Napoli, 19 Febbraio 1999

DIFFICOLTÀ DEL CAMBIAMENTO

 

 Cambiare se stessi e la propria vita significa modificare la propria idea di possesso, la gestione delle proprie emozioni, dei propri tabù e dei propri bisogni.

Il cambiamento implica l’impostazione di nuove strategie per vivere più attivamente l'esistenza, la modifica degli aspetti caratteriali negativi, del modo di rapportarsi con gli altri. Bisogna diventare un'altra persona, fare programmi in cui si deve elidere tutto ciò che costringe all'immobilismo e sviluppare ciò che, invece, alimenta la libertà e la capacità di produrla.

Dunque il cambiamento deve essere vero e sostanziale, deve sviluppare la sensibilità, il discorso interiore, la libertà, l’autonomia, il senso critico e della misura, l’autocontrollo, la tendenza a verificare tutti i momenti esistenziali per mettersi in discussione e sperimentare continuamente.

Il discorso, certo, è difficile, anche perché presuppone un elemento importante: il riconoscimento e lo scardinamento delle proprie nevrosi.

Iniziando a modificare il proprio rapporto con se stessi e con gli altri, si innesca un processo di autoriconoscimento che coinvolge la mente e l’inconscio, significa entrare in crisi con se stessi, analizzare questa crisi e capire che essa è dovuta al cambiamento.

Mentre si compie questo percorso di trasformazione e rinnovamento di sé, si strutturano nuovi equilibri interni, psichici, emozionali, che coinvolgono le frange più profonde del nostro Essere il quale, attraverso nuovi canali comunicativi, si “libera”, emerge come nuova qualità interna e produce la soddisfazione ed il piacere del cambiamento.

Perché questo è il punto: il cambiamento deve produrre piacere, ed il piacere diventa la molla che disinnesca tutto ciò che è tabù e vecchio dentro di noi e ci propone come persone nuove.

 Bisogna capire che il cambiamento è legato alla propria “struttura interna”, che coincide con quella che, più volte ormai, abbiamo definito “Anima”, senza la quale si persevera in situazioni di crisi esistenziale, si soffre, si diventa nevrotici, ci si incattivisce e non si capisce il prossimo.

L'uomo medio di oggi, poi, non differisce molto dall'uomo del trecento o del cinquecento, è tale e quale: si alza la mattina e fa le stesse cose, sta nella sua famiglia e si mostra nello stesso modo, nonostante siano cambiati i tipi di lavoro, tutti lavorano nello stesso modo; i riferimenti, i referenti non sono cambiati, le famiglie sono sempre le stesse, le istituzioni, i rapporti gerarchici sono più o meno gli stessi, cambiano le figure nella storia sociale, ma non c'è stato un sostanziale cambiamento.

Ecco perché soltanto capziosamente gli storici, i sociologi, gli psicologi ritengono che ci siano state modificazioni; l'uomo del ‘500, in realtà, é un uomo interiormente non dissimile da quello del ‘900 o del 2000, sono figure abbastanza sovrapponibili come psicologie individuali e come modelli sociali. Certo, le leggi sono cambiate, i rapporti sociali sono diversi, tuttavia l'uomo medio continua a comportarsi nello stesso modo, non ha avuto alcuna scossa. Ma la sofferenza aumenta, perché non c'è liberazione dell’anima.

Essa serve a mettere l'essere di fronte ad un dato ben preciso: il dolore. Le esperienze, però, si possono fare anche attraverso il piacere, non solo attraverso il dolore, attraverso la felicità, non sempre attraverso le lacrime. Ma gli uomini questo non lo hanno capito ed è per questo che la sofferenza diventa uno strumento necessitante per poter mettere il soggetto di fronte a se stesso e alla propria pena, svolgendo comunque un certo tipo di esperienza che avrebbe potuto fare attraverso la felicità o il piacere.

L’uomo si affrancherà dal dolore il giorno in cui capirà che le esperienze si possono fare volontariamente in un altro modo, esorcizzando, così, il dolore che viene messo da parte perché non necessario; ciò che acquista importanza è soltanto il lavoro dell'esperienza che si riesce a produrre e a fare da sé con la propria forza interiore.

Ecco perché alla fine coloro che lottano riescono a superare finanche il dolore, tenendolo da parte, sotto controllo.

In un certo senso sono talmente impegnati nel proprio lavoro interiore che avvertono poco il dolore fisico o sociale o affettivo. Costoro sono, poi, definiti cinici dalla società, ma, in realtà, sono i più saggi fra gli uomini perché la saggezza consiste nel distanziarsi finanche dal dolore, quando se ne diventa capaci.

 

prodena@libero.it

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