|
Napoli, 3 maggio 1967 L'IMPORTANZA DELLA VOCAZIONE ALL'INSEGNAMENTO
Credo che il problema non stia tanto nelle materie da studiare o da presentare. Io credo che il problema, come discutevamo una volta, è un problema di vocazione. Cioè, effettivamente l'essere umano nella sua età formativa deve incontrare un maestro che sia tale con la M maiuscola e cioè a dire qualcuno che abbia la vocazione del maestro. Perché indubbiamente insegnare non è come fare un qualsiasi altro mestiere, così come essere genitore vuol dire svolgere per vocazione il mestiere del genitore che non è uguale ad un altro mestiere, e indubbiamente questo rapporto delicatissimo che dovrebbe sussistere fra l'uomo in formazione e il suo maestro, si regge indubbiamente su questa vocazione da parte di quest'ultimo e sulla necessità che il rapporto diventi non formale ma di ordine spirituale e questo è molto importante. Se voi pensate che nell'antica Grecia il Maestro, colui, il Saggio, che teneva banco scolastico istituiva subitamente un rapporto dialettico con gli scolari, sicché non si trattava tanto di una lezione di un uomo che era da una parte e dei giovani che erano dall'altra, quanto di un continuo conversare e con un calarsi da parte del maestro nella psicologia del giovane e, nel giovane naturalmente l'integrarsi con la personalità del maestro, è anche da dire questo, tuttavia, che si operava una scelta e cioè a dire non tutti accedevano alla istruzione, ma vi accedevano, presso particolari maestri, coloro che i maestri presceglievano. Ora, certamente, i tempi sono cambiati e il rapporto è un rapporto burocratico, e si parla giustamente di diffusione della cultura, e si tratta di cose sante, indubbiamente, di cose che veramente devono funzionare cosi, almeno fino ad un certo livello, e siamo d'accordo. Però probabilmente è ad un certo punto che avviene la rottura. Cioè a dire un giovane il quale abbia raggiunto una certa maturità non incontra poi il Maestro, ma continua ad incontrare una serie di rapporti burocratici, e questa è probabilmente la ragione che, ormai da molti secoli, mancano i grandi filosofi, i grandi pensatori, o tratta di casi isolati perché sono finite le scuole filosofiche. Voi capite subito, dunque, che il mio indirizzo è prevalentemente filosofico, cioè io considero la filosofia, unitamente alla matematica e alla geometria, come la serie di materie fondamentali per la formazione di un essere umano. Parlo di filosofia ma non di storia della filosofia, parlo cioè di quel rapporto di conoscenza che si instaura in maniera ambivalente fra docente e discente, e cioè dunque non la formulazione di aride controversie filosofiche, ma la discussione pacifica su problemi antichi o nuovi, impostati secondo un principio di libera dialettica, di verifica e di controllo delle idee. Filosofia e matematica, e naturalmente qui sorge l'obiezione e cioè a dire che vi sono mestieri per i quali non è necessario conoscere la filosofia. Certamente si, ma la filosofia non serve per conoscere la filosofia, questo è il punto. La filosofia serve unicamente per sviluppare la mente, tanto è vero che ci sono uomini i quali sono filosofi, hanno una mentalità filosofica, senza conoscer nulla di filosofia. Vuoi perché hanno già direi una maniera innata una certa disposizione a una certa architettura mentale, una certa disponibilità logico-matematica. Tuttavia, è chiaro che qualunque pianta ha bisogno di essere curata, sicchè una disponibilità logico-matematica si perfeziona con un dialogo costante con colui che sa, con il Maestro. Quindi, è chiaro che se la filosofia serve a questo, essa dovrebbe essere la materia-base di tutti. Ora, accanto a queste materie così fondamentali ve ne sono altre che ruotano intorno e saranno via via aggiornate, anche a seconda della inclinazione o del tipo di studio. Quindi, per il resto non mi pare che valga la pena di discutere. Così come le altre materie da te elencate, tutta la serie di materie scientifiche, dalla fisica all'astronomia, all'economia, al diritto ecc. sono cose certamente importanti perché abbiamo una società nella quale ciascuno opera secondo una competenza che deve raggiungere attraverso l'indirizzo scolastico. Però alla base di tutto l'uomo deve apprendere a saper usare il proprio cervello, non per fare il filosofo ma semplicemente per diventare un uomo sociale. L'uso del proprio cervello naturalmente viene dall'uso della propria mente, dall'abituarsi, dall'attrezzarsi ad usare le proprie idee, a conoscersi meglio, e così si può considerare lo studio della psicologia come uno studio abbastanza importante certo nell'ambito della filosofia. Ora queste cose naturalmente trasformano un giovane, un ragazzo in pratica in un cittadino, cioè in un essere che deve essere cittadino della società e del mondo prima ancora di essere un uomo che produce lavoro. Perché ogni ordine sociale viene soltanto dalla perfetta integrità degli esseri che fanno parte di quella società, di esseri ossia che conoscono se stessi, che sappiano usare il proprio cervello e la propria mente, anzitutto come uomini e poi come uomini che svolgono un lavoro. Questo è direi il mio pensiero sintetico, che non apporta nulla di nuovo ed è tutto sommato ovvio. D - Ma è proprio il corpo insegnante che dovrebbe adeguarsi alle nuove esigenze. L’aggiornamento deve venire nell'ambito della scuola e non fuori della scuola, altrimenti si ritorna a una vecchia affermazione: a che serve la scuola se non aiuta i nuovi esseri sociali a diventar dei buoni insegnanti affinchè si abbia una continuità? Aggiungerei una cosa un po' crudele, io direi che gli insegnanti, i candidati insegnanti, dovrebbero subire tutti un accurato esame neuropsichiatrico, e questo lo dico in una maniera molto seria. Cioè vi è la necessità di accertare se esiste in un essere umano una tendenza serie caratteriologica tale da poter venire a contatto con altri esseri umani, con dei ragazzi. Cioè se esiste un'attitudine e un insieme di qualità, come per esempio la pazienza, la sopportazione, la volontà, e tutte doti che possono non essere necessarie in un altro lavoro, ma essere indispensabili nell'esercizio educativo vero. Io credo che questa sia una cosa molto importante: l'esame del carattere. Perché non bastano le nozioni per insegnare è chiaro, altrimenti al limite si potrebbe fare a meno degli insegnanti, perché esistono anche i testi scritti, esistono anche i libri. Perché l’insegnante spiega? Forse perché il ragazzo non capisce il libro? Io credo che questo non debba essere il problema, perché se un libro non è capito non è un libro, evidentemente. Cioè la prima cosa che si richiede ad un libro scritto è che sia comprensibile da parte di persone che abbiano quella età e quegli studi. Se a quel livello il libro è incomprensibile vuol dire che è un cattivo libro e va sostituito. Dunque il fine del libro, o il fine dell'insegnante, non è questo. Il libro serve per spiegare certe cose, l'insegnante non deve spiegare ma integrare con la propria esperienza, arricchire il testo e stabilire un rapporto umano con i suoi alunni. Se questo rapporto non è conseguibile per deficienza di carattere dell'insegnante, l’insegnante non è un insegnante; questo è il problema. Se non è un insegnante non può far parte della scuola. Ecco che dunque diventa un problema direi quasi proprio burocratico, cioè di scelta del corpo insegnante e di aggiornamento naturalmente del corpo insegnante. Come si dovrebbe fare nell'ambito della medicina: un chirurgo che non si aggiorna dovrebbe essere messo da parte, un medico che non conosca gli ultimi preparati della medicina non è un bravo medico, ovviamente. Se esistono oggi gli antibiotici e un medico volesse usare ancora le ragnatele per le ferite, sarebbe un pessimo medico, indubbiamente. Perché non dev'essere la stessa cosa nella scuola? La stessa cosa. Con la differenza che l’insegnante educa gli uomini di domani, il medico bene o male che sbaglia può uccidere un uomo finisce li. Ma invece l'influenza su una larga massa di uomini implica delle responsabilità ancora maggiori. D. secondo me sarebbe opportuno avere un insegnante che viaggiasse molto prima di raggiungere Certo, non oso rigettare questa idea, però voglio dirti che spesso non è necessario girare il mondo, basta saper girare gli occhi intorno e saper leggere le cose, anche quelle che non si vedono apparentemente. E' una questione di sensibilità indubbiamente. La sensibilità molte volte la si porta dentro, la si possiede sin dalla nascita, ma molte volte essa viene fuori con l'educazione, con l'osservazione, con lo studio. Son cose che si apprendono via via con l'esperienza indubbiamente. D. Io dicevo questo, siccome oggi c’è bisogno di una classe di insegnanti... Si ma vedi l’errore sta all’inizio mio caro quando dici non tutti gli insegnanti sono adatti, ma esistono indubbiamente certe scuole che formano gli insegnanti, ora se in queste scuole esistessero veramente tanto per fare un esempio certe commissioni che analizzassero i giovani ad una certa età potrebbero addirittura obbligarli a cambiare indirizzo di studio, questo è il punto, perché vedi negli altri mestieri probabilmente non accade questo cioè colui che diventa un pessimo ingegnere per esempio non lo farà l’ingegnere, colui che diventa un pessimo medico privato finirà col non farlo il medico, cioè sarà praticamente messo al bando un po’ alla volta o dai futuri malati, dovrebbe esistere una selezione naturale. Così il cattivo avvocato non potrà difendere in tribunale una persona, perché se non sa farlo lo farà condannare, e dopo alcune condanne sarà costretto a cambiar mestiere. Invece questo nella scuola non si verifica, cioè un cattivo insegnante entra in un giro burocratico e resterà lì per tutta la vita con danni irreparabili. L'errore dunque è all'inizio. D. E l’enciclopedismo? Non lo so quanti vantaggi possa dare veramente l’enciclopedismo, a volte è bene sapere alcune cose bene e non saperne tante piuttosto male. Poi vedi l’enciclopedismo semmai lo si può raggiungere proprio alla fine della vita, non si può pretendere che un uomo che abbia trent’anni abbia letto ad esempio trentamila libri, esiste un tempo materiale di lettura e di studio. D’altra parte alcune materie hanno bisogno di essere coltivate a fondo e quindi si potrà pretendere da colui che è astronomo, professore di astronomia, si dovrà pretendere una conoscenza generale abbastanza chiara di certe nozioni base come la letteratura oppure la filosofia, ma si deve pretendere che egli per tutta la vita studi astronomia. Certe ricerche, certe scoperte si fanno soltanto a prezzo di specializzarsi al massimo in quel determinato settore. Perché vedi, la matematica, in fondo, è filosofia, così come la filosofia non è possibile costruirla senza la matematica. Matematica e filosofia camminano insieme. La geometria non è forse filosofia? D. E la teologia? La teologia si e no, in fondo. La teologia è anche una sorta di filosofia, se vogliamo. Ma è chiaro che io, parlando di queste materie, non le volevo esclusivizzare, le ritenevo fondamentali ma è chiaro che nell'ambito della filosofia possiamo benissimo immettervi la teologia o la storia, per esempio, o la psicologia o la pedagogia. Io ho esemplificato e ho detto filosofia. Però vedi, filosofia è anzitutto logica e la logica se non è matematica non è logica, evidentemente, è una pseudo logica. Cioè un filosofo non può ignorare la matematica. Bada che parlando di matematica non intendo certamente nè le quattro operazioni, nè il limite del teorema di Pitagora, ma la matematica, al limite, l'alta matematica non è che filosofia e perde anche dei numeri, come matematica. Dunque io ho fatto questo abbinamento perché mi sembra essenziale. D. Cioè un tipo di filosofia matematica ? Si in fondo... D. A proposito della matematica, Pitagora scopre ad un certo momento che la luce nella sua essenza obbedisce a certe leggi anche matematiche. Volevo dire questo in realtà, facendo della musica uno deve farla con metodo matematico o seguendo semplicemente il proprio istinto? Matematica come metodo di ragionamento più o meno perfetto, con la sua logica, ma lasciando la libertà all'individuo di esprimersi filosoficamente, che poi non è esprimersi matematicamente... Lo credi tu, ma non è proprio così. In fondo, ti esprimi sempre matematicamente se sei su un piano di logica. D'altra parte, la filosofia ad un certo punto esorbita da certi principi di ordine proprio teologico, diciamo di diagnosi del mondo, ma si riduce a pure esemplificazioni numeriche e, naturalmente, saprai bene che per esempio Leibnitz fu un filosofo ma fu anche un grande matematico. Il problema della monade centrata non era altro che un problema di numeri, in fin dei conti, quindi bisogna necessariamente passare attraverso la matematica, non perché serva come formulazione matematica, ma perché permette l'impostazione matematica di proposizioni filosofiche, ovvero di proposizioni filosofiche matematicamente logiche.
|