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Oriolo Romano, 30 agosto 1997LA NEGATIVITA' DELLE TRADIZIONI FAMIGLIARI
Nella sfera familiare è possibile operare moltissime rivoluzioni che consistono anzitutto nel proporre una nuova concezione della famiglia e, quindi, dell’unità affettiva o dei rapporti affettivi. In quest’ambito è possibile declassare miti, regole e moralismi, usi ed abitudini ormai incancrenite, che hanno portato soltanto al depauperamento del concetto di famiglia. Il problema è che tutte le famiglie si reggono sulla falsificazione, la quale consiste fondamentalmente nel tacere gli uni agli altri i propri bisogni, le proprie voglie, i propri desideri di espansione, di diversità, di sperimentare la vita. Se la vita è uno sperimentare, un cercare, un andare oltre se stessi, non c’è niente di più bloccante di una famiglia concepita secondo le regole tradizionali. Dunque questa tipologia familiare va combattuta. Qui il privato diventa un privato pubblico da ricoltivare, il che significa reimpostare nuove regole, sentimenti da far nascere e coltivare senza la possessività; l’intenzione di crescere ma anche di far crescere; chiedere obbligatoriamente il rispetto della libertà all’interno di un nucleo familiare, affinché ciascuno sperimenti se stesso. L’alienazione massima che si realizza all’interno della famiglia è il bloccarsi nel momento stesso in cui la famiglia si è costituita. Avviene come un congelamento: i soggetti non sono più in grado di muoversi, perché vi sono regole imposte dal di fuori e tradizionalmente evocabili, attraverso la formazione genitori-figli, che impongono coattivamente una resistenza al cambiamento. Così la resistenza in parte è diventata inconscia, in parte si formalizza attraverso le vie caratteriali, per cui la maggior parte delle persone applica e vuole che siano applicate regole di cui non ha prodotto mai alcun esame analitico. Vale a dire che le regole si applicano alla cieca e non c’è nulla di più alienante dell’applicazione di regole che il soggetto non mette in discussione liberamente, accettandole o negandole. Questa configurazione familiare è una delle tragedie dell’umanità. Perché è vero che viene affermato, in genere, anche da parte di filosofi, che la famiglia è la salvaguardia e il nucleo di una società, ma di che cosa? Di una società a sua volta falsa e falsificante che si regge come una costruzione di mattoni senza cemento. Vale a dire che si sono perpetuati nei secoli modelli che solo apparentemente reggono uno Stato, il quale va in frantumi immediatamente, al primo urto sociale. Ne sono prova le migliaia di guerre e di rivoluzioni che si sono avute negli ultimi millenni, che non soltanto hanno prodotto dolore, ma hanno subito ripristinato il vecchio gioco, perché questo non riesce ad autodistruggersi. Gli uomini hanno comunque bisogno di un riferimento che sia la loro famiglia, intesa come “tana biologica”. Gli uomini non potrebbero vivere senza una casa - e qui viene fuori tutta la istintualità biologica - hanno bisogno di un “gruppo animale”, quindi della propria tana, dei propri figli, della propria organizzazione biologica; la differenza sta nel fatto che gli animali non si muovono con le “sovrastrutture”, ma soltanto con le “strutture”. Ora, se la “struttura” reclama l’unione fra gli uomini, perché gli uomini da soli non possono vivere, ne deriva che questo modo di vivere è stato artefatto, perché la famiglia è stata da sempre uno di quei gruppi sociali asserviti ai poteri religiosi, cioè a poteri che hanno imposto regole nate non da un accordo col bios, ma semplicemente inventate. Il potere temporale delle varie chiese ha fatto sì che l’uso di questi diritti si mitizzasse al punto tale che gli uomini non riescono a fare a meno non già di una tana, di cui biologicamente hanno bisogno, ma di una super-moralità, quindi di un moralismo applicato all’uso e consumo di questa tana. Allora, è chiaro, ci stiamo muovendo nell’ambito di un discorso artificioso che osserva falsificazioni, non la realtà. Gli uomini potrebbero amarsi secondo modelli di libertà, invece si amano con possessività, gelosia, esclusivismo, dipendenza. Cercano, tuttavia, di violare continuamente tutto questo perché, pur applicando regole artificiose, essi sentono che queste sono inapplicabili. Esse, però, vengono sancite attraverso la ritualità, apparendo, così, consacrate e tramandate da una divinità che, invece, con esse non ha niente a che fare. Quando parliamo di famiglia e, quindi, di un “pubblico privato”, stiamo parlando di una famiglia chiusa, non di una famiglia reale, nel senso spirituale. Ecco perché è questo tipo di famiglia artificiale che va sostituita. Ma va sostituita con altre regole, molto più forti, perché nascono dall’anima, non sono un’invenzione dell’uomo. Tutto ciò che viene dal profondo ha una forza diversa, perché dal profondo promana la sacralizzazione dell’atto con la sua eternità. Noi sappiamo che il rapporto tra due anime è un rapporto che prescinde dalla sovrastruttura, ma, per giungere a questo, è necessario che ci si spogli della sovrastruttura e che gli individui si ritrovino con una diversa sincerità di rapporto, con un diverso equilibrio. Questo tipo di nuova famiglia, di nuova ipotesi, è conciliabile con uno Stato di diritto, democratico? Credo che uno Stato abbia tutto da guadagnare da cittadini che partono da un’istanza interiore, che è sempre un’istanza universale. Colui che parte da un’istanza interiore è sempre un buon cittadino, un buon compagno di strada, un buon lavoratore, un buon padre, perché non si ispira a modelli sovrastrutturali, ma a modelli strutturali, cioè si ispira alla vera natura dell’Homo Sapiens, la cui sapienza è stata, da questo surplus, applicata al bios. Pertanto, questo soggetto non può che esprimere un diritto sacro, giusto, esemplare, perché egli stesso, come struttura che nasce al di là del tempo e dello spazio, coincide esattamente con i principi del diritto. La forza del diritto sta nell’esser fatto di norme applicabili e, dunque, pratiche della vita, che affondano in principi etici, quale quello di giustizia, che non è quantificabile. Si tratta di principi che travalicano la parola, il dato sociale e sono validi in tutte le epoche e, pur con le ovvie differenze, in tutti i popoli.
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