La nostra bioetica

Di Corrado Piancastelli

La bioetica, in Italia, è diventata il luogo mentale nel quale riversare più mozioni di principio che proposte razionali. Per motivi religiosi i più attivi sono sicuramente i cattolici, per quelli ecologici i partiti verdi. Stante la rovina del nostro territorio e la crisi ecologica mondiale, nonché le connessioni con le esigenze dei capitali e delle industrie, se il problema è ecologico non c'è dubbio che i verdi abbiano quasi sempre ragione purché non si esasperino i discorsi oltre la ragionevolezza. Non bisogna dimenticare che la popolazione mondiale aumenta in modo geometrico e bisognerà pur trovare i rimedi perché mangino e bevano tutti, al di là della retorica e delle pur giuste intenzioni. 
Lo stesso non può dirsi per la Chiesa, la quale non tratta una materia ecologica, ma principi più che Valori. Per la loro rapidità di intervento bisogna riconoscere che i teologi fanno benissimo il loro mestiere, ma c'è qualcosa che costoro non vogliono capire. E cioè che i tempi sono realmente cambiati e ciò che ieri costituiva solo una velleità o un desiderio occulto, oggi si è radicato in modo irreversibile finanche nella coscienza dei cattolici. Gli studi del CENSIS o quelli commissionati dalla stessa Chiesa in occasione del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna nella prospettiva del Giubileo 2000, o quelli di un grande istituto scientifico come lo IARD, hanno infatti rilevato, senza alcuna ombra di dubbio, che finanche nella maggioranza degli stessi cattolici praticanti (intendendosi per praticanti quelli che vanno in Chiesa) comportamenti come l'aborto, la convivenza, l'omosessualità, il sesso fra i minori, sono ormai considerati Valori normali per cui ogni interventi del Vaticano su questioni che incidono pesantemente sulle condotte private del cittadino, si trasforma quasi sempre in pura violenza in una società che ormai è cattolica solo ufficialmente e per censimento, ma che si è progressivamente laicizzata almeno a partire dal dopoguerra: oltre 55 milioni di morti prodotti dalla guerra e 6 milioni di ebrei trucidati sono stati davvero troppi per continuare a credere nel Dio pietoso e misericordioso che ci avevano raccontato da bambini.

Ma, si dirà, sul tappeto ci sono ancora altri problemi sul tappeto che non sono affatto astratti (come quello della contraccezione, dell'uso degli embrioni, della clonazione, dell'eutanasia e altri che via via sorgeranno nel corso del progresso scientifico), che sono al di là dei comportamenti poiché coinvolgono principi che stanno a monte e che interessano la vita della specie e la morale nella sua generalità .
Ma è poi vero?
Non siamo tanto sprovveduti da non capire che un imponente processo storico in atto si può anche legare ad un'etica distruttiva: oltretutto il nazismo ci ha pure insegnato qualcosa. E' evidente, allora, che bisogna fissare i parametri (anche se sbagliati), senza i quali nessuna etica è possibile e si parla al vento.
Per quanto ci riguarda il primo parametro è la libertà, sia della scienza di proporre e sia del cittadino di accettarne o rifiutarne le proposte o i risultati. Io non vorrei trovarmi nella necessità di chiedere un intervento di eutanasia, ma se sono cattolico credente nessuno legge mi obbligherebbe a praticarla contro la mia volontà e ovviamente nei casi estremi, però è giusto che ci sia una legge che consenta, a me che non credo nelle verità cattoliche, di chiedere al mio medico di aiutarmi a morire. Il medico, a sua volta, dovrà avere la libertà e il Diritto di rispondermi che non vuole praticarla e di rivolgermi ad un altro suo collega che invece la pensa come me. 
Ma nessuno dovrà mai dirmi, in assoluto, che la vita non mi appartiene e se lo afferma mi sta truffando perché mista millantando (cioè spaccia come vera in assoluto), una nozione spirituale senza dimostrazione. Cosa peraltro anche legittima, ma che non può investire la collettività addirittura promuovendo, attraverso subdole influenze e connessioni politiche, leggi protettive in tal senso. Al contrario di quanto potrà credere di sostenere, chi mi si rivolge con questa cosiddetto principio etico non sa nulla di certo, non ha alcuna prova che la mia vita non mi appartiene, visto che è la mia, l'ho gestita e protetta io sin dalla nascita ed è l'unica che ho.
E' necessario, in questa materia, fare nette distinzioni fra morale privata (che attiene a me oppure ad una prescrizione di fede) ed un'etica pubblica che costringe un intero popolo ad obbedire a principi di fede.
Il punto focale di un divieto morale può rappresentare un'esigenza intima di chi è disposto a trasformarsi in un credente, ma non può costituire una norma civile di un paese laico che pone la libertà e la democrazia alla base del suo Diritto Costituzionale.

Il secondo presupposto è che una società scientifica o una legge sociale, in un paese democratico, non devono mai obbligare un cittadino (almenchè non si tratti di reati contro la persona, la proprietà o il paese o di situazioni di grave rischio per la salute pubblica o per la difesa del territorio), ma consentirgli l'opzione poiché è in ciò il principio della libertà. 
Se posso scegliere sono libero, se non lo posso sono in catene.
Certamente scegliere può implicare valori morali e civili. Ma in questo caso deve predominare l'interesse della collettività che è cosa diversa da quello di un singolo potere dominante. Ho certo l'obbligo di obbedire alle leggi e ai codici, ma vorremmo che ci limitassimo solo a questo.

Il terzo presupposto è che ciascuno di noi è portavoce di volontà, desideri e capacità, che costituiscono il nucleo della nostra progettualità interiore. Da ciò la nostra definizione di Persona che non ha nulla da spartire con la cellula embrionale, almenchè non si creda che la vita viene divinamente infusa nella materia al momento del concepimento. E evidente che rifiutando l'attribuzione di Persona alle cellule, sia pure potenziali, tutto il problema bioetico si sposta in avanti e cioè al momento in cui le cellule sono già passate (dalla fase potenziale in cui ogni cellula si trova sempre), al momento reale della vita cerebrale individuale e cosciente.
Ed è qui il nodo!
Se si parla di una coscienza potenziale, siamo d'accordo che questa non può essere uccisa, ma c'è una enorme differenza fra potenzialità dell'embrione e una coscienza potenziale e questi due momenti non sono sovrapponibili
Una persona è definibile come tale solo quando ha la capacità, anche se solo ancora potenziale, di possedere il nucleo dell'autocoscienza e della progettualità esistenziale. In definitiva una Persona è tale quando possiede un'Anima individuale e autonoma, cioè una natura ontologica. Per potenziale umano, per forza di cose, dobbiamo intendere un'attività neurale in formazione e in sviluppo non un'attività cellulare che poi diventerà neurale. L'umanesimo è fondato sulla soggettività degli individui e prima di ciò anche le attribuzioni di Persona sono più eticamente convenzionali che eticamente reali. Intorno a questo problema c'è, insomma, molta retorica più spesso fondata sull'equivoco fede-ragione. Nè si può confondere, come invece si fa continuamente, la vita cellulare con quella mentale, se non a prezzo di un riduzionismo che nessuna religione dovrebbe tollerare


E' appena il caso di aggiungere che i processi di liberalizzazione si intendono all'interno di una libertà matura che significa, soprattutto, rispetto per lo stesso diritto altrui ad essere libero e se stesso, in una visione laica dello Stato (che non significa affatto irreligiosa o atea) di cui il cittadino è tenuto a rispettarne le leggi solo se queste sono veramente eguali per tutti.
E' evidente che una qualsiasi cultura bioetica, se non parte da queste premesse, è falsa e va combattuta. Ma i principi di cui sopra, che rientrano nella filosofia di Uomini e Idee, hanno una carica sicuramente dirompente e innumerevoli corollari, perché riportano l'esercizio della libertà alla sua natura fondante e primaria, restituendole un valore laico che non esclude affatto la dimensione etica (o spirituale), ma la sottrae al controllo e all'imposizione di chi tende a reprimerla partendo dal presupposto di possedere la verità. dell'etica e imponendola a tutti anche con la forza, come è accaduto nei secoli scorsi.
Non è detto che la nostra impostazione filosofica sia esente da possibili errori, ma vorremmo che ogni eventuale confronto dialettico partisse da queste premesse e restasse in questi binari propedeutici di rifondazione filosofica e umanistica.
La bioetica, infine, altro non è che una morale della scienza. Noi vorremmo che le discussioni sulla scienza (peraltro anche necessarie) restassero, però, nell'alveo dell'applicazione sociale non della morale teologica di qualsiasi religione. Morale scientifica significa che io scienziato non devo costruire la bomba atomica, non che non debba analizzare l'atomo se la sua conoscenza servirà ai cittadini del mondo. Questa morale scientifica però non riguarda gli scienziati e la scienza (anche se c'è stata qualche deviazione), dal momento che lo sfruttamento delle scoperte scientifiche è operato dalle multinazionali, dalle lobbies di capitali occulti, non il ricercatore. 
La lotta dei cattolici su temi di bioetica non dovrebbe essere portata alla scienza, ma a queste multinazionali ed alle loro configurazioni politiche. La bomba ad Hiroshima non è stata lanciata dai laboratori atomici, ma dall'industria bellica americana asservita alla politica che voleva distruggere l'economia giapponese.
Noi vorremmo che il termine bioetica fosse riservato a tutto ciò che soprattutto danneggia o uccide l'uomo, indipendentemente dal colore politico e che le discussioni fossero realistiche e non fumose.

prodena@libero.it

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