Napoli, 18 aprile 1985

IL DIVORZIO E I FIGLI

Questa lezione è impostata rigorosamente su di un'argomentazione il cui titolo dice già tutto, e che riguarda da vicino l'attuale problematica della società. 

 

D. Cosa ne pensi del problema del divorzio?

Io potrei risponderti, come solete dire, con una battuta, cioè che forse il problema si risolverebbe da sé se cancellassimo il matrimonio. A parte questa battuta che ha tuttavia un suo fondamento, proverò ad analizzare la questione.
Se non avessimo il matrimonio, il problema si porrebbe negli stessi termini, oppure no? 
Certo, si porrebbe negli stessi termini, quindi esso non sta nel matrimonio, evidentemente, ma da tutt'altra parte. Nessuno può venirmi a dire che il problema stia lì, perché nelle società in cui non esiste il matrimonio religioso, io credo che una scissione tra i due coniugi pone gli stessi problemi. Quindi non è un problema di divorzio o di non divorzio. E’ invece il problema, una volta rotta l'unità familiare, delle conseguenze per gli eventuali figli. Il problema è soltanto questo, non ne esiste un altro. Come pregiudiziale aggiungerò poi che la possibilità di sciogliere una unità costituita è un diritto di ogni essere umano. Io credo che questo non si possa disconoscere come principio di libertà. 
Il problema è soltanto questo, però è un problema molto grave che impegna l'essere padre o madre, indubbiamente. Perché è chiaro: la separazione dei coniugi provoca un danno ai figli, anche se è altrettanto vero che una famiglia completamente disunita provoca danni anche più gravi. A questo punto direi che il problema è insanabile, cioè che esso non si può risolvere, comunque ci giriamo intorno. Esiste soltanto una possibilità, in futuro, di evitare almeno in parte che si abbia tutto questo; perché come si è parlato di Dio a casaccio, così si è parlato anche di matrimonio a casaccio, perché non esistono uomini che vanno al matrimonio maturi, questo è il punto.
In genere un uomo che fa? Si innamora di una donna, la donna s'innamora dell'uomo e da quel momento essi non sono più in grado di ragionare, sono coinvolti da una serie di passioni. di fatti fisici, psicologici, sessuali. In quel momento, essi vogliono anche onestamente e in buona fede andare al matrimonio ed avere dei figli. Ora bisognerebbe essere in grado di consentire in qualche modo che il matrimonio (se ancora dovrà essere 
fatto con tale formula) possa essere raggiunto con una certa maturità. Ma questo è un discorso vecchio, ne convengo, che conta molto poco. D'altra parte non si può disconoscere il diritto del prossimo di generare dei figli anche senza il matrimonio, è un diritto che non possiamo togliere ad un essere umano. Quando esistono i figli, dunque, il problema resta e non si può superare in nessun modo, né conservando l'unione né annullandola, perché i figli sono là ed hanno bisogno fisiologicamente e psicologicamente dei due genitori. Forse questa dipendenza tenderà col tempo a diminuire, cioè i figli avranno sempre meno bisogno dei genitori. 
Dico questo perché si sta assistendo ad una leggera mutazione della specie che riguarda i caratteri sessuali primari: l'uomo tende ad essere meno uomo e la donna meno donna. Si sta determinando, ma sono ancora tracce non molto evidenti, un avvicinamento fra i due sessi, sotto il profilo psicologico e fisiologico.
Cosa vuoI dire tutto questo e da che cosa dipende? Dipende prima di tutto da una maggiore promiscuità dei due sessi che si ha da qualche decennio. Dalla riduzione di certi tabù di carattere sessuale, dalla promiscuità nel lavoro e dall'avvicinamento della donna al lavoro generico. Tutto questo crea fatalmente certe mutazioni.
Se questo fenomeno continuerà, come ritengo, la netta demarcazione fra madre e padre diminuirà e potrà diventare talmente sfumata che, effettivamente, il figlio può non aver più bisogno del padre e della madre insieme, psicologicamente, ma avere bisogno indifferentemente dell'uno o dell'altro, a scelta e per vocazione. Di questo se ne parlerà fra molto e molto tempo secondo me. Questo è uno degli aspetti positivi e interessante della questione, ma così come stanno le cose oggi, non vedo nessuna soluzione quando vi sono dei figli. Quando essi non ci sono, oppure sono già adulti il problema non si pone neppure. Perché io il problema non lo pongo nella questione del sacramento, ma lo pongo esclusivamente in una questione psicologica, sociale, e socialmente non c'è niente da fare. 
Comunque si rigiri il fatto, un matrimonio o una unione che falliscono provocano sempre un grave danno ai figli, un danno che non si può attenuare in nessun modo. Voi mi dite: prima i giovani dovevano riflettere, ma su che cosa? Sul fatto di dover rimanere sposati per tutto il resto della vita? Io credo che anche oggi due persone che vogliono crearsi una famiglia ed avere dei figli pensano sempre in buona fede di dover restare insieme per tutta la vita, altrimenti non vi sarebbe scopo o sarebbe solo una grave irresponsabilità procreare dei figli. 
Irresponsabilità che, d'altra parte, c'è sempre stata, considerati i milioni di bambini nati fuori dal matrimonio. Invece è accaduto sempre che, nonostante l'assenza del divorzio, i coniugi, in certi casi, si sono sempre separati di fatto. Ora, o lo chiami separazione o lo chiami divorzio, il danno ai figli c'è sempre, perché ad essi non interessa se i genitori sono separati civilmente o se sono divorziati. Per i figli il problema è soltanto quello dei genitori che non ci sono più o che non stanno insieme. Poi, chiamatelo come volete, ma è la stessa cosa. Quello che ho detto è una norma generale che non può essere applicata ai casi particolari. Vi sono dei rapporti tra genitori e figli che non sono contrassegnati da un autentico affetto; in questo caso, si capisce, i figli possono benissimo fare a meno dei genitori e trovarsi delle compensazioni.
Vorrei aggiungere che, in genere, anche il sistema educativo è sbagliato, perché noi applichiamo un sistema pedagogico stabilendo un rapporto psicologico esclusivistico verso i figli, cioè li rendiamo schiavi della nostra persona. Questo è un grave errore. Se pensassimo minimamente che la nostra vita potrebbe venir meno da un momento all'altro, lasciando i nostri figli completamente smarriti, questa idea soltanto dovrebbe indurci a tenere un po' più lontano l'affetto dei figli, senza trascinarcelo dietro in maniera morbosa. Dovremmo essere sempre in grado di far pensare i nostri figli senza la nostra presenza, per renderli indipendenti quanto più presto è possibile, perché possano eventualmente fare a meno della nostra presenza, sia in caso di nostra morte o di altro impedimento, ed anche in caso di frattura familiare.
Se noi teniamo i figli un poco distanti psicologicamente, anche se non tanto da fargli mancare quella sicurezza che è necessaria ai bambini, ma quel tanto indispensabile affinché essi possano eventualmente reagire, seguiamo una norma pedagogica ideale. Invece per noi i figli sono i nostri schiavi, devono stare lì ad obbedirci, punto e basta. Noi siamo i padroni e loro sono i figli. Questo è sbagliato, indubbiamente, perché in questa maniera veramente creiamo in loro sofferenza. Rendiamoli indipendenti, ma non in senso sociale, che qui il discorso è più complesso, ma in senso psicologico; facciamo in modo che non ci amino troppo, questo è il punto, perché in questa maniera quando moriremo ce ne andremo un po’ più contenti, perché il maggior dolore è sapere del dolore degli altri. Questa è la verità. Invece noi siamo un po' egoisti per natura, vogliamo che gli altri ci amino con tutto il cuore e questo è sbagliato. Noi dovremo farci amare di meno per poter vivere più tranquilli e per il loro bene, quel bene al quale diciamio di pensare, ma al quale in realtà pensiamo sempre in funzione del nostro egoismo di genitori, e non parlo di egoismo cattivo, ma di un egoismo naturale, che purtroppo provoca comunque dei danni. 

 

prodena@libero.it

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