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LA COPPIA AUTENTICA
Una lezione che accoglie i suggerimenti ed i concetti
espressi da Piancastelli all'interno del complesso e grave problema della coppia.
Le persone si incontrano in un modo e ritengono o pretendono che debbano conservarsi così fino alla morte. Una concezione del genere implica però che, ad un incontro, segua contemporaneamente la fine dell'essere. Che, cioè, l'essere, una volta incontrato un modello (un uomo, una donna) da cui poi nasca una famiglia, ecc., debba restare così, quasi immobile nel tempo.
Si può dire che la crescita dovrebbe essere di tutto il gruppo, contemporaneamente; così dovrebbe essere, così sarebbe se il gruppo, al suo interno, avesse una comunicazione limpida e trasparente; se, cioè, gli esseri imparassero ad accettare gli altri e ad amarli come tali, indipendentemente dalla loro crescita o meno; ad accettare dell'altro «vizi» e «virtù», per usare una trita terminologia; gli alti e i bassi, gli squilibri individuali, i problemi di evoluzione e di programma di ciascuno; cose che possono presentarsi dopo che una coppia si è costituita o quando una famiglia è già cresciuta, nel senso di avere dei figli, dei rapporti umani e sociali più ampi.
D'altra parte, lo stesso fenomeno si presenta anche nei nuclei sociali, indipendentemente da quelli familiari, quindi nei rapporti di lavoro, di organizzazione del mondo del lavoro, della civiltà, ecc. Ora, il processo dialettico in una società (quindi in un momento extrafamiliare) si svolge secondo certe regole, non di una democrazia o di una dittatura, ma supponendo che nell'ambito di una democrazia ci sia un processo dialettico per cui ci si possa incontrare o scontrare su un determinato problema senza che, in realtà, possano configurarsi vinti o vincitori. Il processo dialettico, poi, continua nel tempo e si può avere il cambiamento di opinione di uno o di entrambi gli interlocutori: questo è il processo della dialettica tipica dell'uomo. Il cambiamento della storia avviene secondo questa regola.
Invece, nell'ambito di un altro tipo di rapporti, quali quelli familiari, lo stesso processo dialettico è praticamente incrinato dalla emotività o dall'affettività. Emotività ed affettività sono spesso due attributi del processo dialettico; spesso l'uno sovrasta l'altro, e, spesso, essi non sono neppure riconoscibili l'uno rispetto all'altro. Allora, la dialettica «neutra», per così dire, che si sviluppa in ambito sociale, non è più possibile utilizzarla in un ambito che è attraversato dalla emotività.
Emotività o affettività che, naturalmente, si basano proprio su quelle certe regole comuni (come prodotto culturale) che una coppia accetta nel momento dell'incontro e che presume statiche, come presume statici gli individui che così devono comportarsi fino alla morte.
Allora, un qualsiasi legame (quindi, una struttura familiare) così come nasce e si configura, non presuppone processo di crescita, ma presuppone l'ambiguità della conservazione dei modelli. Questo non è umanamente, oltre che spiritualmente, possibile. Questa è una. delle ragioni fondamentali per cui i gruppi familiari, le unioni, le coppie, sono sempre stati in crisi, sempre. La crisi diminuisce (o non viene riconosciuta)
quando i soggetti sono entrambi fortemente legati a delle ideologie.
Allora praticamente il processo dialettico non nasce, perché non c'è nulla su cui discutere,
dato che tutto è già previsto e le regole vengono rispettate. Non parliamo
della cpscienza, in questo caso, perché è come se non ci fosse. Come si esce da questa situazione? Ogni situazione deve pure avere una possibilità di uscirne.
Io, già molti e molti anni fa, parlando di cose simili, anche se con minor vigore e con minore impegno, dicevo come sia importante da parte di un uomo e di una donna che vogliono,ad esempio, contrarre matrimonio (o che vogliono
comunque vivere una loro vita di coppia, il che è perfettamente la stessa cosa) la conoscenza reale dell'altro, ma autentica, cosa tuttavia relativamente difficile, considerato che la conoscenza si svolgerebbe sempre nell'ambito di quei modelli culturali che non comprendono lo stesso processo dialettico della conoscenza. Bisogna allora interrogarsi e interrogare, in modo da verificare (al di là della emotività e della «contrattazione» amorosa) i propri ruoli, le proprie reciproche disponibilità, i reciproci progetti di vita, ciò che ciascuno vuole fare della sua vita, e non della sua vita condizionata a quella di un altro.
Dopo, è troppo tardi. Dopo, le emotività si intrecciano e si frammischiano a situazioni neoemergenti, quali le responsabilità del gruppo familiare che diventa gruppo sociale con le implicazioni dei figli; questo complica enormemente le cose e rende quindi estremamente difficile il dialogo.
Allora si tende alla conservazione, il che significa avere un rapporto completamente ipocrita, cioè praticamente inesistente, ed è ciò che nella stragrande maggioranza dei casi si verifica. Per cui non si sa più se un rapporto è affettivo o se è soltanto di dipendenza psicologica (non nel senso negativo, ma di dipendenza affettiva dall'oggetto). Cioè, così come
siamo affezionati al nostro abito o alla nostra pettinatura, od al nostro profumo,
siamo affezionati ai nostri oggetti esterni, dai mobili ai quadri od alle persone che si aggirano per la
nostra casa come oggetti in movimento. Certamente questa mia impostazione vi apparirà cruda, e certamente ha la crudezza della estrema verità dei fatti. L'uomo, nella sua emotività e anche nel suo idealismo (anche questa è una parola che non significa molto, ma che viene usata e che dunque usiamo anche noi un po’ a sproposito), rifiuta una schematizzazione del genere, ed è pronto a ritenere che le cose non stiano così: «Io amo gli altri». Sì, certo, io non disconosco il ruolo dell'amore. Certo, io so bene che esiste anche quello, ma fino a che punto c'è tutto questo, fino a che punto c'è dell'altro? Ecco che ritorna il discorso sulla natura.
Gli uomini sono soprattutto natura e non gli si può impedire di legarsi agli oggetti, ma bisogna avere la coscienza di riconoscere che oggetti sono anche gli uomini, gli altri da sé, gli «esterni» con i quali si instaura un rapporto di tipo spirituale, quando si instaura. Siccome
noi non siamo in grado (ecco il punto cruciale) di riconoscere la nostra esistenza spirituale, perché mai venite a fare discorsi spirituali che diventano discorsi esclusivamente di retorica
idealistica? Se non riconosciamo lo spirito, perché mai non vogliamo ammettere questa
distinzione?
Dunque, l'amore oggettuale, l'amore dell'oggetto... per noi è soltanto di tipo materiale, oppure se è anche di un altro tipo,
impariamo allora a riconoscere il nostro spirito, altrimenti non si giustifica né l'una, né l'altra cosa.
Voglio dire che chi riconosce un amore, non della forma e dell'oggetto, ma
di un altro tipo, deve ammettere che dentro di sé c'è un tipo di realtà che non è più della natura umana, ed è solo questa nuova realtà che può legarsi al tipo uguale di realtà che l'altro ha dentro. Se invece non
riconosciamo nei giusti termini questo rapporto, esso resta soltanto tra oggetti.
Il rapporto veramente spirituale, badate bene, è però un rapporto nel quale facilmente si frantumano le sovrastrutture. Voglio dire che tutte le cose che implicano passionalità, crudeltà, gelosia, dipendenza ecc., non appartengono al regno dello spirito, ma a quello degli oggetti umani. Perché l'oggetto è caratterizzato dal desiderio del possesso; l'oggetto è caratterizzato dal principio di proprietà. Quando le persone si legano attraverso vincoli di gelosia, di possesso, di proprietà, siate certi che non si tratta di amore spirituale. Allora, se
noi analizziamo queste cose (o se si potessero analizzare quando si è giovani) tante sofferenze verrebbero eliminate e tante unioni non si formerebbero.
Ecco allora il discorso di partenza del coinvolgimento degli altri. Certo,
noi li coinvolgiamo, questo è fuor di discussione, ma coinvolgiamo anche
altri che sono sbagliati, come probabilmente lo siamo noi. A questo punto si tratta di una scelta, di una decisione. Vi è sempre la possibilità di un recupero dialettico, sia ben chiaro. L'ideale sarebbe la crescita contemporanea di una coppia. Chi sa di più, chi può di più aiuta l'altro a capire e a crescere; ma se questo non è possibile, la domanda che vi lascio ancora è: un uomo deve rinunziare alla propria vita per il cosiddetto amore verso l'altro, quando l'altro probabilmente può essere una causa d'impedimento della sua
crescita? Io posso anche rinunziare alla mia evoluzione per amor tuo, ma tu, a tua volta, con quale diritto freni la mia evoluzione? E non sei tu allora colpevole di frenare la mia evoluzione solo perché mi fermi in uno stato condizionato dalla nostra ideologia convenzionale? Certo, sono grossi problemi, dal punto di vista
umano, ma una soluzione bisognerà pure iniziare a cercarla...
prodena@libero.it
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