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Napoli, 23 Maggio 1997La solidarietà nel cambiamento
E' sempre importante sottolineare e coltivare la motivazione, l'intenzionalità con cui ci si muove nella vita, nel mondo, con gli altri, dare sempre un significato ed un senso a qualsiasi azione, piccola o grande: ecco perché le grandi esperienze non sono più importanti delle piccole, è importante la modalità, l'intenzionalità con cui si enucleano le piccole o grandi esperienze e vengono collegate al sentimento dell'anima, cioè collegate con l'interiorità profonda che ci si porta dentro. Quando si compie questa operazione, allora la vita ha un senso. Le azioni devono essere intenzionali, vivere in senso attivo significa vivere in modo intenzionale, non farsi vivere, ma essere soggetti di tutto il movimento dell'esistenza. Le persone vanno stimolate a cambiare e a migliorare; insieme al discorso spirituale si deve fare un discorso di cambiamento psicologico. E’ necessario, quindi, fare un lavoro di trasformazione psicologica il quale consenta il dispiegarsi del proprio potenziale interiore ed il realizzarsi del cambiamento, che si traducono, poi, nell’evoluzione della propria anima. Per quanto riguarda, poi, il concetto di fraternità, questo può essere compreso e vissuto grazie al fatto di possedere una realtà ontologica, quale è l’anima, che ha in sé il Principio, di natura universale, dell’unità del Tutto, da cui deriva anche la solidarietà fra le stesse anime. Ora, se accettiamo il presupposto che possediamo un’anima, tesa a realizzare un programma conoscitivo su base esperienziale, il quale preveda anche la conoscenza del suddetto Principio di unità e fraternità, dovremmo affermare anche che tale anima giunga a comprenderlo pienamente solo a partire da un certo grado di esperienza e di conoscenza. Questa acquisizione, che diventa patrimonio dell’inconscio individuale, avrà, poi, un riverbero nella coscienza dell’uomo il quale sarà naturalmente portato verso il perseguimento e la realizzazione nella sua vita, con le sue azioni ed il suo comportamento, di questo ideale. Ma da questo discorso appare anche chiaro che, in assenza di esperienza reale e, quindi, di conoscenza, non potrà esservi nell’animo umano un autentico moto di fraternità e solidarietà con i suoi simili né con altre creature viventi e, per tale ragione, qualsiasi predicazione, religiosa e non, otterrà soltanto di costringere l’uomo, attraverso il complesso di colpa, a fare la carità, che non sarà una vera carità, ma soltanto un tentativo fatto per tacitare i complessi di colpa. Le predicazioni fatte nel modo in cui le abbiamo ricevute non servono a niente. Stimolare il senso della carità, il senso della solidarietà, della fratellanza, dell'amicizia, significa, invece, spiegare attentamente alle persone il concetto di possesso, di proprietà, di chiusura, significa, quindi, trasformare l'atteggiamento possessivo verso le cose. Poiché questo non è stato fatto e la predicazione si è soltanto limitata a dire che bisogna essere fratelli ed aiutare il proprio simile, queste sono frasi ormai talmente obsolete che non hanno alcuna incisività nell'animo delle persone. Più che una predicazione bisognerebbe fare un’opera di educazione fin dall’infanzia insegnando al bambino a distanziarsi dalle cose, a non avere cioè possessività nei confronti degli oggetti. In questo modo si può sperare di avere delle persone diverse che offrano anche alla loro anima la possibilità di fare una vera esperienza di fraternità. Perché se l'essere umano osserva la propria mente ed il meccanismo con cui si svolge la propria esistenza, diviene consapevole del fatto che il corpo sta esperendo un comportamento che non è ispirato dalla propria interiorità, non è la conseguenza e la traduzione in atti di un ragionamento morale, ma deriva solo da un obbligo psicologico che è stato inculcato con le modalità di un complesso di colpa. Ora, un ragionamento di questo tipo per l'Essere equivale ad una esperienza, perché sta osservando un corpo mentre esegue meccanicamente azioni coatte dietro le quali non c'è niente di morale, neppure il senso di fraternità. E’ il gesto che conta, la persona si allontana dal mendicante un po’ pentita per avergli dato solo una moneta, e dice a se stessa: “Però sono un vigliacco, perché potrei fare un sacrificio più grande ed offrire a costui un pranzo completo, oppure potrei portarlo a casa e dargli dei vestiti nuovi, oppure potrei adottare quel bambino, sostenere delle spese per mandarlo a scuola, oppure potrei andare a casa sua a fargli visita e comprargli un letto, sollevarlo dai debiti”. Qualche volta qualcuno fa questi ragionamenti, però non torna indietro, perché essendo un po’ “vigliacco” continua per la sua strada e dice a se stesso: “Magari ho anche perso quel denaro perché quello forse non era un vero mendicante o forse non ne aveva bisogno oppure chissà durante la giornata quanti soldi riesce a guadagnare con quella mano tesa e dunque forse guadagna più di me”. L'alibi è scattato dentro di noi e ci siamo autoassolti dal complesso di colpa che supponiamo stava per presentarsi. E’ evidente che se si fa questo tipo di ragionamento (e se ne potrebbero fare tanti per tante circostanze), significa che il senso della fraternità, ovvero dell'esperienza dell'Essere, non è stato migliorato da tutti i secoli di predicazione e di insegnamento, perché tutti si sono ridotti a dare prescrizioni e non terapie. Quando si prova il desiderio di fare una cosa bisogna farla, e bisogna intensificare l'azione, dare forza e corpo all'azione, non dirsi di farla, ma farla già prima di dirsela: questo è il miglior modo di caricare l'azione e significa che in quel momento non dovete più guardare in faccia a nessuno, quello è il fine e bisogna perseguirlo. Naturalmente deve essere perseguito il fine positivo; se esso è negativo, per esempio uccidere qualcuno, si deve anzi mettere in opera il contrario; se, invece, un fine è costruttivo, va perseguito, rafforzato. Si tratta di un atto di volontà, che è un atto di energia, e che deve essere impegnato subito.
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