaio 1998 

LAVORARE SU SE STESSI

 

Siamo, ormai, persone che vivono oltre una doppia identità nel senso che siamo più persone contemporaneamente nel corso della vita. Questo un po' accade per il cambiamento di età ma accade soprattutto perché rispondiamo alla richiesta del mondo in una maniera diversificata.

Ci comportiamo in un modo con le persone alle quali siamo affettivamente legati, in un altro con le persone a cui non siamo legati con la stessa affettività. Distinguiamo, ad esempio, tra parenti ed amici. Distinguiamo tra veri amici e conoscenti, tra persone con le quali lavoriamo o con le quali giochiamo. Abbiamo un ventaglio di comportamenti per cui, se qualcuno dovesse vederci all'opera, da lontano, direbbe di noi: "ma si tratta sempre della stessa persona, oppure è un'altra persona?". Perché a volte i nostri comportamenti sono talmente espliciti nella diversità da far sospettare che in noi ci siano più persone e più modelli.

In effetti è quanto ci hanno insegnato. Da questo punto di vista ci esprimiamo benissimo perché ci hanno detto che esistono le persone che fanno parte del gruppo familiare e poi ci sono gli altri, che sono gli estranei. La parola "estranei" ricorre sempre nei nostri sistemi educativi; ci sono i familiari e ci sono gli estranei. Ora già questa, voi lo capite, è un'affermazione letteralmente anticristiana e dico questo a noi che siamo dei cristiani battezzati.

Questo significa che la prima operazione che va fatta è di guardarci intorno e guardare in noi stessi. Perché il nostro mondo è così piccolo, così ridotto, affettivamente chiuso, nel quale non può entrare nessuno perché, infatti, le nostre reazioni sono terribili? Guai se un estraneo si permette di dare un giudizio sul nostro gruppo familiare, guai se qualcuno vuole conoscerci, semplicemente, se qualcuno chiede la confidenza di scambiare con noi qualcosa e noi di dare qualcosa. Siamo, da questo punto di vista, dei formidabili egoisti dell'affetto. Pretendiamo di essere gli unici da salvaguardare al punto tale che quando accade qualcosa di doloroso in un altro gruppo, che è costituito tale e quale perché tutte le famiglie sono così, nella maggior parte dei casi almeno, diciamo: "meno male che non è capitato a me". La prima consolidazione di questo principio di egoismo profondo che ci portiamo dalla nascita. Allora gli altri resteranno sempre gli estranei. Per quanto possiamo diventare amici saranno sempre gli estranei.

La revisione di questo concetto profondo, ma autenticamente vero, che ci portiamo dietro - certo non per colpa nostra, individuale, perché l'abbiamo ereditato - è un buon inizio. Gli altri devono essere come i miei famigliari, devono entrare in questo nucleo. Devo aprire e spezzare questa frontiera, questo muro che chiude soltanto il mio gruppo e mi rende estraneo al mondo affinchè il mondo possa recepire ed accogliermi, non come un estraneo, ma come un fratello che entra nel mondo.

Questa apertura consente alla nostra più profonda interiorità una serie di osservazioni che prima gli erano impedite; gli consente di guardare gli altri come un "pari"; consente di capire l'altro come una persona, un soggetto uguale a sé stesso. Certo, è vero che nessuno entra nel cuore di un altro, ma si possono capire i sentimenti degli altri a condizione che noi mostriamo i nostri e facciamo nascere i nostri nei confronti degli altri. Questo rapporto duale di scambio è il primo atto della saggezza e dunque questo comporta l'analisi dei propri egoismi, delle proprie chiusure, dei propri narcisismi. Ma per fare questo, e vengo al tema, bisogna aprirsi altrimenti ogni analisi sarà un'analisi teorica e quindi quando mi chiedi la differenza tra la pratica e la teoria, questa passa dal riconoscimento della parità e soprattutto da un'analisi portata affettivamente in uno scambio con l'altro. 

Se non c'è questa partecipazione psicologica - quando dico affettiva intendo soprattutto partecipazione psicologica - cioè dare un senso al proprio desiderio, investire sull'altro e farsi investire dall'altro, quindi partecipare e compartecipare; l'affettività è lo scambio psicologico, non affettività nel senso di bene o di amore, ma è dare un significato a ciò che io espando sull'altro e ciò che l'altro espande su di me. Quando c'è questo siamo passati dalla teoria che prescrive l'amore alla teoria che diventa esercitazione dell'amore e dunque siamo passati alla pratica dell'amore, dello scambio, all'investimento reale sull'altro, non alla teoria che definisce l'investimento, perché coloro i quali parlano soltanto della teoria dell'amore ma non amano, non hanno capito niente dell'amore. Quelli che parlano soltanto di disinnescare il meccanismo del narcisismo e dell'egoismo parlano soltanto della teoria ma non del disinnesco del meccanismo, operato in sé stessi; coloro che parlano di possessività ma non praticano il contrario o parlano comunque di tutte le capacità infauste di proiezione dell'uomo, parlano soltanto teorizzando la conoscenza.

Mi rendo conto della difficoltà di operare. Non pensate che non me ne renda conto. Ma bisogna passare dalla fase di chiusura del proprio sé interno alla fase di aprirsi, di offrirsi e "offrire", "aprire" significa mostrare agli altri anche i propri difetti, i propri limiti e non come facciamo noi che mostriamo soltanto la parte migliore di noi o spesso la recita di ciò che voliamo mostrare come parte migliore, perché c'è la finzione dello scambio e siamo persone tutte bene educate, siamo, come suol dirsi, persone per bene; ci salutiamo con molto sussiego, siamo gentili nel parlare, guardiamo gli altri con le nostre facce languide, a volte mostriamo il nostro dolore con qualche lacrimuccia, a volte mostriamo la nostra amicizia, la "mostriamo", la "raccontiamo", la "diciamo"; a volte diamo qualcosa per consolidare questa amicizia, specialmente se possiamo avere qualcosa in cambio. Oppure siamo succubi del fascino dell'altro e allora ci mostriamo come innamorati o devoti o pii, insomma mettiamo in moto una serie di trucchi per apparire all'altro migliori o diversi di ciò che siamo. 

Sono cose talmente chiare ed evidenti che chi ha capito la vita, lo sa benissimo. Invece aprirsi significa mostrare anche la parte di sé che può essere negativa. Ma mostrando la negatività, la propria impulsività, i propri aspetti anche a volte rozzi della personalità - certo nel tentativo di addolcirci ma nel tentativo di far capire, di far conoscere - si mostra anche affettività. Essere affettivamente legati al prossimo non significa mostrarci con la voce melodiosa o mostrarci con i gesti tranquilli e paludati o con il galateo formale della vita sociale e quindi del buon cittadino o del buon familiare o del buon amico: significa comunicare sé stesso. All'interno di questa comunicazione poi ognuno tenterà di perfezionare sé stesso, non di perfezionare il rapporto, perché perfezionando sé stesso migliora anche il rapporto con gli altri. Invece spesso vogliamo migliorare il rapporto con gli altri senza cambiare niente di noi stessi; apparentemente funziona questo, ma per quanto tempo? Se non cambiamo noi stessi a breve termine dimostriamo anche tutti gli aspetti negativi.

La differenza, ancora una volta, tra la teoria, che è quella di mostrare ciò che non si è, e la pratica, che è mostrare ciò che si è in una situazione di crescita, questa, è la differenza. Queste cose vanno insegnate, ma perché? Perché dobbiamo liberarsi delle sovrastrutture, cioè liberarci dalle falsificazioni, perché esse ci impediscono di attuare il progetto esistenziale di ciascuno di noi di conoscere il mondo. 

Vedete, la cosa che più si mostra alla nostra interiorità più profonda come materialità della vita è il corpo, ovviamente, perché il corpo è ciò che immediatamente è a contatto con l'anima. Questo corpo potrebbe mostrarsi nella sua naturalezza e sarebbe una gran bella esperienza. Invece accade che questo corpo che è il più vicino a tutti è proprio la cosa più camuffata, è quella cosa meno naturale che esiste, perché per diventare naturale bisogna aspettare che il soggetto sia finalmente preso, magari dai suoi furori, perché forse soltanto in quel momento non è più una persona beneducata. 

Ora, è solo nostro interesse avere un corpo che sia trasparente, vale a dire che mostri la realtà di quello che è, perché abbiamo bisogno di un corpo libero, non di un automa mosso dai fili invisibili di regole sociali che non appartengono alla natura ma sono una sovrastruttura. 
Il motivo etico per cui io vi spingo a questo, sia pure è chiaro nel rispetto delle minime regole necessarie al mondo - e queste non le possiamo cancellare, ma tanto non le cancellereste neppure se esistessero un milione di persone come me a dirvelo dalla mattina alla sera - ebbene, è che abbiamo bisogno di un filtro naturale, non di un filtro artificiale. Invece il filtro che possediamo è un vero impedimento perché non ci fa essere sinceri e chiari a volte nemmeno nei momenti di abbandono. Siamo controllati dalla mattina alla sera a tal punto che in noi non c'è più una manifestazione vera e reale, siamo tutta teoria, siamo completamente immersi in un sistema teorico di regole, di giochi e di strategie dalle quali non sappiamo uscire perché la falsificazione è diventata un modo di essere.

Ecco che dunque, a mio avviso, il discorso della teoria e della pratica va fatto proprio in questo modo. Abbiamo un complesso teorico, un sistema di vita nel mondo che va bene per il mondo convenzionale, cioè per il mondo falsificato in cui tutto è falsificato. C'è una falsificazione che regge tutto, dalla vita dell'uomo ai grandi processi economici; è tutto un problema di equilibri politici e finanziari ecc.; dove c'è più una naturale esistenza? E' tutto all'insegna di questo accomodamento e di questa compensazione generale. 

Da un seminario di Corrado Piancastelli

 

prodena@libero.it

Home